venerdì, Febbraio 22

Libia: accordo di Skhirat scaduto. E ora che si fa? Intervista esclusiva con Daniele Scalea, Direttore dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG)

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Ieri, 17 dicembre, è tecnicamente scaduto l’accordo di Skhirat sulla Libia. Il patto è stato firmato sotto controllo delle Nazioni Unite nella città marocchina il 17 dicembre 2015 e la durata prevista era di due anni. A firmare l’accordo di Skhirat, o Accordo Politico Libico – Libyan Political Agreement, LPA – sono stati 90 membri della Camera dei Rappresentanti di Tobruk – città della Cirenaica ad oggi sotto il dominio del generale Khalifa Haftar -, e 69 deputati del Congresso Nazionale di Tripoli – città base del Governo di unità Nazionale di Fayez al Sarraj.

I due principali attori politici libici, sinora, sembra non abbiano trovato un accordo reale. L’LPA prevede la creazione di un’unità nazionale, un obiettivo ad oggi del tutto fuori dalla portata del Paese. Infatti, lo scenario politico libico attuale è frammentato e dispersivo. L’unità sembra davvero lontana, purtroppo. Secondo l’accordo firmato a Skhirat, l’unità nazionale dovrebbe fondarsi su di un Consiglio di Presidenza, un Gabinetto e un Consiglio di Stato. Oltre ciò, il potere legislativo spetterebbe al Parlamento di Tobruk, e prevede l’istituzione di un Consiglio superiore per l’amministrazione locale, una commissione per la ricostruzione, il Consiglio per la difesa e la sicurezza e, infine, la stesura di una nuova Costituzione.

Secondo l’articolo 8 dell’LPA, le le nomine e le decisioni militari spetterebbero al Consiglio di Presidenza, escludendo di fatto Khalifa Haftar. L’accordo di Skhirat ha creato forti tensioni politiche nel Paese, nonostante il ‘cessate il fuco’ siglato a Parigi lo scorso 25 luglio tra il Generale e Sarraj.

L’accordo in sé presenta alcuni limiti, tra cui la mancata inclusione di tutti gli attori libici, e la presenza di punti critici, come ad esempio l’articolo 8 (Haftar ha dichiarato la sua abolizione come condizione sine qua non). Nonostante ciò, il patto ha dato come risultato la creazione del Governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj, il cui mandato sarebbe rinnovabile una sola volta. D’altra parte, però, Haftar non ha mai riconosciuto l’esecutivo di Sarraj e, sin da allora, rappresenta una forte fazione d’opposizione. Ora però che l’accordo è scaduto, sembra che la Libia rischi di cadere in una crisi ancor più profonda. A dimostrarlo è la preoccupazione degli attori regionali. Ieri, ad esempio, i ministri Esteri di Tunisia, Egitto e Algeria si sono incontrati a Tunisi per affrontare il delicato tema ‘Libia’, e i possibili sviluppi nel Paese.

L’accordo di Skhirat, però, sembra essere ancora legittimo per il Consiglio di Sicurezza e per le Nazioni Unite. Lo scorso giovedì, infatti, il Consiglio delle Nazioni Unite ha dichiarato che l’accordo politico libico di Skhirat «rimane l’unico quadro praticabile per porre fine alla crisi politica in Libia». Nella dichiarazione adottata, i Paesi membri avrebbero poi riconosciuto l’attuazione dell’LPA come «..una chiave per tenere le elezioni e per finalizzare una transizione politica, respingendo le false linee temporali che servono solo a minare il processo politico facilitato da Nazioni Unite».

Dello stesso parere è l’ONU. Secondo l’organizzazione, infatti, l’accordo di Skhirat è «l’unica cornice praticabile per mettere fine alla crisi libica, la cui implementazione rimane cruciale per tenere le elezioni e concludere la transizione politica».

Se il Consiglio di Sicurezza e le Nazioni Unite sembrano trovarsi d’accordo, lo stesso non si può dire del Generale di Tobruk, Khalifa Haftar. Il leader della Cirenaica sembrava che stesse contando i giorni, aspettando con ansia il 17 dicembre e lo scadere di questo accordo ‘vincolante’. Durante un suo discorso trasmesso ieri, il Generale avrebbe riconosciuto pubblicamente l’accordo come scaduto. Il termine dell’LPA, ha continuato Haftar, rischia di rappresentare «una svolta storica e pericolosa» per il Paese, dal momento che dopo il 17 Dicembre, e quindi da oggi, tutte le entità nate con l’accordo di Skhirat perderebbero automaticamente legittimità – una cosa che il Generale contestava sin dal primo giorno della loro entrata in carica.

Lo scadere dell’LPA e le posizioni discordanti prese da Haftar e dal Consiglio di Sicurezza rischiano, pertanto, di rendere la crisi politica in Libia ancor più acuta del previsto e di catapultare ulteriormente il Paese nordafricano nel caos più totale.

Tutto sembra pesare sulle spalle del nuovo inviato ONU in Libia, Ghassane Salamè, ex-Ministro della cultura francese e professore di relazioni Internazionali. A settembre si sono tenuti degli incontri a Tunisi – convocati dallo stesso Salamè – per raggiungere l’emendamento dell’accordo libico, ma i meeting non hanno dato il risultato sperato.

Il successore di Martin Kobler sembra, però, avere un piano e si mostra ottimista. Nel corso dei lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, lo scorso 20 settembre, Salamè avrebbe, infatti, presentato un piano di risoluzione volto a guidare la Libia verso una stabilità politica. La road map di Salamè includerebbe 3 punti fondamentali. Il primo riguarda una modifica dell’accordo marocchino. Quest’ultimo, secondo l’inviato ONU, rimane la base per la risoluzione libica, ma sarebbero necessarie delle modifiche rispetto ad alcune parti che sinora hanno impedito la sua piena attuazione – come ad esempio l’articolo 8 -.

Un secondo punto riguarderebbe l’istituzione di un Congresso Nazionale che coinvolga tutte le parti libiche in gioco, il cui fine ultimo sarebbe l’indizione di elezioni legislative e presidenziali entro l’estate del 2018. Infine, il piano di Salamè mirerebbe a ridurre i membri del Consiglio di Presidenza da 9 a 3, individuando inoltre un Primo ministro a reggenza del Governo libico.

Gli obiettivi di Ghassame Salamè lasciano ben sperare, lo stesso però non si può dire delle misure adottate e i rispettivi procedimenti. Ad esempio, il piano presentato per le modifiche dovrebbe seguire le procedure standard previste dall’Accordo di Skhirat – un patto ad oggi scaduto. Una volta individuate le misure opportune, quest’ultime dovrebbero essere presentate al voto del Parlamento di Tobruk, e quindi al vaglio del Consiglio di Stato di Tripoli. Un percorso difficile, il cui primo ostacolo potrebbe essere Khalifa Haftar e la sua intransigenza.

Salamè sembra però non pensarci, e in un’intervista di ieri ha dichiarato che lo strumento base per avviare un processo politico volto alla stabilità in Libia sarà l’accordo di Skhirat. Ha, poi, aggiunto l’inviato ONU che se l’LPA sarà considerato scaduto, la sua missione adotterà nuove misure comunque capaci di garantire la stabilità politica nel Paese.

Quali saranno le misure adottata da Salamè per risolvere la crisi libica? E cosa ne sarà, adesso, del Paese? Abbiamo cercato di capirlo insieme a Daniele Scalea, esperto dell’area e Direttore dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) di Roma.

 

L’accordo di Skhirat è stato siglato due anni fa e tecnicamente sarebbe scaduto. Quali limiti ha dimostrato di avere questo accordo durante questo biennio?

L’accordo avrebbe dovuto creare un Governo di Accordo Nazionale: è riuscito a instaurare un nuovo Governo ma non certo l’accordo nazionale. Il nuovo Governo di Al-Serraj ha più riconoscimento internazionale che nazionale, si è aggiunto e non sostituito alle due entità che già precedentemente si contendevano il Governo, né ha saputo ricomporre il mosaico di milizie e tribù che si spartiscono il potere reale in Libia, soprattutto nella parte occidentale. La debolezza principale è che si tratta di un tentativo di stabilizzazione e riunificazione della Libia calato dall’alto, da una ‘comunità internazionale’ per giunta molto divisa al suo interno, e soprattutto non pronta ad assumersi tutti quegli oneri e rischi che avrebbe richiesto un obiettivo tanto ambizioso. Si sconta ancora l’errore del 2011, quando Paesi regionali e non scoperchiarono il vaso di Pandora della frammentazione interna alla Libia spodestando Gheddafi, ma senza essere pronti a sacrificare uomini, mezzi e denaro che sarebbero stati necessari per ricostruire le istituzioni e la convivenza nel Paese nordafricano.

In che modo crede che potranno essere arginati?

O si abbandona la Libia a sé stessa, lasciando che risolva da sé i problemi che le sono propri ma che abbiamo contribuito decisamente a far emergere e ad esacerbare (subendo di conseguenza tutte le ricadute negative, come i flussi incontrollati di migranti e l’installarsi di milizie jihadiste), oppure bisogna mettere cinicamente in campo un’intensa azione diplomatica, capace di unire i più importanti attori libici, affiancata da un’azione militare che sottometta quegli attori libici che sono ‘di troppo’. Un problema aggiuntivo è che però anche le potenze esterne hanno interessi e progetti differenti sulla Libia, sicché spesso fomentano l’instabilità anziché curarla.

Per il Consiglio di Sicurezza ONU l’accordo non è scaduto, ma è l’unico percorso possibile per giungere a una struttura politica stabile in Libia. Lei cosa ne pensa?

Tecnicamente l’Accordo è scaduto, avendo raggiunto i due anni di vita previsti, anche se con qualche cavillo si può sostenere che non sia così. Nei fatti, dal momento che si è reputato di trovare uno sbocco alla crisi libica in elezioni generali da svolgersi nel 2018, ci sono poche alternative a un mantenimento fino ad allora dello status quo, formalmente o informalmente poco importa. Si può emendare l’Accordo, come già in passato proposto dall’Egitto, ma non vedo i tempi tecnici per formularne uno nuovo prima delle consultazioni.

Chi è che condivide questa sua posizione nella regione?

Ufficialmente tutti i Paesi esterni, poiché si tratta della posizione assunta dal Consiglio di Sicurezza Onu all’unanimità, dal vertice Egitto-Tunisia-Algeria e dai Paesi europei nei loro incontri con gli attori locali.

Haftar, nonostante il Consiglio di Sicurezza, ha dichiarato che l’Accordo è scaduto. Perché?

Haftar avvia la campagna elettorale, che verosimilmente lo vedrà presto rivelarsi un candidato alla presidenza, affermando di essere il solo attore politico indipendente e legittimo della Libia e accusando tutti gli altri di essere marionette dello straniero. E’ un’abile mossa, considerando che tra tutti i protagonisti della politica libica proprio lui è il solo a non poter vantare alcuna sanzione elettorale.

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