giovedì, Luglio 18

Libia: conferenza di Palermo, rischio photo shooting? Quali la posta in gioco e gli esiti possibili? Intervista ad Arturo Varvelli, co-direttore del dipartimento di ricerca su Medio Oriente e Nord Africa dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI)

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La Conferenza per la Libia programmata per i prossimi 12 e 13 settembre a Palermo si prospetta come un’iniziativa chiave per restituire a Roma una ruolo chiave nella difficile partita per la composizione dei conflitti in corso e la costituzione di un governo unitario e stabile nello Stato africano. Se fino a una settimana fa la riuscita di questa due giorni appariva incerta, la recente conferma della partecipazione di figure e potenze chiave nello scacchiere libico riapre un orizzonte promettente per il governo italiano. Una nota di Palazzo Chigi, giunta al termine di un incontro ufficiale, ha comunicato la presenza e ‘disponibilità al confronto’ del generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito Nazionale Libico, uomo forte che detiene il controllo della regione della Cirenaica, in contrapposizione con il governo provvisorio guidato da Fayez al-Sarraj. L’iniziativa italiana arriva quasi 5 mesi dopo la conferenza di Parigi dello scorso 29 maggio con cui Macron ha inteso imporsi sulla risoluzione della questione libica, nel quadro di una riaffermazione della leadership francese in Nord-Africa, spiazzando il tavolo dei negoziati guidato dalle Nazioni Unite e mettendo all’angolo il governo italiano e i suoi interessi strategici in Libia.

Quali la posta in gioco e gli esiti possibili della due giorni di Palermo? Lo abbiamo chiesto ad Arturo Varvelli, co-direttore del dipartimento di ricerca su Medio Oriente e Nord Africa dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ed esperto di relazioni fra Italia e Libia e politica interna libica.

Come nasce la conferenza di Palermo per la Libia?

Innanzitutto bisogna chiarire che i contorni di questa conferenza non sono ancora chiari, dal momento che ancora regna l’incertezza sull’agenda dei lavori e sulle effettive presenze di alto livello sia sul versante libico che su quello delle principali potenze coinvolte. Questa iniziativa certamente nasce come tentativo per cercare di riequilibrare i negoziati internazionali per la risoluzione della questione libica e ridare impulso e centralità alle Nazioni Unite sul tavolo delle trattative. In questo senso l’obiettivo del governo italiano è quello di ridefinire un’agenda e una road map più certa e sotto l’egida dell’ONU.

L’iniziativa italiana può leggersi come una risposta al particolare protagonismo del presidente Macron negli scorsi mesi sul fronte libico?

Indubbiamente la due giorni di Palermo intende rimettere al centro le Nazioni Unite dopo la confusione creatasi con la conferenza convocata a Parigi lo scorso maggio con cui Macron ha di fatto anteposto la leadership francese e i relativi interessi strategici ad una gestione più ampia e condivisa da parte della comunità internazionale. In quella occasione era stata imposta addirittura una data, il prossimo 10 dicembre, per le elezioni generali in Libia, senza che però chiarire né il percorso che avrebbe condotto alle urne per la definizione di un governo unitario, né i termini di una composizione fra le diverse forza in campo, in primo luogo i governi di Al Sarraj e di Haftar. Il tentativo italiano è quindi sì quello di restituire una coerenza al negoziato internazionale sotto le Nazionai Unite, ma evidentemente allo stesso tempo quello di sottrarre peso all’influenza francese nella partita sulla Libia. Sullo sfondo vi è inevitabilmente uno scontro sulla leadership in Libia fra Italia e Francia. Il problema è che – come per il vertice voluto da Macron – anche l’iniziativa italiana nasce con una debolezza di fondo e una estemporaneità che, viste le questioni in gioco, non fanno prospettare un esito significativo. Questa conferenza è stata pensata e organizzata con troppa rapidità, mentre ci sarebbe voluto molto più tempo per dare vita a un serio percorso preparatorio con cui elaborare una piattaforma di mediazione e un’agenda condivisa.

Quali gli esiti possibili di questa conferenza?

Il rischio è che si rivolva in un photo shooting e che l’Italia in qualche modo perda la faccia se non vi sarà un’adeguata rappresentanza dei principali attori in campo e un’agenda conclusiva credibile e realistica. E’ vero che la Russia ha confermato una presenza di alto livello, si dice nella figura del presidente Medvedev o del ministro Lavrov: ma ancora certezze ufficiali in questo senso non ve ne sono. Ancora non sono confermate presenze di alto livello da parte dell’Egitto, della Francia e degli Stati Uniti: attori fondamentali con cui costruire un accordo preventivo prima della due giorni palermitana. Inoltre, a parte il generale Haftar, non si hanno conferme di altri rappresentanti delle diverse fazioni in campo in Libia, cruciali per la definizione di un percorso di composizione e pacificazione dello Stato. Il vertice francese era stato criticato perché aveva portato attorno al tavolo solo 4 rappresentanti libici: allo stato attuale la conferenza italiana potrebbe portarne anche meno. Se veramente si rivuole fare una conferenza per la Libia e con le forze in campo in Libia bisogna coinvolgere pienamente tutti gli attori che rivestono un ruolo influente, in primo luogo Haftar e Al Sarraj. Allo stato attuale non vi sono le premesse perché questa conferenza possa essere risolutiva in alcun modo.

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