domenica, Giugno 16

Libia: dove va la Russia? Mosca è sembrata finora più vicina all’’uomo forte’ di Bengasi pur coltivando i rapporti con tutte le parti in causa sulla base di propri interessi soprattutto economici

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Non sappiamo ancora se il sedicente Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar riuscirà a conquistare Tripoli e a spodestare il governo  riconosciuto dalle Nazioni Unite, ammesso che sia proprio questo il suo obiettivo. Come per lo più si presumeva al suo inizio, l’offensiva in corso poteva semplicemente mirare, sia pure in modo solitamente non raccomandabile, a rafforzare ulteriormente la posizione contrattuale dell’’uomo forte’ di Bengasi in vista della conferenza di pace indetta dall’ONU per questi giorni e ora, però, necessariamente rinviata a miglior tempo.

Poiché nell’attuale crisi libica le incognite prevalgono sui dati certi l’offensiva potrebbe anche fallire. Qualora invece le previsioni almeno in apparenza più facili trovassero conferma, c’è da domandarsi se un successo quale che sia del generale per così dire ribelle sarebbe ascrivibile anche a quello che viene spesso considerato il suo più potente benchè più lontano protettore, cioè la Russia.

L’interrogativo suona pertinente, se non altro perché, al Palazzo di vetro, i rappresentanti di Mosca hanno sottoscritto l’appello a tutti i contendenti sul campo a desistere dall’usare le armi ma hanno impedito ogni intimazione e condanna all’indirizzo di Haftar. E ciò a differenza, ad esempio, degli USA, il più naturale termine di confronto/scontro per la Russia da tempo ormai immemorabile.

Eppure Washington, di recente, ha fatto parecchi passi indietro sulle vicende libiche da quando, otto anni fa, è scomparso di scena Muammar Gheddafi, un rais maghrebino scomodo per mezzo mondo. esclusa però l’Unione Sovietica, che con la sua Libia pur ‘neutrale e non allineata’ tra Est e Ovest aveva allacciato rapporti solidi in vari campi, ereditati poi dalla Russia di Vladimir Putin.

Non a caso la sommaria liquidazione di Gheddafi è sempre stata bollata con particolare durezza, dal Cremlino e dintorni, come una tipica malefatta di potenze occidentali tanto prepotenti quanto insensate a danno di tutti. Nella fattispecie, come si sa, con Francia e Gran Bretagna ancora più biasimevoli del ‘grande satana’ americano. Una simile ottica dovrebbe naturalmente trattenere Putin e compagni, non solo per un minimo di coerenza e credibilità agli occhi del mondo, dall’imitare un così brutto esempio ricorrendo a loro volta alla forza senza troppi scrupoli o incoraggiando il ricorso altrui.

Ciò nonostante la Russia lo ha fatto in Siria, con esito sinora positivo oltre che in modo persino largamente ammirato. Potendo però vantarsi, in quel caso, di avere preso le armi nell’interesse generale, ossia contro una sorta di nemico pubblico numero uno come il sanguinario Califfato, e di avere tolto così molte castagne dal fuoco anche per conto di altri pur perseguendo al tempo stesso propri particolari interessi.

Adesso, sul fronte libico, Mosca dà l’impressione a molti di muoversi in modo analogo benché non identico, sinora, date le circostanze in parte diverse. Curiosamente, si trova un po’ a fianco della Francia, già vituperata giustiziera di Gheddafi, nel sostenere tendenzialmente il signore della guerra che partendo dalla base in Cirenaica marcia su Tripoli, come già i ribelli al rais, contro un governo centrale legittimo ma di fatto debole e non rappresentativo dell’intero Paese.

Al contrario, dunque, di quanto il ‘nuovo zar’ e i suoi collaboratori hanno fatto in Siria. A loro, però, l’anziano generale già al servizio del ‘colonnello’ Gheddafi deve andare a genio, anche se otto anni fa si rifugiò negli USA e divenne addirittura cittadino americano prima di tornare in patria per salvarla dall’ISIS e da altri malintenzionati domestici e forestieri.

Haftar ha il presumibile pregio agli occhi del Cremlino di godere dell’appoggio di un immediato vicino, di ragguardevole peso politico-militare, come Abdel Fattah Al Sisi, in aggiunta a quello dell’Arabia Saudita e degli Emirati arabi, mentre la Turchia, oggi amica della Russia, e il Qatar spalleggiano le agguerrite milizie di Misurata. Drastico repressore dell’estremismo islamico anche a costo di stroncare ogni velleità democratica, il presidente egiziano intrattiene rapporti intensi e apparentemente preferenziali con Mosca e non più con Washington. E’ comunque in grado di intervenire con le armi in Libia in soccorso di Haftar, se necessario, esonerando eventualmente la Russia dal dover provvedere in prima persona.

Tutto ciò va annotato a spiegazione della diffusa immagine, quanto meno, di una Russia “che sta dietro” anch’essa al generale di Bengasi, (o di Tobruk) e che Mosca stessa ha contribuito a reclamizzare ospitandolo tre volte nel giro di due anni e inscenando il suo accoglimento con tutti gli onori, nel gennaio 2017, a bordo dell’unica portaerei russa nel Mediterraneo per una videoconferenza con il ministro della Difesa Sergej Sciojgu.

Gli osservatori più cauti fanno tuttavia rilevare che le voci alquanto allarmistiche circa la presenza in Cirenaica di armi russe e di militari russi appartenenti a corpi speciali, a milizie contrattuali o comunque più o meno camuffati come già in Crimea e nel Donbass non hanno trovato sinora adeguate conferme. Che ancor più avventate suonano le ipotesi circa progetti russi di mettere saldamente piede sull’ex ‘quarta sponda’ dell’Italia fascista anche allo scopo di destabilizzare ulteriormente l’Europa inondandola senza più limiti di migranti africani.

Che, inoltre, è semmai la stabilità dei regimi esistenti nel Nordafrica come altrove che sembrerebbe stare a cuore a Mosca per poter allacciare o mantenere proficui rapporti di ogni genere con qualsiasi Paese interessato e disponibile. E che, infine, mentre interesse e disponibilità altrui sono risultano comunque graditi al Cremlino, i segni di una relativa preferenza per un determinato interlocutore partner si possono anche spiegare, talvolta, con una sua maggiore insistenza rispetto ad altri nell’offrirsi come partner bisognoso di aiuto.

Se poi l’aiuto viene richiesto contro imposizioni, ingerenze o generiche pretese egemoniche degli Stati Uniti, e se comunque si offre l’occasione di contendere un determinato Paese o soggetto politico all’influenza americana, Mosca è tanto più pronta e motivata a prestare l’aiuto o a muoversi in tale direzione, nel quadro della sfida russa a tutto campo all’egemonia planetaria degli USA. Per una vocazione sostanzialmente imperialista di ritorno, secondo i cosiddetti russofobi più incalliti, o per dichiarato e più plausibile rifiuto di una condizione di relativa inferiorità internazionale.

Nel caso della Libia questo fattore è tuttavia meno percettibile che altrove a causa del tendenziale disimpegno americano nella regione, fornendo al Cremlino un motivo in più, si direbbe, per dispiegarvi un proprio impegno non particolarmente gravoso e rischioso, ossia di carattere più diplomatico che politico-militare. Simile, del resto, a quanto sta facendo adesso nel Medio Oriente dopo il vittorioso intervento in Siria, ovvero nel secondo tempo di una partita bene avviata ma inevitabilmente destinata, ampliandosi, a diventare più complessa ed incerta.    

A Mosca, infatti, non si punta su un solo cavallo libico né si gioca una sola carta. Il premier di Tripoli, Fayez Al Sarraj, è stato ricevuto in alto loco non meno volte di Haftar, e non si contano gli scambi di delegazioni con i capi di Misurata e di altre fazioni ancora. Non sono certo sfuggiti agli osservatori, poi, i contatti diretti e indiretti con Saif Al Islam, il figlio di Gheddafi catturato dai ribelli come il padre e scarcerato nel 2017 benché accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale.

Anche un personaggio e un interlocutore del genere potrebbe essere considerato più idoneo di altri, dal Cremlino, a soddisfare interessi russi innanzitutto economici come gli affari, stimati in alcuni miliardi di dollari, che Mosca vide sfumare nel 2011 e ora si adopera attivamente per rilanciare o recuperare. Chiunque vinca la guerra civile più o meno ibrida in corso da anni, o comunque prevalga in una libera e pacifica elezione, se mai sarà possibile indirla, il governo russo sarà preparato a trattare per realizzare progetti più o meno ambiziosi in numerosi settori.

Per il momento, a quanto risulta di sicuro, deve accontentarsi della vendita alla Libia di grano per 700 milioni di dollari e della fornitura alla Cirenaica di banconote e monete rispettivamente stampate e coniate per quella regione. Per il futuro si prospettano in particolare cospicue partecipazioni russe nell’esplorazione, produzione e smercio del petrolio libico (che fa però gola a molti, Francia in testa) e la costruzione di una ferrovia ad alta velocità da Bengasi a Sirte, un progetto che ricorda un po’ quello della lunga autostrada litoranea promessa da Silvio Berlusconi a Gheddafi senior.   

Si è parlato anche, ma non da parte dei diretti interessati, della concessione alla Russia di una base navale, difficilmente concepibile però nella fase attuale. Tutto dipenderà comunque dagli sviluppi sul campo, resi più imprevedibili che mai dalla brusca mossa di Haftar. Secondo un autorevole esperto moscovita, Aleksandr Dynkin, direttore dell’IMEMO (Istituto per l’economia mondiale e le relazioni internazionali), «tutte le parti in conflitto hanno fiducia in Mosca» grazie all’Occidente che «ha fatto tutto il possibile per gettare il Paese nel caos».

Può essere abbastanza vero, mentre certamente non lo è che il governo italiano sia stato finora l’unico ad interloquire con tutte le parti in causa nella crisi libica, come sostiene il premier Giuseppe Conte. Il dialogo con tutti coltivato dalla Russia potrebbe tuttavia rivelarsi inutile, proprio ai fini perseguiti da Mosca oltre che di una soluzione pacifica e costruttiva della crisi, se emergesse in qualche modo che il Cremlino non solo sapeva delle intenzioni di Haftar ma non ha cercato di dissuaderlo dall’attaccare.

Se l’avesse invece fatto, senza successo, avrebbe ancora modo di correre ai ripari, nel proprio interesse e in quello generale, però in una situazione resa ancora più difficile e pericolosa sia che l’attacco andasse a buon fine, per i suoi promotori ed esecutori, sia venisse respinto.     

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