giovedì, Febbraio 20

Libia: Conferenza di Berlino, il primo passo è ‘extra omnes’ Se la Conferenza ha centrato l’obiettivo di “isolare il conflitto dalle ingerenze esterne che di fatto lo hanno alimentato finora”, la strada per una sua soluzione appare comunque in salita

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È un bilancio in chiaroscuro quello che nelle ultime ore è stato fatto della Conferenza di Berlino per risolvere la crisi in Libia. Eppure, se è vero che non tutti i problemi hanno trovato soluzione, è altrettanto innegabile che l’obiettivo principale, ovvero imporre l’ ‘extra omnes’ a tutti quegli attori esterni che complicano, con le loro ingerenze, il conflitto libico, sembra, almeno sulla carta, sia stato raggiunto.

“Tutti gli Stati sono d’accordo che abbiamo bisogno di una soluzione politica e che non ci sia alcuna chance per una soluzione militare”, ha detto Angela Merkel al termine della Conferenza. “Abbiamo messo a punto un piano molto ampio, tutti hanno collaborato in modo molto costruttivo, tutti sono d’accordo sul fatto che vogliamo rispettare l’embargo delle armi con maggiori controlli rispetto al passato”. A Berlino “non abbiamo risolto tutti i problemi” sulla Libia ma “abbiamo creato lo spirito, la base per poter procedere sul percorso ONU designato da Salamé”.

Il grande lavoro diplomatico della Germania, forte della sua posizione terza rispetto alle fazioni rivali e anche rispetto ai veti incrociati del Consiglio di sicurezza ONU, ha portato alla sottoscrizione dei partecipanti alla Conferenza di un documento di ben 55 punti, raccolti in 6 pagine, non siglate dai due contendenti, Fayez Al Serraj, capo del governo di Tripoli, e dal Generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, entrambi presenti nella capitale tedesca, ma ancora incapaci di dialogare direttamente tra loro.

La fissazione di un cessate il fuoco permanente tra le parti in conflitto e l’auspicio di rilanciare il processo politico sono i due punti centrali della dichiarazione finale, comprendente anche: smobilitazione e il disarmo delle milizie, l’embargo sulle armi, la lotta al terrorismo, l’unificazione dell’apparato di sicurezza, il ripristino delle strutture economiche, un nuovo governo di accordo nazionale in Libia che sia rappresentativo di tutto il paese, l’istituzione di un meccanismo internazionale di “follow-up”.

Viene richiesto “a tutte le parti coinvolte lo smantellamento dei gruppi di armati e delle milizie in conformità all’art.34 dell’accordo politico sulla Libia e in riferimento alle risoluzioni 2420 e 2486 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. In tema di sicurezza, le parti della conferenza di Berlino si impegnano poi a “rispettare in maniera inequivocabile e completa l’embargo sulle armi” alla Libia stabilito dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a partire dalla 1970 del 2011.

Nel documento, inoltre, al Sarraj e il Generale  Haftar concordano di formare un comitato militare congiunto nel formato 5+5 incaricato di monitorare il cessate il fuoco in Libia. Una prima riunione di questo comitato dovrebbe tenersi a Ginevra nei prossimi giorni, secondo quanto dichiarato in conferenza stampa dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. 

Secondo l’ex inviato speciale in Libia dell’amministrazione statunitense guidata da Barack Obama, Jonathan M. Winer, “il comunicato di Berlino dice tutte cose giuste, ma il suo impatto dipende dal comportamento futuro dei paesi che finora hanno alimentato la guerra civile libica e da quello di Khalifa Haftar, che ha cominciato il conflitto: finora loro hanno deciso di cambiare strada, lui non l’ha fatto”.

Per il momento, però, il comandante dell’LNA, non demorde: è infatti partita in queste ore una vasta offensiva per controllare l’area di Al Qassi e altre zone a sud della capitale come Sidra e Khalatat. Come se non bastasse, l’uomo forte della Cirenaica ha disposto la chiusura dei giacimenti onshore presenti in Libia riducendo al minimo la produzione petrolifera del paese nordafricano dall’agosto 2011. Secondo le stime della stessa compagnia libica National Oil Corporation (Noc), una chiusura prolungata di giacimenti, oleodotti e terminal potrebbe portare l’output petrolifero a soli 72 mila barili al giorno (rispetto agli 1,2 milioni registrati nel mese di dicembre 2019). L’ultimo, duro colpo all’industria petrolifera libica è però avvenuto con la chiusura dell’oleodotto Hamada-Zawiya da parte del movimento di protesta “Rabbia del Fezzan”. Secondo quanto riferito dalla Noc, la stazione di Hamada-Zaeiya è uno snodo per gli oleodotti della Mellitah Oil e della Akakus, rispettivamente gli operatori dei giacimenti di Sharara e di El Feel. E questo a poche ore dal blocco dei terminal petroliferi di Brega, Ras Lanuf, Hariga, Zueitina, Sidra e di oltre cinquanta giacimenti petroliferi nel bacino di Sirte, iniziato lo scorso 17 gennaio da parte di un gruppo di leader tribali della Cirenaica, che ha costretto la Noc a dichiarare lo stato di “force majeure”, cioè l’incapacità di poter operare, annunciando una potenziale perdita di 800.000 barili di petrolio al giorno.

Ieri Italia e Regno Unito hanno presentato una dichiarazione congiunta, con il consenso di Washington, per condannare la chiusura dei pozzi petroliferi libici del sud-est, ma la Francia l’ha bloccata in sede Ue.

Anche oggi Roma, con forti interessi energetici in Libia dove è presente con ENI, ha ribadito la sua preoccupazione – come si legge in una nota della Farnesina – “per le azioni che hanno portato alla sospensione delle attività estrattive e dei terminal petroliferi in Libia. Si tratta di uno sviluppo che sta già avendo serie conseguenze per l’economia e il popolo libici. Nel momento in cui proseguono gli sforzi internazionali per individuare una soluzione politica alla crisi, l’Italia richiama la necessità di mantenere l’integrità e la neutralità della NOC, unica compagnia legittimata a operare nel Paese”. Situazione preoccupante, dunque, che, secondo molte critiche mosse al Governo Conte, l’Italia non ha saputo prevenire o trattare con decisione se non all’ultimo, con scarsa efficacia, perdendo il ruolo primario che storicamente il Belpaese ha sempre avuto in Libia. 

L’inviato speciale dell’Onu sulla Libia, Ghassan Salamé, si è detto contrario all’invio di truppe internazionali per la pace in Libia. “In Libia non si accettano le truppe straniere. E neppure vedo nella comunità internazionale la disponibilità a mandarne”. L’importante adesso è che il cessate il fuoco si traduca in una tregua duratura, ha aggiunto. E se la forza di interposizione è impossibile da realizzare considerata l’inesistenza di confini, l’operazione di monitoraggio dovrebbe piuttosto coinvolgere un piccolo numero di osservatori militari e non i caschi blu. 

Che ne sarà della Libia dopo la Conferenza di Berlino? Verranno rispettati gli impegni presi? Ha risposto a queste domande Silvia Colombo, Responsabile di ricerca per il Mediterraneo e il Medioriente dello IAI (Istituto Affari Internazionali).

 

Come è possibile valutare la Conferenza di Berlino?

Il documento è la conclusione scritta di una Conferenza che già di per sé è un evento interessante. In un momento di crescente tensione con il rischio di escalation che ha portato ad una nuova fase di conflitto drammatica, vista l’entrata in campo di attori come la Turchia o la Russia, già il fatto che si sia tenuta questa conferenza è di per sè un successo. Un successo in quanto l’obiettivo è stato di fatto centrato ed era molto diverso da quello delle precedenti conferenze internazionali: non arrivare ad una risoluzione del conflitto libico, ma piuttosto il tentativo di isolare il conflitto stesso dalle ingerenze esterne che di fatto lo hanno alimentato in questi mesi. Un obiettivo centrato per ora sulla carta visto che il documento, siglato dai diversi partecipanti, dovrà comunque poi essere implementato. Ora bisognerà vedere se le diverse parti avranno interesse a non acuire il conflitto e quindi implementare il documento, decisivo per un vero cambiamento in campo. 

Il fatto che le due parti non abbiano sottoscritto l’intesa rimanendo, al momento, incapaci di dialogare, ha un effetto negativo sugli impegni presi dagli altri attori? O comunque l’accordo è un punto di partenza? 

Non credo che sia un punto di debolezza nel senso che, in tutti questi anni, l’eccessiva enfasi data alle figure centrali del conflitto, Haftar e Sarraj, aveva comunque danneggiato qualsiasi tentativo di trovare un accordo profondo perché si sapeva che, nonostante fossero loro i protagonisti, l’eccessiva personalizzazione aveva fatto perdere di vista le effettive forze in campo. Di conseguenza, cercare di ripartire isolando il conflitto da queste interferenze, è senz’altro un punto positivo. Il fatto che Haftar e Sarraj non siano esplicitamente chiamati in causa in questo documento, da loro non boicottato, considerata la loro presenza a Berlino, secondo le attese. Certamente per tradurre concretamente quanto scritto nel documento, ci sarà bisogno di Haftar e Sarraj, o meglio della loro capacità di portarsi dietro una fetta di Paese. E questo é il punto delicato: quelli che sono di fatto gli equilibri regionali e internazionale della Libia sono sempre più lontani dalle dinamiche interne del Paese, non solo quelle militari che sono soprattutto esterne, ma quelle economiche e sociali del Paese: e cioè di come le due parti debbano rispondere a schemi sempre più polarizzati, sempre più difficili da ricondurre a questo testo diretto a regolare quello che gli attori esterni devono fare sul campo. 

In molti hanno espresso perplessità sulla Conferenza di Berlino, colpevole, secondo i critici, di aver ratificato la legittimità dell’interventismo estero nelle crisi locali, trasformando il negoziato tra le parti locali in uno che non può prescindere dagli attori esterni. In questo modo, si starebbe realizzando una sorta di ‘gestione permanente’ del conflitto, capace di garantire gli interessi di tutti senza, tuttavia, toccare le profonde cause locali. In altri termini, c’è effettivamente il rischio che la crisi libica diventi ben presto una ‘nuova Siria’? 

Sicuramente il campo si è allargato. Ma questo non è successo per caso, bensì si è voluto metterlo nero su bianco, prendendo atto dell’internazionalizzazione del conflitto che è già in corso. I diversi attori sono già coinvolti da molto tempo. Il rischio di non riuscire a tradurre questo accordo internazionale nei suoi aspetti più specifici c’è e ci sarà nel momento in cui gli impegni presi a Berlino non saranno rispettati anche dagli attori esterni i quali, necessariamente, devono passare per quegli attori interni che, volutamente, non sono stati coinvolti data la diversità di focus. Per questa traduzione, non si potrà prescindere da un secondo step, che dovrà comprendere gli attori libici: quindi non solo Sarraj e Haftar, ma anche tutta quella serie di attori socio-economici e politici che, di fatto, sono sempre più lontani da questa cornice internazionale. Per quanto riguarda il rischio di una ‘nuova Siria’, siamo ancora alle prime fasi del possibile processo di trasformazione in questo senso. Quello che salva la Libia è che si tratta di un Paese molto strategico, soprattutto per l’Europa e su cui gli occhi sono sempre più puntati. Non voglio dire che la Siria non sia altrettanto importante, ma è stata ‘carne da macello’ per gli interessi di tutti. La Libia è da questo punto di vista in una situazione peggiore: innanzitutto perché ci troviamo in una fase preliminare, ma soprattutto perché per i Paesi europei ha una centralità maggiore. 

Tra i vari punti dell’accordo sottoscritto a Berlino, vi è la smobilitazione delle milizie. Considerato il ruolo cruciale per la sopravvivenza del governo di Sarraj, è possibile eliminare un attore così importante nel contesto libico?

Chiaramente no, ma tutti gli aspetti dell’accordo sono strettamente collegati. In particolare, le milizie e tutto quello che ruota attorno alle milizie che mantengono in vita buona parte del Paese rende difficile fare questo discorso che viene fatto da diversi anni. Il motivo sta nel fatto che il conflitto è ancora in corso e le milizie non si faranno da parte finché sarà aperto. E poi perché bisognerebbe partire dall’aspetto economico il cui carattere distorto alimenta questo conflitto. 

Tra gli impegni, c’è la riunificazione degli apparati di sicurezza. Rimane un impegno ambizioso?

 Quello è un impegno che risale al 2018, ma non è stato fatto nulla dal momento che Haftar ha deciso di attaccare la Tripolitania. Sarebbe più opportuno partire, però, dalla creazione di un terreno favorevole che, in una situazione di conflitto, deve essere cercato attraverso altri meccanismi, come l’aspetto economico.

Parlare di aspetto economico, in Libia, vuol dire parlare di petrolio. Da qualche giorno, Haftar ha bloccato buona parte dei pozzi petroliferi libici. Il petrolio, dunque, potrebbe far pendere l’ago della bilancia a favore del Generale? 

Da parecchi anni Haftar usa questa arma a proprio favore. Quando si dice di affrontare il nodo economico, si riferisce proprio al petrolio e alla necessità di evitare che questa risorsa, su cui la Libia basa la sua sopravvivenza, diventi un’arma e, soprattutto, un dividendo della pace. La divisione delle risorse, come già avanzato in passato, potrebbe aumentare le tensioni. Quindi è sicuramente un nodo da affrontare quanto prima. 

Anche perché, sappiamo ormai da tempo, le milizie sopravvivono grazie al contrabbando di petrolio e, soprattutto dopo la sottoscrizione dell’intesa tra Sarraj e Erdogan, Tripoli ha ancor più interesse a mantenere voce in capitolo per quanto concerne le risorse energetiche.

Ecco l’internazionalizzazione del conflitto che lega a doppio filo tutti i contendenti. Sappiamo benissimo che la mossa di Erdogan è spinta da interessi energetici non tanto in Libia quanto nell’Eastmed, aspetto che coinvolge anche la Russia. 

La nomina di un Comitato militare congiunto (5+5) è un buon punto di partenza per un futuro dialogo tra le parti?

Sì, ma per le immediate conseguenze sul terreno ci dice ben poco. Bisogna però evitare il rischio di creare una nuova sovrastruttura che, come molte altre in Libia, non sia altro che lo specchio del conflitto e capace solo di aumentare le tensioni e non di diminuirle.

Venendo ai vincitori e ai vinti di questo negoziato, al momento si può affermare senza timori di smentite che Haftar appartiene sicuramente alla prima categoria, avendo ottenuto parificazione rispetto alla controparte tripolina. E’ corretto?

Sì e ormai non c’era alcun dubbio che fosse diventato una star. 

Di contro, Al Serraj è sempre più debole. 

Certo, anche per le dinamiche di una compagine sempre più frammentata che si trova a gestire in patria. 

E la Russia? 

Certamente non è vinta, ma non è neanche questa grande vincitrice. Lo sarebbe stato se si fosse conclusa la tregua a Mosca la settimana scorsa. Il fatto che non sia stata conclusa l’ha ricollocata nella stessa posizione degli altri attori esterni. La Russia sa di aver preso su Haftar, ma sa anche che il Generale ha dei padrini molto più potenti di lei rispetto a quanto possono garantirgli in termini di sostegno militare come Egitto ed Emirati Arabi Uniti. 

Anch’essi vincitori?

Sì, la strategia dell’Egitto e degli Emirati era quella di favorire il più possibile Haftar così che potesse schiacciare l’altra parte. Questo probabilmente non avverrà e le costringerà a rivedere le proprie strategie, le proprie priorità. 

Erdogan ha rivendicato il ruolo chiave assunto dalla Turchia nella crisi libica. Cosa si può dire a riguardo? 

Direi che la Turchia è una vincitrice non tanto della Conferenza quanto di quello che è avvenuto nelle ultime settimane. Sicuramente l’intervento turco ha rappresentato una svolta importante per la crisi in Libia, a scapito dei Paesi europei e dello stesso Haftar il quale, sebbene non fosse riuscito a raggiungere i propri obiettivi nei nove mesi precedenti, si è trovato di fronte un nuovo ostacolo.

E la Francia, sostenitrice di lungo corso dell’uomo forte della Cirenaica?

Non tanto la Francia in sé quanto tutti i Paesi europei credo ne escano con un ruolo ridimensionato e di fatto dalla parte dei perdenti. Questo perché, come nel caso delle Conferenze di Parigi e Palermo, a guadagnarci è soprattutto il Paese che ospita l’evento. Quindi l’’Unione fa la forza’ è rimasta completamente dietro le quinte. La politica estera comune europea ancora una volta non si è affermata sul caso libico. 

Anche l’Italia, nonostante la grande esperienza sul campo, è destinata all’irrilevanza? Tra l’altro, oggi il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è in visita in Qatar, e il dossier libico è sul tavolo.

È una condizione naturale per un governo impegnato su altri fronti e che, per quanto riguarda questo dossier, deve confrontarsi con altri giganti. L’Italia in quanto tale, e di questo ne è consapevole, può fare veramente poco per risolvere la crisi libica. Può farlo solo se si mette insieme agli altri Paesi europei. 

Quali errori ha commesso l’Italia? Sconta ad esempio, in particolare negli ultimi anni, la posizione incerta rispetto alle due fazioni, la mancanza di strategia di lungo respiro? 

Certamente e questo viene scontato da tutti i Paesi europei, non solo dall’Italia. Tuttavia l’Italia, seppur con una visione abbastanza ristretta, continua ad essere centrale per la Libia. Tutto sta nella capacità dell’attuale governo di inquadrare i risultati della Conferenza anche all’interno di una cornice nazionale. 

La Farnesina, nelle ultime ore, ha espresso forti preoccupazioni per gli interessi energetici italiani in Libia. Per ENI ci sono effettivamente pericoli?

Ricordiamo che Haftar ha bloccato i pozzi nella parte orientale e meridionale del Paese che controlla. La maggior parte degli interessi di ENI sono nella parte occidentale e da qui deriva anche la convinzione con cui inizialmente l’Italia si è spesa a favore di Al Serraj. Rischi grossi per ENI in fondo non ne vedo perché comunque è abituata all’estrema volatilità della sicurezza della produzione energetica libica. Chiaro che molto dipenderà dalla durata di questo momento e dal grado di difficoltà economica. 

Alcune assenze alla Conferenza di Berlino potrebbero delegittimare gli impegni presi?

Sicuramente delegittima un po’ perché riduce questa ambizione dell’accordo a coinvolgere tutte le parti esterne che hanno voce in capitolo in Libia. Per un Paese come la Tunisia, confinante con la Libia, risulta problematico perché è come voler dire che se non si hanno uomini sul campo non si può incidere, ma sappiamo che non è così. Tuttavia, non credo che queste assenze possano divenire un fattore determinante. 

Gli Stati Uniti hanno confermato il loro disinteresse per le sorti del Paese, data anche l’ormai raggiunta autosufficienza energetica che rende poco interessante la Libia sotto questo aspetto? 

Esattamente. 

Dopo la Conferenza di Berlino, l’ONU torna ad essere protagonista della risoluzione della crisi? 

Lo sarà perché a livello di forze sul campo o di forze di interposizione, è solo tramite l’ONU che tutto ciò potrà essere fatto e comunque, se è vero che le Nazioni Unite si erano impantanate in Libia, erano però l’unico rappresentante della Comunità internazionale sul campo. 

Che si tratti di operazione di monitoraggio o di forza di interposizione, quali limiti potrebbe incontrare un’operazione ONU?

Bisogna innanzitutto arrivare ad una richiesta maggiore da parte degli attori sul campo (milizie, Governo, parlamento, …) e quindi come i libici recepiscono l’ennesimo tentativo esterno di intervento nel proprio Paese.

In quest’ottica, ha ragione Erdogan quando sostiene che una missione di coordinamento dovrebbe essere fatta dall’ONU e non dall’UE? 

Sinceramente sì, ha ragione perché non si vede la grande capacità UE di impegnarsi in questo senso. Inoltre anche il nuovo Alto Rappresentante Borrell, così come Federica Mogherini, ha ribadito la necessità di un coinvolgimento della Comunità internazionale e quindi dell’egida ONU. Non vedo quindi al momento l’opportunità dell’UE di mettere in campo un’operazione indipendente. 

Nel pieno rispetto dell’impegno di far rispettare l’embargo sulle armi, potrebbe risultare efficace la riattivazione, suggerita dall’Alto Rappresentante Borell, della missione UE Sophia? 

Sarebbe sicuramente una cosa positiva perché ha sempre rappresentato una modalità per garantire la presenza europea. Quindi sarebbe auspicabile che all’interno del mandato ONU l’UE riuscisse a contribuire in questo senso. 

Sono trascorsi ormai due giorni dalla conclusione della Conferenza di Berlino e Haftar tiene bloccati i pozzi petroliferi mentre gli scontri non sembrano arrestarsi. Che segnale è questo da parte del Generale e da chi, secondo Lei, subisce maggiori pressioni affinché non interrompa l’offensiva?

Prima di fare un passo indietro, Haftar vorrà vedere come si comporteranno gli altri attori coinvolti. Quindi Haftar ha tutto l’interesse a continuare anche perché non ha nulla da perdere. Non saprei dire da chi riceve pressioni che, magari, non sono tanto esterne quanto piuttosto interne, da parte sua o comunque di figure molto radicali all’interno del panorama della Cirenaica. 

Può definirsi scampato il rischio di un’escalation locale e regionale? 

Purtroppo no e le prossime settimane potrebbero essere decisive. 

Chi, secondo Lei, potrebbe non rispettare gli impegni presi a Berlino? 

Non penso che qualcuno a priori non voglia rispettare questi impegni. Certamente i nodi sono molti.

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