venerdì, Agosto 7

Libia: dialoghi al palo, e potenze piccole e grandi crescono La non volontà delle due parti di sedere al tavolo di Ginevra: gli attori esterni che combattano una guerra per procura in Libia sono l’ostacolo principale a qualsiasi tentativo di dialogo tra le parti

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A inizio settimana, il 24 febbraio, le due parti che si contendono la Libia avevano preannunciato che non si sarebbero presentate ai programmati colloqui di Ginevra guidati dall’ONU. L’una, ilParlamento con sede nella Cirenaica, quella del generale Khalifa Haftar, motivando l’assenza con il fatto che solo 8 delle 13 figure proposte per formare la delegazione dell’Esercito nazionale libico (Lna) alla conferenza intra-libica -responsabile, secondo quando stabilito nella Conferenza di Berlino, di rilanciare il dialogo politico- erano state accolte, l’altra, I’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, ovvero Fayez al-Serraj, aveva detto che preferiva attendere progressi nei negoziati del Comitato militare congiunto, che dovrebbe sostenere il dialogo tra le parti in guerra per raggiungere una tregua definitiva.

Di fatto i progressi militari non ci sono stati. Lo stesso lunedì 24 febbraio si era concluso il secondo round di colloqui tra le due parti in conflitto per arrivare a un cessate il fuoco, con, sostiene il comunicato diffuso dalla missione Onu in Libia (Unsmil), «una bozza di accordo per il cessate il fuoco», concordata tra le parti, che verrà illustrata «alle rispettive leadership per ulteriori consultazioni», con l’impegno di riprendere le discussioni il mese prossimo.
La bozza di accordo prevede di «facilitare il ritorno in condizioni di sicurezza dei civili nelle loro zone, con l’attuazione di un meccanismo di monitoraggio congiunto sotto il controllo di Unsmil e della Commissione militare congiunta» composta da cinque rappresentanti del governo di Tripoli e di altrettanti delle forze del generale Khalifa Haftar, si precisa nella nota.

Ieri, poi, il portavoce della missione Unsmil, Jean Alam, aveva annunciato che la prima tornata di negoziati politici sulla Libia previsti per oggi a Ginevra si sarebbe tenuta regolarmente, malgrado l’Esercito nazionale libico di Haftarsostenesse che non avrebbero partecipato, considerando che già scorsa settimana Tripoli aveva annunciato l’uscita del Governo guidato da Fayez Serraj dai negoziati dopo il bombardamento del porto di Tripoli da parte delle milizie fedeli all’uomo forte della Cirenaica.

Oggi, come previsto, fermo macchina: i membri del Parlamento con sede nella Cirenaica del comitato per il dialogo politico sono rientrati a Bengasi dopo essersi ritirati dai negoziati. Il secondo vicepresidente della Camera dei rappresentanti, Ahmaid Houma, Presidente del comitato per il dialogo, ha annunciato la sospensione e la Camera dei rappresentanti ha invitato la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) a rispondere formalmente alle domande della Camera e ad assicurare la partecipazione di tutti i membri del comitato di dialogo in rappresentanza del Parlamento e a fornire un’agenda chiara per le riunioni di Ginevra. Un modo per polemizzare, prendere le distanze, e, insomma, bloccare i dialoghi.

Nella vortice frenetico di questi giorni, di dichiarazioni e contro-dichiarazioni, tre fatti tutt’altro che secondari.
Il 23 febbraio il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Ahmad al Mismari, aveva denunciato che armi ed equipaggiamento militari forniti dalla Turchia era arrivati a Misurata, «unità di intelligence e da ricognizione hanno confermato l’arrivo di armi ed equipaggiamento dalla Turchia al porto di Misurata per sostenere le organizzazioni terroristiche ed i gruppi armati nella regione occidentale». Aggiungendo: «questo sostegno avviene pubblicamente davanti alla comunità internazionale e rappresenta una violazione della tregua».

Il giorno dopo, il 24 febbraio, il capo della sicurezza dell’amministrazione ufficiale di Tripoli ha chiesto agli Stati Uniti di allestire una base nel Paese per contrastare la crescente influenza della Russia in Africa. Fathi Bashagha, Ministro degli Interni del Governo di Accordo Nazionale riconosciuto internazionalmente, ha riferito che il suo Governo ha proposto di ospitare una base dopo che il Segretario alla Difesa USA, Mark Esper, ha esposto il suo progetto di diminuire la presenza delle forze americane sul continente e di concentrarsi sui dispiegamenti globali al fine di contrastare Cina e Russia.
Il governo di Bashagha combatte da mesi con le forze da est che stanno tentando di prendere il controllo della capitale comandate da Khalifa Haftar, il quale
è sostenuto dalla Russia.
«Il nuovo dispiegamento degli Usa non ci è chiaro», ha detto Bashagha, «ma speriamo che questo ridispiegamento includa la Libia in modo da non lasciare spazio che la Russia possa sfruttare».

Ieri, 25 febbraio, il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan rispondendo alle domande dei giornalistiha confermato la morte di due soldati turchi in Libia: «Abbiamo due martiri tra i nostri inLibia».

Una lettura che si può dare deriva proprio da questi 3 fatti, per nulla scollegati e probabilmente, nel recondito e neanche tanto, attinenti anche alla non volontà delle due parti di sedere al tavolo di Ginevra: gli attori esterni che combattano una guerra per procura in Libia sono l’ostacolo principale a qualsiasi tentativo di dialogo tra le parti. Turchia in primis, poi tutti gli altri, a partire dalla Russia, hanno molto a che vedere con questi dialoghi destinati avere vita grama.

Francois Vreÿ,coordinatore della ricerca del’Istituto di sicurezza, governance e leadership in Africa dell’Università di Stellenbosch, ben spiega il nascente problematico ruolo della Turchia sullo scenario libico.
La lettura dei fatti libici dall’angolatura degli interessi turchi offre un prezioso contributo per acquisire elementi funzionali a capire quanto in quel Paese sta accadendo.

Le pulsioni africane della Turchia sono iniziate nel 2003 quando Recep Tayyip Erdogan è stato Primo Ministro, posizione che ha ricoperto tra il 2003 e il 2014 prima di diventare Presidente. Nel corso di questi anni ha condotto 30 visite nei Paesi africani.

L’ingresso della Turchia in Africa è riconducibile all’ingresso sulla scena della Somalia nel 2011. All’epoca pochi Paesi sostenevano il Governo somalo. La presenza della Turchia in Somalia era inizialmente incentrata sugli scambi e sul sostegno economico, seguiti da questioni legate alla sicurezza. Nel 2016 ha aperto quella che si dice sia la più grande ambasciata turca d’oltremare a Mogadiscio.

Il coinvolgimento della Turchia in Africa è strettamente legato alle sue complesse relazioni con i Paesi del Medio Oriente. Un esempio sono i suoi legami con il Qatar. La Turchia ha ampliato lasua presenza militare nel Paese tra il 2015 e il 2019. Le relazioni tra i due si sono notevolmente rafforzate dopo il 2017, quando il Qatar si è disimpegnato dalla coalizione saudita combattendo nello Yemen. La Turchia è arrivata al punto di rompere il blocco del Qatar a guida saudita, offrendo aiuti e basando contingenti militari in Qatar.

Le iniziative della Turchia nella penisola arabica si sono evolute parallelamente a una crescente presenza nel continente africano.

La Turchia ha inizialmente scelto il ruolo di Paese che fornisce aiuti economici più checoinvolgimento militare. Il passaggio a una presenza militare divenne presto evidente con l’apertura di una base militare a Mogadiscio, in Somalia, nel settembre 2017 . Ciò è seguito al ritiro degli Emirati Arabi Uniti dalla Somalia su richiesta del Governo somalo.

Il coinvolgimento della Turchia in Libia è stato più recente. Ma, secondo Francois Vreÿ, esiste una somiglianza tra la Libia e la Somalia: entrambi i Paesi hanno governi deboli e vulnerabili e gruppi di opposizione armata.

Un fattore che guida in particolare gli interessi della Turchia nel Corno d’Africa deriva dalle percezioni di una nuova zona di interesse economico accentuata dall’intenso raggruppamento di potenze straniere nella regione del Mar Rosso, compreso un buon numero di Stati arabi. Gibuti è stato l’epicentro di questo.

E’ una lotta per il Corno da parte di grandi, medie e piccole potenze straniere

La più recente, e forse inquietante, avventura turca in Africa è in Libia, dove sta schierando forze di combattimento e di supporto al Governo di Tripoli. Ciò segna un significativo allontanamento dai suoi motivi iniziali economici e di assistenza per entrare nel continente.

L’azione è destinata ad aumentare le tensioni esistenti al largo della costa africana sul Mediterraneo.

Il coinvolgimento della Turchia in Libia è strettamente legato alla sua agenda marittima nel Mediterraneo orientale. È imperniato sul reciproco sostegno del Governo con sede a Tripoli per le difficili sfide turche ai confini marittimi che regolano l’accesso ai depositi energetici controversi. Ciò ha, in nuce, il potenziale per sconvolgere, o almeno stressare ulteriormente, le relazioni con Grecia, Cipro, Israele, Egitto e Italia, perché i confini marittimi sono ancora una questione irrisolta e assai dibattuta, afferma Vreÿ.Ma lo ‘sconvolgimento’ riguarderebbe anche altri Paesi, non direttamente coinvolti in quell’area marittima ma sul terreno libico si.

Il coinvolgimento turco in Libia può quindi essere visto, secondo Vreÿ come un tentativo di rafforzare le sue pretese su grandi tratti oceanici e risorse energetiche situate nel Mediterraneo orientale e in Libia. È improbabile che Israele, Grecia, Cipro ed Egitto stiano pigramente a guardare. Ogni Paese ha i suoi interessi vitali legati ai depositi di energia noti nelle aree marittime contestate, per questo ognuno di questi attori sta sostenendo le diverse fazioni del conflitto libico.

La mossa della Turchia rischia di prolungare il conflitto libico già troppo affollato di presenze straniere. La Turchia sembra vedere la Libia come un teatro per testare o commercializzare i suoi prodotti dell’industria della difesa e mostrare i suoi militari in Africa come uno strumento di politica estera turca.
L’Africa non può permettersi una terza zona marittima destabilizzata al largo delle sue coste se le rivendicazioni marittime turche provocano uno scontro -o blocchi- in mare su risorse, rotte marittime di comunicazione e infrastrutture marittime.
Se la posizione armata della Turchia influisce sull’accesso ai flussi di prodotti energetici, i molti Paesi minacciati dalle ambizioni della Turchia potrebbe ricorrere alla forza militare in Libia e nel territorio degli oceani adiacenti.

La Turchia nutre forti ambizioni nazionali e la volontà di crescere e usare i suoi muscoli militari in mare e sulla terra, accanto a strumenti economici.
Stati africani debolmente governati, come la Libia, forniscono terreno fertile per lo sfruttamento da parte di un numero crescente di Paesi più piccoli, ma ambiziosi. Insomma un nuovo colonialismo avanza da quelle parti, e la Libia è il terreno di scontro, con le due parti libiche assestate di sostegno economico e militare.

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