domenica, Giugno 16

Libia, Conferenza di Palermo: illegittima e poco produttiva Illegittima in punta di diritto internazionale perchè illegittimo fu l’intervento armato in Libia per rovesciare il Governo di Gheddafi, al quale l’Italia partecipò, e perché in forza del diritto di autodeterminazione dei popoli spetta ai libici decidere per il proprio futuro

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La ‘Conferenza Per la Libia’, in svolgimento da oggi a Palermo, è, o dovrebbe essere, o forse avrebbe dovuto essere, tra l’altro una ‘passerellaper il Governo italiano, e, in particolare, per il suo incolore Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Sarebbe facile sottolineare solo la pochezza del nostro Governo e dei nostri governanti. Ma, per una volta, vediamo di capire, invece cosa si cerca di fare e, specialmente, con quale legittimità’: dove, quando parlo di ‘legittimità’, mi riferisco a quelle internazionale in senso stretto.
Solo una, inevitabile notazione: se noi avessimo un Governo più credibile -meno discinto e polemicamente aggressivo, di quella aggressività propria dei deboli, e, francamente, razzista- molte cose sarebbero più facili. Perché è un dato di fatto che l’Italia è un ponte che sporge nel Mediterraneo non tanto verso la Libia, ma verso il mondo islamico, e, più genericamente, arabo-mussulmano. Ciò dovrebbe fare riflettere molto, ma molto più di quanto sembra che faccia.

La Libia, comunque, ex colonia italiana, era uno Stato, islamico, frutto di un colpo di Stato del generale Muammar Gheddafi, che depose la monarchia, e che era, però, riuscito ad instaurare nel Paese una relativa tranquillità. Certo, non proprio rispettosa dei diritti dell’uomo, anzi, in notevole e frequente violazione degli stessi, ma sotto il controllo stabile del Governo legittimo in carica. Sia chiaro, un Paese mai realmente unito dal punto di vista culturale e politico, come quasi sempre in Africa, dove gli Stati coloniali europei (Francia e Inghilterra, in testa, ma anche Belgio, Germania, Olanda e, purtroppo, Italia) hannocreatounità amministrative a dir poco improbabili e quindi preda di continui conflitti interni. Cose delle quali dovremmo tutti, retrospettivamente, molto vergognarci!

Per il diritto internazionale, è importante chiarirlo a tutti, uno Stato esiste ed è legittimo per il fatto che c’è effettivamente, e che riesce (e quindi fin tanto che ci riesca) a svolgere le sue attività regolarmente e senza interferenze da parte di altri Stati, o meglio, senza che le varie interferenze siano legittime e quindi efficaci. Beninteso sto semplificando al massimo un concetto che nel diritto internazionale è estremamente complesso, ma che, sintetizzato in quel modo, funziona -e sto pure sorvolando sulla origine ‘storica’ degli Stati. Comunque, quando lo Stato, sia pure nato da un colpo di Stato, riesca a consolidarsi a sufficienza, e, cosa fondamentale, a non reprimere in maniera inaccettabile alla luce delle norme di diritto internazionale la vita dei cittadini, dal punto di vista del diritto internazionale è uno Stato legittimo, per così dire ‘fino a prova del contraria’.
Beninteso, ci sarebbe da distinguere bene tra lo Stato come organizzazione politica interna e lo Stato come ente (soggetto) internazionale, tra Stato e Governo, eccetera. Ma la cosa che conta, ripeto solo per semplificare ma non per banalizzare, è che lo Stato in un certo momento storico sia sufficientemente consolidato da poter esistere da solo e, specialmente, da potere impedire che altri attentino legittimamente alla sua esistenza. Detto in termini più ‘paludati’: uno Stato nel diritto internazionale è un ente di fatto, che quando riesca a consolidarsi ed esistere anche nei rapporti con gli altri, diventa titolare di diritti e obblighi di diritto internazionale.
È molto discussa nel diritto internazionale moderno, la possibilità o meno di agire contro uno Stato in cui sia accaduto un colpo di Stato che abbia rovesciato il Governo precedente. Ma si può essere tutti d’accordo sul fatto che uno Stato, una volta consolidato e quindi il suo Governo, possa anche essere contrastato dagli altri Stati, ma non con l’uso della forza.

La faccio breve, per evitare di annoiare, ma per capirci possiamo fare qualche esempio, anche se negli ultimi cinquanta anni di Stati ‘nuovi’ proprio del tutto, se ne contano pochissimi, mentre molto più numerosi sono i casi in cui in uno Stato esistente (cioè dal territorio abbastanza chiaramente definito, magari a causa della amministrazione coloniale da parte di uno altro Stato, in genere europeo) cambi governo e regime politico. E dunque, ad esempio, il caso della Libia è appunto questo: in uno Stato preesistente se cambia il regime non cambia lo Stato: la Libia è indipendente dal 1951, dopo essere statatoltaall’Italia dopo la II guerra mondiale, dal 1947 quindi, e amministrata, in regime di amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite, da Francia e Inghilterra! E fu un Regno fino all’avvento di Gheddafi.
Ma, per fare un altro esempio, l’Algria è uno Stato che si è formato nella lotta contro il colonialismo francese: ha ‘cacciato’ i francesi ed è diventato, combattendo per farlo, uno Stato indipendente perfettamente legittimo, se pure discusso per il regime non molto ‘liberale’ del suo sistema politico.
Analoga a quella della Libia, invece, è la situazione della Tunisia, che, resasi indipendente dai francesi, ha poi di recente rovesciato il Governo autoritario esistente e lo ha sostituirlo con un Governo molto più ‘democratico’.
Sempre per fare un altro esempio, Israele è nato dall’affermazione della volontà di esistere (sia pure ‘facilitata’ dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1947 con la risoluzione 181) a partire dal 1948 (14.5) su un determinato territorio: appunto in gran parte identificato dalla Assemblea Generale.

Una volta consolidato, se preferite una volta ‘nato’, lo Stato è pienamente legittimato sia ad agire sul piano dei rapporti internazionali, che ad esistere, per cui un altro Stato che attenti alla sua sovranità commette un illecito internazionale molto grave.
Sempre per tornare all’esempio di prima, se è assolutamente indubbio che Israele ha diritto ad esistere in un territorio in parte ancora da definire, è altrettanto indubbio che commette un illecito internazionale nell’impedire alla Palestina di nascere come Stato sul territorio derivante dalle norme di diritto internazionale, dalle risoluzioni delle Nazioni Unite a cominciare da quella del 1947, ecc.
Agire contro uno Stato consolidato (e il suo regime politico) è in sé illegittimo, salvo casi assolutamente eccezionali, nei quali le violazioni dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali all’interno di quello Stato siano gravissime, oppure se lo Stato si dimostri aggressivo verso gli altri, come fu nel caso della prima guerra del Golfo, quando le Nazioni Unite intervennero militarmente per impedire che l’Iraq annettesse il Kuwait. Ma l’uso della forza armata per farlo non è lecito, ripeto salvo casi del tutto eccezionali. La Comunità internazionale, ad esempio, non è intervenuta militarmente in Rwanda, in Sudan, eccetera.

Non ha alcuna legittimità l’intervento armato in Libia per rovesciare il Governo di Gheddafi. Esistevano altri mezzi per cercare di ottenere quel risultato pacificamente, anzi altri mezzi per ottenere quel risultato dovevano essere esercitati, perché il diritto internazionale prescrive in linea di principio che l’uso della forza tra Stati è vietato, sempre.
La Corte internazionale di Giustizia condannò gli USA per aggressione contro il Nicaragua, proprio per questo motivo.
Che poi alcuni Stati lo facciano lo stesso è altro discorso: anche nel diritto interno l’omicidio è vietato, ma si pratica molto spesso, senza che ciò significhi che l’omicidio è lecito!

Un altro principio cardine del diritto internazionale moderno è quello della autodeterminazione dei popoli, che stabilisce che ogni popolo ha diritto di decidere da sé e senza interferenze esterne se e quale regime politico intende avere, e specialmente se e quali risorse intende sfruttare e cosa farne. Anche qui spesso gli Stati cercano (illecitamente) di appropriarsi delle risorse di altri Stati: nel caso della Libia, del petrolio. Farlo a prescindere dai governi in carica, è del tutto illecito, ma è anche chiaro che se uno Stato è più forte o più ‘cinico’ di altri, intanto il petrolio se lo prende e poi … si vedrà.

Attualmente in Libia, dopo averne distrutto il Governo legittimo (dal punto di vista del diritto internazionale, quello di Gheddafi, che piaccia o no, è così, e che lo si sia fatto per motivi umanitari è platealmente falso) si è venuta a determinare una situazione di caos assoluto, della quale, a stretto rigore di diritto internazionale, gli Stati e i governanti che la hanno determinata, compresa perciò l’Italia, dovrebbero rispondere, ad esempio dinanzi alla Corte Penale Internazionale.
La situazione attuale è quella di vari centri di potere che si sono affermati su parte del territorio, centri di potere che potrebbero, col tempo, consolidarsi quanto basta per diventare tre Stati separati e distinti.

La Comunità internazionale, e le Nazioni Unite cercano di impedirlo attraverso una conferenza di pace’, che, però, dal punto di vista del diritto internazionale, non ha alcun potere di imporre o di fare la pace, a meno di non decidere un vero e proprio intervento militare (in nome della salvaguardia dei diritti dell’uomo, ad esempio, sulla cui scarsa credibilità inutile aggiungere parole), in quanto è al popolo libico che spetta di decidere del proprio futuro, in nome del principio di autodeterminazione.
La Francia, che non ha nessun titolo per occuparsi della Libia esattamente come l’Italia, cerca di imporre delle ‘elezioni’ ovviamente poco affidabili data la situazione caotica della Libia, mentre l’Italia vorrebbe rinviarle ad un momento di maggiore ‘calma’, frutto di una mediazione tra le parti in causa sul terreno. È evidente che la Francia vuole le elezioni perché le vincerebbe Khalifa Haftar (che ha un esercito vero e proprio e che non a caso potrebbe non partecipare alla conferenza), amico della Francia e che darebbe al Paese libero accesso al petrolio, a danno dell’Italia, che vorrebbe esattamente l’opposto. Le ‘mani’ sul petrolio libico sono molte.

L’Italia ha cercato di organizzare la conferenza per essere al centro della soluzione, ma, a quanto pare, l’operazione non è riuscita molto bene, visto che, diversamente dal desiderato, gli Stati più importanti non hanno intenzione di impegnarsi sul serio -basti guardare il livello delle delegazioni e il caso Haftar, per portare il quale a Palermo sabato, apprendiamo dalle agenzie, in Cirenaica si sarebbe recata una delegazione italiana per convincere il generale-, e la Francia gioca chiaramente a tagliare fuori l’Italia.
Allo stato dei fatti, tutto il lavoro italiano produrrà qualche ora di discussione, molto poco produttive – ma, in politica internazionale è spesso così – che potrebbe, però, essere un primo passo verso una soluzione da raggiungere con molto tempo davanti, Francia permettendo.
Ottima cosa sarebbe coinvolgere seriamente la Russia, che, però, non sembra avere conseguito innamoramenti estremi per il nostro Presidente del Consiglio Conte, non diversamente da Haftar, che pure ha incontrato Conte qualche giorno fa.

Mi permetto solo di rilevare, fedele al principio che il Governo va sostenuto nella sua politica estera anche se non la si condivide, che il Governo italiano avrebbe molte più chance di concludere qualcosa di utile, non solo se fosse unito negli intenti (e non lo è, purtroppo), ma se evitasse di passare la maggior parte del proprio tempo ad insultare gli altri Stati, e in particolare proprio quelli (ad esempio Francia, Germania) da cui dipende buona parte della soluzione. Vedremo.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.