giovedì, Febbraio 20

Libia: conferenza di Berlino, USA in secondo piano La posizione statunitense rispetto a quanto sta accadendo a Tripoli appare difilata, in linea con quello che è ormai l’approccio consolidato

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L’annuncio dato dal Segretario di Stato Pompeo della partecipazione di una delegazione statunitense alla prossima conferenza sulla Libia a Berlino non giunge del tutto inaspettato. Negli scorsi giorni ha fatto molto rumore il tentativo di Russia e Turchia di negoziare una tregua stabile fra le forze del Libyan National Army del generale Khalifa Haftar e quelle fedeli al Primo ministro del Governo di accordo nazionale e Presidente del Consiglio presidenziale Fayez al-Sarraj. Nonostante i risultati degli sforzi compiuti siano stati ben lontani da quelli attesi e anche se l’iniziativa ha messo in luce una volta di più la distanza che esiste fra le parti in lotta, quest’ultima ha offerto l’ennesimo segnale dell’attivismo di Mosca e Ankara nel travagliato Paese nordafricano, attivismo che rischia di marginalizzare il ruolo degli altri attori interessati alla composizione della crisi. Non a caso, anche l’Alto commissario europeo per gli affari esteri e di sicurezza, Josep Borrell, ha recentemente deprecato in modo aperto quelle che ha chiamato le ‘ingerenze’ di Russia e Turchia negli affari libici e il ruolo dei due Paesi nello spingere la soluzione della crisi verso una viamilitare, in linea con quanto già accaduto in Siria.

Sinora, Washington ha tenuto sulla vicenda un profilo decisamente basso. Secondo voci di stampa, dopo il sostanziale fallimento dei negoziati di Mosca ci sarebbe stato un confronto telefonico fra il Presidente Trump e il suo omologo turco Erdogan, confronto nel quale la questione libica sarebbe stata affrontata nel quadro più ampio delle varie crisi che punteggiano l’attuale panorama mediorientale. Da tempo, tuttavia, la posizione statunitense rispetto a quanto sta accadendo a Tripoli appare difilata, in linea con quello che è ormai l’approccio consolidato dell’amministrazione, volto a minimizzare l’impegno del Paese nei contesti in cui gli interessi statunitensi non appaiono direttamente coinvolti. Questo atteggiamento è stato ampiamente criticato, così come è stata criticata una certa incoerenza dell’amministrazione stessa, che nei mesi passati ha ondeggiato, nel suo sostegno, fra al-Sarraj e Haftar con il risultato soprattutto di intaccare la credibilità del primo, che pure, godendo del sostegno delle Nazioni Unite (che hanno promosso e appoggiato il processo di riconciliazione nazionale che lo ha portato al governo) dovrebbe rappresentare il punto di riferimento della comunità internazionale.

La partecipazione alla conferenza di Berlino rappresenterà un allontanamento significativo da questa linea? Molto probabilmente no. L’annuncio dato dal Dipartimento di Stato lascia intravedere il permanere di un approccio cauto alla questione, volto anzitutto a consolidare il cessate il fuoco attualmente in vigore e solo in subordine a perseguire obiettivi più ambiziosi, sulla cui raggiungibilità sembra, tuttavia, esistere una certa sfiducia. Il principale timore appare legato al rischio di una nuova internazionalizzazione della crisi e a un ulteriore deterioramento della situazione militare. Fra l’altro, dopo l’annuncio di Haftar di non volere siglare la tregua promossa da Mosca e Ankara, il governo turco ha annunciato l’intenzione di accrescere ulteriormente il sostegno militare a favore del governo di al-Sarraj, mentre il suo avversario continua a godere di importanti appoggi da parte di Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Giordania. Washington ha già espresso le proprie riserve rispetto alla mossa annunciata dal Presidente Erdogan; d’altra parte, in mancanza di un credibile calo della tensione regionale, appare difficile che i moniti statunitensi possano davvero spingere Ankara a tornare sui suoi passi.

Da questo punto di vista, la situazione appare, quindi, di sostanziale stallo. L’esito deludente dei colloqui di Mosca ha messo in luce come gli attori sul campo – Haftar in primis – siano riusciti a conquistare, in questi anni, significativi margini di autonomia rispetto ai propri referenti internazionali, margini che consentono loro di resistere, in una certa misura, alle pressioni esercitate da questi ultimi. L’aumento del numero degli attori coinvolti e il confliggere delle loro agende ha rafforzato questa tendenza, permettendo alle forze in campo di ‘giocarne’ le influenze le une contro le altre e di mettere all’asta’ la propria lealtà fra i migliori offerenti. Il risultato è un contesto in cui anche le pressioni esterne risultano un’arma spuntata se non sostenute da un (improbabile) consenso di tutti gli attori coinvolti. Il ruolo di secondo piano sinora svolto dagli USA costituisce un ulteriore handicap, soprattutto per quanto riguarda l’assunzione, da parte di Washington, di una postura più attiva. Come nel caso siriano, altri attori hanno ormai occupato solidamente il campo, costringendo gli Stati Uniti – ove volessero davvero cercare di recuperare in qualche modo il tempo perduto – da un lato a subire la loro iniziativa, dall’altro a rincorrere sviluppi su cui il loro controllo è oggi, in molti casi, assai limitato.

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