domenica, Marzo 24

Libia: «Dopo di me sarà il caos», parola di Gheddafi, e così è 2008: quando Gheddafi parlava di ‘popolo’, non c’era certo il benessere, ma neppure la disperazione

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A distanza di oltre due anni, ripubblichiamo, in occasione della ‘Conferenza Per la Libia’, in programma a Palermo il 12 ed il 13 novembre, un servizio che Pino Scaccia ci scrisse nell’aprile 2016 su ‘Libia quando c’era Gheddafi’.

***

Libia. Sembra un secolo, ma  in fondo era solo il 2008, otto anni fa: tre prima della caduta. Sparito per anni, Muammar Gheddafi alla ricomparsa in pubblico aveva chiamato a raccolta alcuni giornalisti occidentali. Ospiti, suoi ospiti. L’occasione era la festa della rivoluzione, ma lo scopo un altro: rimettersi in gioco, magari addirittura infilarsi nel mercato. Fratello leader, non più colonnello, che voleva lanciare un’altra grande ricchezza libica, dopo il petrolio, cioè il turismo.
Due giorni da turisti per Tripoli, riveriti e omaggiati (un piccolo tappeto, il libretto verde) ma sotto stretta sorveglianza, poi finalmente ci portano dal raìs.
L’appuntamento è in quella che  semplicisticamente chiamiamo casa, in realtà un compound smisurato dentro mura fortificate che si chiama tuttora Bab al Aziziya, diventato un parco divertimenti. Lo spazio è smisurato e forse ci fanno fare il giro largo proprio per sorprenderci: vediamo una piscina coperta, una giostra per bambini, un cinema, addirittura un piccolo zoo. Passiamo accanto a una specie di mausoleo: ci dicono che quella era la vecchia residenza, bombardata dagli americani nel 1986 e che c’è anche un altarino per Hana, la figlia adottiva del colonnello, uccisa a pochi mesi di vita in quell’attacco. Poi la sorpresa: non entriamo in casa, ma dentro una tenda, per anni simbolo anche un po’ folkloristico del personaggio, fedele alle sue origini da beduino.

Finalmente eccolo. A prima vista non lo riconosco, in base alle foto diffuse da regime, poi capisco che quella faccia così strana era solo in parte sua, cioè mutuata da mille plastiche, frutto di un’antica e pesante paura di essere ucciso. Poi parla, lentamente, con pause interminabili guardandoci in faccia uno ad uno. Il discorso dura ore, prima in arabo e poi (tradotto) in inglese.
Il termine democrazia non esiste in arabo e dunque non l’ho mai sentito, ma una parola ricorreva spesso, quasi un intercalare: ‘shab‘, che significa popolo, seguito immancabilmente da un aggettivo, ‘shabia‘, popolare. Mi colpisce la frequenza e quando arriva l’ora delle domande mi ci butto sopra.
Gheddafi, come fa a parlare di popolo quando in Libia non si vota, come fa il popolo a decidere se non vota?
Minuti interminabili di silenzio poi finalmente risponde: “Voto, elezioni? E che bisogno c’è? Il popolo qui già comanda, il popolo è sovrano, è il popolo che decide tutto. Io sono solo il fratello leader. Ogni tanto suggerisco, ma poi la decisione è popolare.
Mi può fare un esempio di quando il popolo decide?
Semplice. Il mese scorso ho proposto di assegnare contributi ai comitati di base (i comuni) per amministrare in maniera autonoma il loro territorio. A patto che pensassero a tutto, anche ai servizi essenziali, come strade e scuole.  I comitati si sono riuniti, con grande partecipazione popolare, hanno discusso e poi hanno deciso. Non volevano quel contributo, preferivano che ci pensasse Tripoli. Quindi la palla è tornato a me che sono costretto ancora a guidare quelle terre. Il popolo così ha voluto. E lui che comanda e io lo rispetto.
Mi fa all’orecchio un collega dell’’Ansa‘: “Questo è proprio democristiano”.

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