lunedì, Settembre 23

Libia chiama, Roma non risponde … malata di inconsistenza L’incapacità di difendere i nostri interessi di (ex) grande Paese industriale e civile, portatore forse della più grande civiltà della storia, proteso geograficamente e culturalmente verso i due mondi emergenti: quello arabo (mussulmano in particolare) e quello africano

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Per non farci mancare nulla, al turbinio inverecondo di insulti, minacce, proteste e sbeffeggiamenti del nostro ceto di politicanti (basti vedere, e non ne parliamo, quanto accaduto ieri sera in Consiglio dei Ministri) si aggiunge, nella sostanziale incomprensione pura e semplice di questi, una situazione internazionale complicata e pericolosa come poche, tanto più che si svolge alle nostre porte.
Mi riferisco alla situazione della Libia, che sta determinando una serie di scossoni tutt’altro che marginali e certamente non privi di effetti (dannosi) per l’Italia.

Sulla situazione ‘sul terreno’ in Libia, c’è poco da aggiungere qui, le cronache non mancano. E quindi mi limito ad una brevissima nota. Il tema ci interessa molto da vicino e noi forse, (e tra poco capirete il perché di questo ‘forse’) avevamo avuto dagli Stati Uniti una sorta di mandato a gestire la situazione. Ovviamente, gli usa non hanno titolo alcuno per dare mandati a chicchessia per occuparsi delle questioni attinenti ad un Paese, almeno teoricamente, sovrano. Ma dato che gli Usa sono, a torto o a ragione (secondo me, a torto, ma tant’è) tra i leader principali del globo terracqueo e non volendo essere coinvolti anche in questo pasticcio, avevanoriconosciutoil prevalente interesse italiano a gestire la questione. Il che, in un certo senso, era stata una nostra ‘vittoria’, nella misura in cui aveva permesso ditogliereuna possibilità di maggiore influenza alla Francia.
Bene, benissimo. Ma che abbiamo fatto?

Abbiamo riempito il Paese di armi (pare spuntate: le motovedette date alla Libia sono … disarmate, apparentemente perché poi le armano loro, malamente ma sempre pericolosamente) allo scopo di fermare i migranti, per la gioia sconfinata di Matteo Salvini e provocando (vogliamo dirlo chiaro e tondo, a valere fin dalla geniale azione di Marco Minniti?) centinaia di migliaia di prigionieri torturati in vari campi libici, e un numero imprecisato e imprecisabile di morti in mare, specie da quando, per soddisfare le pretese dell’amante dei mitra Salvini, anche quel po’ di navi che più o meno incrociavano nel Mediterraneo sono state ritirate e le già pochissime navi delle ONG che si occupano del salvataggio in mare sono state ridotte ad una o due.
Su quest’ultimo punto si è molto parlato sui giornali in particolare a proposito della nave Mare Jonio. Sul primo, le navi della Missione Sophia, a furia di strillare e pretendere l’impossibile dagli altri Paesi europei (i ‘Paesi’, gli Stati, non l’UE che in materia non ha alcuna competenza e non può, non può, agire), abbiamo ottenuto, di nuovo con grande gioia di Salvini (io dico Salvini, ma ogni volta che leggete questo nome, dovete aggiungervi, come in una giaculatoria, quelli di Di Maio, di Toninelli, di Conte e, da un po’, di Bongiorno) una cosa surreale: la continuazione della missione marittima, ma … senza navi.

In termini di gestione del conflitto libico, in realtà abbiamo fatto poco e male.
Inizialmente, fingendo di non capire (o forse non capendo, per carità è tutt’altro che impossibile) che il generale Khalifa Haftar (ora addirittura Feldmaresciallo, come Rommel e von Paulus … per chi conosce la storia quest’ultimo fu nominato così per sfregio, chi sa se il signor Haftar lo sa!) non aveva nessuna intenzione di accordarsi con Fayez al-Sarraj, per il semplice motivo che il primo vuole assumere il controllo dell’intera Libia, e specialmente del petrolio. Ciò in accordo con l’Egitto e oggi non solo dell’Egitto, ma dell’Arabia Saudita e degli Emirati del Golfo e anche, un po’ defilato ma ben visibile, della Russia.
Dopo, all’epoca della fallimentare Conferenza di Palermo, abbiamo da un lato toccato con mano quanto ci si potesse fidare di Haftar e della Francia che, un mese prima di noi aveva invitato i due a Parigi a stringersi la mano.
Ora, i sostenitori di Sarraj eravamo noi italiani, e quindi non c’è bisogno di Einstein per intuire che
l’invito a Parigi era diretto sostanzialmente ad Haftar. Ma noi, invece di reagire politicamente (al limite armando fino ai denti Sarraj … lo fanno gli altri, possiamo ben farlo anche noi no?), prima abbiamo insolentito la Francia in ogni modo e poi abbiamo altezzosamente organizzato il fallimento di Palermo, dove Haftar venne (quasi portato a braccia dai nostri diplomatici) senza incontrare nessuno e solo per farsi fotografare.

E noi abbiamo continuato a non fare nulla. Anzi, a insolentire la Francia, a confermare una ostilità verso la Russia, cui prima i nostri dioscuri facevano bacini e carezze, a strillare contro l’Egitto per la questione Regeni (così, detto pr inciso, garantendoci di non avere mai una risposta da Al Sisi) a sostenere che la Libia è un porto sicuro (roba da matti) e, insomma, ad assistere inattivi agli sviluppi. Dimenticando anche che Haftar ha il sostegno della Arabia Saudita, che è il principale alleato degli usa in Medio Oriente. Quindi, abile lui non noi, è ‘amico’ della Russia e degli usa!

Risultato: improvvisamente, Trump si rende conto della nostra assoluta inconsistenza e, probabilmente richiamato dagli alleati mediorientali, si mette in contatto diretto con Haftar, passando allegramente sulla nostra testa. Non è ancora chiaro, credo nemmeno all’Amministrazione americana (Trump è sempre quello che è) se questa mossa voglia o meno significare un cambiamento di alleanze, un abbandono di Sarraj, insomma, ma certo è una mossa che cambia parecchie carte in tavola e richiederebbe, avrebbe richiesto, una reazione, sia pure minima, da parte nostra. Specie se è vero, come sembra molto probabile, che la Francia in realtà faccia il doppio gioco.

Il punto cui voglio arrivare non è affatto quello di definire i nostri interessi e meno che mai i diritti nostri e delle popolazioni locali. Ciò che voglio, e con grande dolore, sottolineare è la ormai conclamata nostra totale irrilevanza nella politica internazionale, il che vuol dire, l’incapacità di difendere i nostri interessi e cioè gli interessi di un (ex) grande Paese industriale e civile, portatore forse della più grande civiltà della storia, che è proteso geograficamente e culturalmente verso i due mondi emergenti: quello arabo (mussulmano in particolare) e quello africano.

Sorvolo anche sui nostri interessi energetici e sull’errore marchiano fatto andandoci a cercare un accordo separato con la Cina; non perché non si debba perseguire (Francia e Germania lo hanno fatto, ma in un quadro ben diverso, quello europeo), ma perché da soli, e per di più in funzione polemica con gli altri Paesi dell’Europa, rischiamo solo di fare danni a noi stessi innanzitutto.
Se è vero, come taluno afferma, che Trump ci è passato sulla testa per parlare con Haftar per ‘punirci’ dell’accordino con la Cina, almeno qualcuno dovrebbe domandarsi perché non lo ha fatto con il resto dell’Europa e in particolare con la Francia e la Germania, che hanno fatto affari per trecento miliardi contro i nostri striminziti due!

Sarebbe venuto il momento di cominciare a riflettere seriamente sulla questione, ci stiamo mettendo in una situazione di notevole difficoltà e, secondo me, ora (e per la prima volta) anche di pericolo. Perché, per usare le parole di Claudio Tito su ‘Repubblica’: «Il nostro Paese è il più interessato a risolvere la guerra civile in corso tra Haftar e Serraj. Ma il governo di Roma non c’è. Non c’è nella partita di Tripoli. Non c’è soprattutto nello scacchiere internazionale. È irrilevante. Ed è irrilevante perché è isolato. È isolato perché inaffidabile e con una politica estera incomprensibile ai più. Come i bambini che strillano senza ottenere niente».

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.