giovedì, Ottobre 22

Libia, condanna a morte per il figlio di Gheddafi Saif al Islam

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Era nell’aria ma alla fine è arrivata oggi la sentenza: Saif al Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, è stato condannato alla pena di morte per fucilazione. L’uomo era stato catturato nel novembre del 2011 al confine tra Libia e Niger. Stessa sorte per il capo dell’intelligence dell’ex dittatore libico, Abdullah Senussi, per l’ultimo primo ministro dell’era Gheddafi, Al-Baghdadi al-Mahmudi, e per altre 6 persone. Le accuse per tutti sono di crimini di guerra e di aver represso le proteste pacifiche durante la rivoluzione. Una sentenza però che divide i due governi libici: da una parte Abdullah al Thani, riconosciuto dalla comunità internazionale, che rifiuta il riconoscimento del verdetto. A criticare il processo anche le organizzazioni umanitarie. Quello che ha condotto alla condanna a morte di Seif al-Islam e di altri otto ex gerarchi del regime di Gheddafi è stato un ‘processo-spettacolo’ secondo John Jones, l’avvocato britannico che avrebbe dovuto difendere il secondogenito dell’ex dittatore libico davanti al Tpi, il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja. Thorbjor Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa, ha criticato la decisione del tribunale di Tripoli: «Doveva essere presa dal Tribunale internazionale dell’Aja con un equo processo. Il Consiglio d’Europa resta determinato nella promozione dell’abolizione della pena di morte in tutto il continente europeo e nel mondo». Nel frattempo tre soldati libici sono rimasti  uccisi in un attacco sferrato da un attentatore suicida a Bengasi. A riferirlo al-Arabiya, secondo cui 11 soldati sono rimasti feriti.

La Turchia «non farà alcun passo indietro nella lotta al terrorismo» e le operazioni contro i jihadisti dell’Isis e le milizie estremiste curde «proseguiranno con la stessa determinazione». Ad annunciarlo il presidente, Recep Tayyp Erdogan, che ha voluto anche sottolineare, nonostante gli appelli di ieri, una chiusura definitiva ad una ripresa dei negoziati di pace con i separatisti curdi del Pkk. Ad incidere anche l’uccisione di un militare turco al confine con l’Iraq, mossa a cui Ankara ha risposto bombardando i militanti del Pkk. «Per noi è impossibile continuare il processo di pace con chi ha preso di mira la nostra unità e coesione nazionale». Dialogo solo se ‘gli elementi terroristici’ del Pkk deporranno le armi e lasceranno la Turchia, come confermato dal portavoce del presidente turco. Intanto a Bruxelles riunione speciale degli  ambasciatori dei Ventotto Paesi Nato che hanno espresso la piena solidarietà alla Turchia per la minaccia terrroristica che riguarda tutti gli Stati membri. Il segretario generale, Jens Stoltenberg, ha ribadito che le autorità turche «non hanno chiesto alla Nato un’ulteriore presenza militare in Turchia», negando che la Nato sia coinvolta nella creazione di una zona cuscinetto in Siria per proteggere i profughi. «Se un Paese membro Nato è sotto attacco, l’Alleanza deve sostenerlo in ogni modo», l’appello di Erdogan. E intanto scatta l’allerta per la possibilità di attentati sui mezzi pubblici a Istanbul, in particolare per alcune stazioni della metropolitana. E nella notte intanto un’esplosione nella provincia di Agri ha interrotto il flusso del gas nella conduttura con l’Iran. E si punta il dito, neanche a dirlo, contro il Pkk.
Sale la tensione in Medioriente. Indetta infatti una ‘giornata di collera’ da Hamas per il prossimo venerdì dopo gli incidenti di domenica all’ingresso della moschea al-Aqsa fra attivisti palestinesi e reparti della polizia israeliana con i primi che avevano cercato di impedire l’accesso ad alcuni religiosi israeliani che volevano celebrare la festività ebraica di Tishà Beav. Hamas, con un forte comunicato, ha espresso indignazione per il ripetersi di visite di ebrei nella Spianata delle Moschee e chiama a raccolta i palestinesi affinché venerdì affrontino le forze di sicurezza israeliane a Gerusalemme e in tutta la Cisgiordania. Ma non è tutto: secondo il Jerusalem Post cinquanta coloni israeliani sono stati arrestati dalle forze di sicurezza dello Stato ebraico, nell’insediamento di Beit El, a Ramallah, perché si sono opposti allo sgombero di un edificio occupato che doveva essere demolito. Intanto il presidente palestinese Abu Mazen ha chiesto per il 5 agosto un vertice urgente al Cairo con i ministri di 15 Paesi arabi per parlare della crescente tensione in Israele e la vicenda delle colonizzazioni e degli esodi forzati.

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