domenica, Novembre 29

Libia: guerra civile, petrolio e radicalismo islamico

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All’indomani della rivoluzione che ha scalzato il colonnello Gheddafi, gran parte dei libici poteva essere fiduciosa che la transizione a un governo eletto sarebbe avvenuta con successo e senza difficoltà. La produzione ed esportazione di petrolio, malgrado i rovesci delle rivolte, era assestata sul numero stabile di 1,5 milioni di barili al giorni (bpd) e il suo potenziale di investimento diretto estero (IDE) era stimato, nell’arco del successivo decennio, alla più che rassicurante cifra di 200 miliardi di dollari.

Gran parte della popolazione – così come diversi analisti internazionali – date le condizioni economiche e strutturali della nazione, riteneva realistico, in un futuro non troppo lontano, l’accostamento alle petro-monarchie del Golfo. Quasi subito però, è scoppiato il caos – in una guerra civile con strascichi pesanti, in cui le fazioni contrapposte si moltiplicavano velocemente e l’interessamento di potenze vicine e lontane germogliava i semi dell’attuale crisi: i conflitti a livello locale e regionale facevano esplodere il paese. Oggi, la Libia è contesa fra due autorità che non hanno reale controllo sul territorio – una a Tripoli, l’altra a Tobruk. Le milizie islamiste, nelle loro diverse denominazioni (Ansar al-Shari’a e Lybia Shield Force in primis), controllano vaste porzioni di territorio fra Sirte, Bengasi e Derna dove, da ottobre, lo Stato Islamico o Da’ish ha stabilito una sua nuova ‘provincia’. L’autorità con sede a Tobruk (nell’est) è il Parlamento democraticamente eletto – e riconosciuto in Occidente (ONU, USA, Francia, Italia, Germania e Regno Unito) – opposto al Congresso Generale Nazionale (Cgn), formalmente in carica dalle prime elezioni del 2012, che si è rifiutato di lasciare l’incarico di governo in seguito alla fine del proprio mandato elettorale nel gennaio 2014.

Risale al 14 febbraio successivo la dichiarazione video-registrata del generale di corpo d’armata in pensione Khalifa Haftar circa la volontà, presso parti dell’esercito, di proporre una road map alternativa per il paese, in pratica esautorando il Cgn dei suoi poteri. Fu tuttavia solo due mesi dopo – in maggio – che il generale decise per la sua prima mossa concreta, andando a colpire le basi della Shura (consiglio delle milizie islamiste) nella turbolenta area di Bengasi, in un’operazione che venne battezzata col nome in codice ‘Karama’ (dignità, in arabo). L’attacco era stato preceduto dalla nomina a Primo Ministro, da parte del Cgn, di Ahmed Maiteeq, businessman vicino agli Ikhwan al-muslimin (Fratellanza musulmana): questo ha dato luogo a facili, quanto fuorvianti, tentativi di paragonare la situazione libica a quella egiziana (dove il generale al-Sisi ha deposto il Fratello Musulmano democraticamente eletto Morsi) da parte di diversi commentatori.

Ma, oltreché per le differenze storiche, politiche e sociali dei due stati nordafricani, esiste un elemento importante che li mette in posizioni nettamente diverse sullo scacchiere geopolitico: il generale, infatti, risulta godere dell’appoggio degli Stati Uniti, circostanza che non si applica al suo omologo egiziano. Khalifa Haftar fece parte, nel 1969, del gruppo di 112 ufficiali che appoggiarono il colpo di stato col quale il colonnello Mu’ammar Gheddafi depose re Idris I e trasformò la monarchia in repubblica; il passaggio da sostenitore ad oppositore avvenne in occasione delle operazioni militari nella striscia di Aouzou, nell’ultima fase della guerra fra Libia e Ciad (1978-1987), quando Haftar e il suo intero plotone vennero fatti prigionieri nel corso di una azione non autorizzata da Gheddafi, il quale colse l’occasione per “scaricare” il generale. La sua liberazione, come quella della sua compagnia, avvenne a conflitto concluso per mano statunitense con il trasferimento nello Zaire di Mobutu: è qui che si consuma l’ultimo atto della separazione fra Gheddafi e Haftar, quando quest’ultimo, insieme ad altri ufficiali, si rifiuta di tornare in Libia per affrontare il tribunale militare e decide di cercare l’appoggio americano. Nel 1990, attraverso il programma USA di assistenza ai rifugiati, divenne residente di Falls Church, in Virginia (assunse anche la cittadinanza), dove aderì al Fronte nazionale per la salvezza della Libia (Fnsl), movimento di esuli oppositori fondato da un ex collaboratore di Gheddafi entrato in polemica con il regime, Mohamed al Magharief. Il ritorno in patria coincise con la “rivoluzione del 17 febbraio” nel 2011: nel corso del caos post-rivoluzionario Haftar assunse cariche di comando sempre più avanzate, fino alla recente  dichiarazione dell’Operazione Karama.

La storia, e le azioni recenti, del generale dimostrano che vi è una sostanziale coincidenza fra l’agenda del Parlamento di Tobruk e quella americana, cautamente sostenuta anche dalle parole positive della ambasciatrice di Washington nel paese, Deborah Jones: “E’ molto difficile condannare le azioni di Haftar, dal momento che le sue forze colpiscono gruppi specifici nella nostra lista dei terroristi”, riferendosi all’operazione ‘Dignità’ lanciata in maggio a Bengasi. È chiaro il riferimento ad Ansar al-Shari’a e alle diverse denominazioni operanti nell’est, ma sarebbe riduttivo designare – come fanno Haftar e gli USA – tutto il blocco d’opposizione, riunito intorno al Cgn, come ‘terrorista’: la cosiddetta Alba Libica, infatti, copre uno spettro abbastanza largo dell’Islam politico, si va dai tanti gruppi di supporto alla Fratellanza musulmana (la Milizia di Misurata, Lybia Shield Force) fino a raggruppamenti jihadisti (Ansar al-Shari’a) e a braccia armate di partiti o organi istituzionali (la Brigata Tripoli del partito al-Watan e la Brigata dei Martiri del 17 Febbraio), ciascuno con le rispettive connessioni regionali e trans-nazionali. Secondo Arturo Varvelli, Research Fellow dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), «l’Egitto di Al Sisi, con il supporto costante di Arabia Saudita ed Emirati, sembra stringere le proprie maglie sulla Libia incoraggiando in nome della lotta al terrorismo, il generale Haftar e il governo di Tobruk; sulla sponda opposta Turchia e un sempre ambiguo Qatar, nonostante i recenti passi di riconciliazione tra monarchie del Golfo, continuano a supportare le forze di Misurata» (“Libia a pezzi”, ISPI Commentary, 18 dicembre 2014, pp. 1-2).

Lo scenario libico sembra, pertanto, pienamente giustificare l’utilizzo sempre più frequente dell’espressione ‘inverno arabo’ per alcuni paesi del Vicino e Medio Oriente che hanno vissuto, o stanno vivendo, drammaticamente il prodotto delle cosiddette ‘primavere’: prima Egitto e Tunisia, ora Siria, Iraq e Libia. L’affiliazione del Majlis Shura Shabab al-Islam, gruppo jihadista di Derna, allo Stato Islamico di al-Baghdadi, quale ultimo – per ora – atto della tormentata vicenda libica apre il vaso di Pandora di coloro che vedono nella presente situazione il profilarsi di ‘una Somalia sulle coste del Mediterraneo’, restituendo la precisa dimensione di un grande conflitto che trascende i confini delle diverse nazioni dell’area medio-orientale ed abbraccia tutto il discorso ideologico dell’Islam politico.

 

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