giovedì, Ottobre 17

Libia, ai tempi della Conferenza di Palermo Il quadro che si prospetta è tra i più intricati e ardui

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La Libia dall’ottobre 2011 è, di fatto, una terra di nessuno, col rischio che possa trasformarsi in una sorta di Somalia sul Mediterraneo. Per evitare tale rischio uno dei tentativi  messi in campo dalla diplomazia -negli anni ne sono andati in scena parecchi, con la diplomazia francese e quella italiana che cercano di accaparrarsi, anche a colpi di sgambetti, il ‘controllo politico’ della Libia che verrà-   è laConferenza Per la Libia’, in programma a Palermo il 12 ed il 13 novembre.

Il quadro che si prospetta è tra i più intricati e ardui che lo scenario internazionale attuale offra. Da un lato il Governo di Accordo Nazionale di Fayyez Al-Sarraj nella Tripolitania -riconosciuto dalla comunità internazionale-, dall’altro l’Esercito Nazionale Libico nella regione della Cirenaica sotto la guida del Generale Haftar, dato ad aprile per morente, ma di nuovo al centro dei giochi. Ma il quadro della situazione libica che si presenta alla Conferenza di Palermo è molto più complesso e vede sostanzialmente l’ovest in mano a milizie solo formalmente vicine al Governo Serraj, ormai isolato anche a livello internazionale, ma di fatto svincolate dal suo controllo.

Nell’est Haftar appare sempre piu’ blindato dai suoi alleati, Russia ed Egitto e in parte anche dalla Francia, che ne assecondano le aspirazioni politiche e militari. Il Fezzan è in mano a gruppi jihadisti e bande criminali.
Il grande problema della Libia è la sicurezza. Forti del caos che regna nella capitale i gruppi criminali e le organizzazioni jihadiste, in prevalenza arroccate nell’entroterra, hanno il campo libero per portare avanti i loro obiettivi di espansione territoriale, proiettandosi verso la costa. Secondo il rapporto delle Nazioni unite del 27 luglio 2018, vi sarebbero tra i 3.000 e 4.000 combattenti dello Stato islamico sparsi per il Paese. Inoltre, le organizzazioni criminali, forti dell’assenza di un reale controllo, portano avanti indisturbate i loroaffari’, depredando l’economia locale e alimentando i traffici illegali che, dopo il calo delle partenze dei migranti dalle coste libiche, si basano soprattutto sul contrabbando di petrolio e di stupefacenti.

Il 29 maggio di quest’anno, il Presidente francese Emmanuel Macron aveva organizzato un vertice a Parigi a cui erano stati invitati Fayez al-Sarraj, il Generale Khalifa Haftar, il Presidente della Camera dei Rappresentanti, Aguila Salah Issa e quello del Consiglio di Stato Khaled al-Mishri. L’esito del vertice aveva accordato tutti sulla proposta della Francia, ovvero tenere le elezioni il 10 dicembre. Grande assente, però, era l’Italia, in quel momento ancora alle prese con la crisi istituzionale per la formazione del governo che si risolverà solo tre giorni dopo, con l’arrivo di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Tra Francia e Italia, è cominciata a salire la tensione, dovuta soprattutto all’immigrazione e alla sua gestione da parte del neo-ministro dell’Interno Matteo Salvini che, in occasione degli scontri tra milizie avvenuti nel settembre scorso, ha nuovamente accusato Parigi di destabilizzare la Libia e criticando l’ipotesi di elezioni entro fine anno.

Ora l’appuntamento del 2018 è, per tutti, a partire proprio dalla Francia, slittato. «Una Conferenza nazionale si terrà nelle prime settimane del 2019 e il successivo processo elettorale dovrebbe iniziare nella primavera del 2019»: lo ha annunciato ieri l’inviato speciale per la Libia, Ghassan Salamé, riferendo al Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla situazione in Libia.

Salamé ha sottolineato che la Conferenza nazionale «sarà una piattaforma per dare voce alla popolazione libica non sarà una nuova istituzione, nè vuole sostituire quelle esistenti». E “il supporto della comunità internazionale sarà cruciale», ha aggiunto.

Due giorni fa Salamé ha ricevuto il rapporto conclusivo delle consultazioni tenute da aprile a luglio con tutti i settori della società civile, in oltre 40 località di tutta la Libia, così come con i gruppi della diaspora residenti all’estero. Stando al comunicato diffuso due giorni fa dall’Onu, le consultazioni hanno coinvolto oltre 7.000 libici, mentre milioni di altri hanno seguito il processo attraverso i social o i media tradizionali.

Ieri il premier del Governo di Tripoli, Fayez al-Sarraj, ha sollecitato la Comunità internazionale ad adottare «una visione comune sul dossier libico», durante la conferenza di Palermo. In un’intervista concessa alla ‘France presse’ nella sede del suo Governo di accordo nazionale a Tripoli, e ha sottolineato «la necessità di unificare le posizioni di Italia e Francia sul dossier libico», «in modo che non ci siano punti di discordia» tra di loro».

E qui sta il problema: la visione comune tra Francia e Italia è lontana da venire, il primo ostacolo è il petrolio, in secondo luogo, in Libia giocano anche altri attori, il più importante dei quali è la Russia.

La Russia ha confermato di essere un player dinamico e influente anche sulla Libia, come già in Medio Oriente. Ma la posizione di Mosca sulla Libia del dopo Gheddafi è sempre stata poco netta: appoggia gli sforzi dell’Onu e del Governo di Fayez al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, ma allo stesso tempo dialoga attivamente e spesso ha fatto intendere di voler dare anche un aiuto militare al generale Khalifa Haftar, l’antagonista della Cirenaica, uomo forte del governo di Tobruk.
Mosca, alla vigilia di questo vertice, ha espresso preoccupazione per un ‘rischio escalation’.  Ma a cosa mira il Cremlino in Libia?

La posizione della Russia è stata riassunta da Lavrov, a margine dell’ultima Assemblea generale Onu a New York. «Stiamo provando a contribuire a creare le condizioni per un processo politico e non penso ci debbano essere delle scadenze artificiali», ha detto in conferenza stampa. «Abbiamo ben accolto l’incontro che c’è stato a Parigi a maggio, e appoggiamo gli sforzi dell’inviato speciale del Segretario Generale dell’Onu, Salame’, ma dire che dobbiamo morire per assicurarci che le elezioni avvengano a dicembre, non credo sia un segnale giusto». Mosca pensa che le elezioni si debbano tenere, solo quando si sarà raggiunto un accordo tra le varie forze in campo. Accordo che, come denunciato da Lavrov da New York, «ancora non vedo»

Di recente nella capitale russa si sono avvicendati in visita il ministro dell’Economia del Governo di accordo nazionale, Naser al Darsi, e l’attivista politico, appoggiato dal leader della Cirenaica, Aref Ali Nayed, il quale ha già annunciato di volersi candidare come indipendente, nel blocco di Haftar’ alle attese presidenziali libiche. L’interlocutore russo di riferimento, per tutti gli schieramenti libici, è sempre il vice Ministro Mikhail Bogdanov (a Palermo dovrebbe esserci lui) profondo conoscitore del Nord Africa e del Medio Oriente e che ha ricevuto entrambi. La Russia porta avanti sia i colloqui politici per stabilizzare la situazione, che quelli per assicurarsi un posto di primo piano nella ricostruzione e nella cooperazione militare ed economica con la futura Libia.

Con i russi, il Ministro Darsi -accompagnato da diversi businessman- ha discusso, invece, soprattutto di cooperazione economico-commerciale.
Secondo quanto da lui stesso riferito al quotidiano ‘Kommersant’, al centro dell’interesse libico vi sono i negoziati con le Ferrovie russe per la costruzione dell’alta velocità Bengasi-Sirte (un progetto da 2,2 miliardi di euro, in un’area controllata da Haftar, ‘amico’ della Russia) – la «questione infrastrutture e’ basilare  e la Russia in questo ha molta esperienza e l’approvvigionamento di grano.”La questione infrastrutture e’ basilare – ha spiegato Darsi – e la Russia in questo ha molta esperienza», ha detto Darsi. Altra questione cruciale è quella dell’approvvigionamento di «due importanti prodotti, grano per il pane e foraggio per i mangimi», ha detto il Ministro nell’intervista, prospettando un accordo del valore complessivo di 700 milioni di dollari.

La Russia è certamente interessata alle infrastrutture, l’energia e le forniture di armamenti,  

Secondo gli analisti, la difficoltà di schierarsi apertamente a fianco del leader della Cirenaica porterà Mosca a intensificare l’interazione col Cairo, con cui condivide molte idee sul futuro della Libia. Secondo l’analista russo Dmitri Frolovsky  «In una situazione in cui le relazioni russo-egiziane sono in aumento il coordinamento con l’Egitto può essere la principale tattica di Mosca per rafforzare Haftar, in questa fase». Da ricordare, che Mosca e il Cairo hanno completato il testo dell’accordo sull’uso congiunto dello spazio aereo e delle basi militari egiziane. Altri modi per sostenere indirettamente Haftar possono essere sia l‘invio di mercenari russi a sostegno dell’Esercito nazionale libico, comandato dal generale, e anche la cooperazione economica: la Russia l’anno scorso, ha stampato dinari libici destinati all’est del Paese e ha aperto piccoli uffici della Camera di commercio russo-libica a Bengasi, Tripoli e Misurata.
Di certo, assicurandosi un ruolo chiave in Libia, Mosca punta non solo a rafforzare la sua posizione in Medio Oriente e a garantirsi l’accesso a uno dei Paesi più ricchi di petrolio della regione, ma anche a conquistare un’importante leva di influenza sulle politiche dei Paesi europei, come l’Italia e la Francia, per i quali la Libia rappresenta la porta verso l’Ue della maggior parte dei flussi migratori.

Ma, al momento, Italia e Francia viaggiano su due binari completamente opposti. Parigi, in particolare dopo l’inizio del governo giallo-verde, è rivale su molti fronti di Roma, compresa la gestione dell’immigrazione e del processo di stabilizzazione della Libia di cui Macron ha provato ad assumere la leadership, ma non è andata come sperava. Intanto perché, nell’incontro di luglio tra Trump e Conte, il presidente americano ha assicurato all’Italia il sostegno per una cabina di regia guidata da Roma.  

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