giovedì, Luglio 18

Libia 2018: cosa aspettarsi nell’anno delle elezioni? Con Arturo Varvelli, (Analista Senior ISPI) facciamo il punto sulla situazione attuale e sugli scenari futuri della Libia

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Per la Libia, Paese centrale nella crisi migratoria che imperversa tra le due sponde del Mediterraneo, il 2018 potrebbe essere un anno chiave. Dopo la caduta del regime di Muhammar Gheddafi nel 2001, la Libia è entrato in una fase di forte crisi che lo ha portato alla disgregazione: le elezioni del 2012 e del 2014 non hanno fornito un Governo unitario al Paese che è precipitato in una guerra civile in cui si fronteggiano centinaia di milizie locali con piani politici più o mono ambizioni. Dopo anni di crisi, anche grazie all’azione dell’Inviato Speciale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, Ghassan Salamé, si è arrivato a fissare nuove elezioni nazionale entro il 2018: nonostante ciò, a causa della frammentazione politica e territoriale ancora forte, non è detto che il risultato di questa nuova consultazione porti necessariamente alla stabilizzazione del Paese.

Allo stato attuale, i due principali attori della politica libico sono Fayez al-Serraj, Presidente del Governo di Unità Nazionale (con sede a Tripoli e riconosciuto dalla Comunità Internazionale), ed il Generale Khalifa Haftar, che controlla la Cirenaica con il suo Esercito Nazionale Libico (sostenuto dall’Egitto e, soprattutto, dalla Russia). Un terzo candidato che potrebbe giocare un ruolo importante alle prossime elezioni potrebbe essere Said al-Islam Gheddafi, figlio del defunto dittatore, che, dopo essere stato imprigionato, è riuscito a farsi liberare e a tornare, almeno parzialmente, sulla cresta dell’onda.

Le recenti dichiarazioni di Haftar hanno riaperto la discussione sulle elezioni: il Generale, dopo aver liquidato come assurda la candidatura di al-Islam ed aver ribadito l’incapacità di al-Serraj di governare adeguatamente il Paese, dichiara che la Libia non è pronta ad una vita democratica e che il suo Esercito Nazionale è pronto ad intervenire nel caso la consultazione elettorale non metta fine al disordine che lacera il Paese. Da un lato, dunque, Haftar si dichiara pronto ad accettare le elezioni mentre, dall’altro, sembra preparare le basi per un intervento militare in caso di mancata vittoria.

Oltre ai principali protagonisti della vita politica e alle numerose milizie governate dai signori della guerra, è da considerare il ruolo delle minoranze etniche, la più numerosa delle quali è costituita dalla comunità Amazigh (Berbera), e che, dopo gli anni della repressione di Gheddafi, sono tornate a voler giocare un ruolo importante nella politica libica.

Infine, è necessaria una riflessione sul ruolo dei Paesi dell’Unione Europea, principali destinatari del flusso migratorio che, partendo dall’Africa subsahariana, attraversa proprio la Libia. La pressione migratoria ha messo in seria difficoltà l’UE favorendo la crescita di movimenti politico nazionalisti e xenofobi. Il tentativo di un’azione congiunta, inoltre, non è stato sempre facile e ha messo in evidenza le differenze di interessi che i singoli Paesi (in particolare Italia e Francia) hanno, sia dal punto di vista politico (al fine di giocare un ruolo preminente nella politica UE nel mediterraneo), sia dal punto di vista economico (la Libia è ricca di idrocarburi). La recente missione italiana in Niger aggiunge un nuovo tassello ad un mosaico già di per sé complesso.

Per tentare chiarire lo stato attuale della politica libica e gli eventuali scenari futuri, abbiamo parlato con Arturo Varvelli, Senior Research Fellow dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), per l’area nord-africana.

Quale è la situazione attuale in Libia? Oltre ai due principali contendenti, Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar, quali sono le parti in campo?

Le parti in campo sono numerose. Naturalmente noi ci concentriamo su Serraj e Haftar, ma la situazione è molto più complessa: non ci sono solo questi due attori e i loro stessi campi, al loro interno, sono frammentati; sono due uomini forti ma hanno bisogno in continuazione di mantenere unite le coalizioni che li sorreggono. Anche Haftar, nonostante controlli buona parte del Paese, e sicuramente la Cirenaica, ha avuto problemi con lo stesso Parlamento di Tobruk e, in realtà, esso stesso rappresenta più una minaccia verso i Parlamentari di Tobruk che il contrario. Certamente ci sono problemi perché, non bisogna dimenticarlo, il Paese è tenuto in mano da centinaia di milizie che rivendicano un ruolo politico o una sfera di potere.

Si è ufficialmente conclusa l’operazione militare sul confine tunisino, ma si registrano ancora scontri armati nell’area e anche in altre zone del Paese: quanti, tra i gruppi armati attivi in Libia, agiscono per ragioni politiche e quanti sono solo gruppi criminali?

Il confine è molto labile. Mi sentirei di dire che, purtroppo, non esistono i miliziani buoni e i miliziani cattivi: ci sono miliziani che talvolta sono rappresentanti di comunità locali, talvolta, ormai, rappresentano solo sé stessi (cioè i signori della guerra), talvolta rappresentano gruppi etnici locali (pensiamo ai Tebu o ai Tuareg o alle comunità berbere), talvolta sono espressioni di ‘cittadinanza’, di piccole o grosse città o località. La Libia, quindi, è un mondo molto variegato: ci sono milizie che sono state in buona parte assorbite all’interno di un ‘cappello governativo’, cioè dicono di appartenere a forze governative, ma certamente continuano a rispondere ai loro capi locali, più che integrarsi all’interno di un progetto nazionale di Polizia o di Esercito. Per rispondere a questa domanda, quindi, bisognerebbe guardare ad ogni milizia singolarmente ed è un esercizio estremamente difficile che sta tentando di fare il Governo di Unità Nazionale che sta cercando di garantirsi una certa fedeltà da parte di alcune milizie e di creare una Guardia Presidenziale che sia in grado, progressivamente, di coalizzare e poi di integrare queste milizie all’interno di un Esercito regolare. Dall’altra parte, c’è il Generale Haftar che vanta di essere a capo di un Esercito Nazionale ma, in realtà, anche in quel caso si tratta di un guazzabuglio di milizie che gli sono più o meno fedeli.

Oltre a Serraj e Hafter, quali saranno i principali candidati alle elezioni previste per il 2018? Quale potrebbe essere il ruolo di Saif al-Islam Gheddafi?

È ancora troppo presto per dire quali sono i candidati e quali le forze in campo. Naturalmente, le ultime elezioni ci hanno mostrato come la coalizione composta da diversi partiti che erano riusciti a trovare un accordo attorno a Mahmud Jibril, che è ultimamente un po’ caduto in disgrazia, non è poi riuscita ad avere un ruolo di spicco nella politica libica seguente; dall’altra parte abbiamo sempre forze vicine alla Fratellanza Musulmana, appartenenti ad un Islam politico in senso più ampio, che potrebbero concorrere, se gli fosse permesso di partecipare (naturalmente, in questo caso c’è il veto del Generale Haftar). Una terza parte è rappresentata dai Salfaiti che, curiosamente, sono presenti in entrambi gli schieramenti, sia con il Governo di Unità Nazionale che con il Generale Haftar: il Salafiti, probabilmente, potranno anche tentare, ad un certo punto, di darsi un’organizzazione politica che sinora non hanno avuto. Ci sono poi molti politici rappresentativi delle comunità locali; questa è una delle principali difficoltà dello scenario libico: mettere insieme rappresentanti di comunità che sono molto diverse, che non hanno una visione politica particolare, ma che sono rappresentativi delle istanze che vengono dai loro territori.

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