sabato, Ottobre 24

Libertà vò cercando: ma è sempre meno Ecco i dati relativi all’indice di libertà umana nel mondo forniti dal Cato Institute

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La libertà è ciò che ci definisce. La possibilità di non essere sottoposti all’arbitrio altrui, ma di seguire unicamente le proprie inclinazioni, le proprie idee e il proprio pensiero è ciò per cui si è lottato per secoli e a cui, ora, mai nessuno di noi vorrebbe rinunciare: quando si deve punire un uomo per un crimine commesso, infatti, gli si toglie la libertà. Va da sé che, essendo un concetto astratto, la libertà è difficilmente quantificabile, ma c’è chi, da ormai qualche anno, ci prova.

Il Cato Institute, un think tank americano, in collaborazione con il Fraser Institute e il Liberales Intitut del Friedrich Naumann Stiftung für die Freiheit, ha pubblicato l’indice della libertà umana, ‘The Human Freedom Index 2017’ stilando così una classifica dei 159 Stati del mondo di cui era possibile elaborare i dati.
Quelli più recenti sono relativi al 2015, l’ultimo anno di cui sono disponibili dati sufficienti. L’indice è composto da 79 diversi indicatori, distribuiti in 12 categorie diverse: Legge, Sicurezza, Mobilità, Religione, Associazione e Società Civile, Espressione e Informazione, Relazione e Identità, Governo, Sistema Legale e Diritti di  Proprietà, Accesso alle Risorse Finanziarie, Libertà di Commercio Internazionale, Regolazione del Credito, del Lavoro e degli Affari.

A ogni indicatore è stato assegnato un voto in decimi, da un minimo di 0, che indica l’assenza di libertà, a un massimo di 10.  Le dodici categorie si distinguono in due indici, che concorreranno, con le loro medie, a comporre l’indice di libertà umana (‘Human Freedom’): il primo indice è quello relativo alla libertà personale (‘Personal Freedom’), il secondo riguarda invece la libertà economica (‘Economic Freedom’). I rapporti iniziano dal 2008 e siamo ormai arrivati ad avere i dati di 8 anni.

Che cosa ci dicono questi dati? Il primo dato, allarmante, è che il livello di libertà, secondo questo indice, è andato globalmente diminuendo nel corso degli ultimi anni: la media complessiva degli indici della libertà umana nel 2015 era pari a 6,93, un –0,05 rispetto al 2014 e un -0,12 rispetto al 2008. La differenza è minima, ma si può segnalare una preoccupante tendenza.

Il secondo dato riguarda lo (scontato) rapporto fra libertà e ricchezza, con il primo quarto dei Paesi della classifica i cui abitanti guadagnano una media di 4 volte lo stipendio medio dell’ultimo quarto; altrettanto scontato è la relazione che intercorre fra libertà e democrazia, con l’unica eccezione di Hong Kong che, pur non essendo una democrazia (essendo sottoposta all’autorità cinese), occupa il secondo posto in classifica. La prima posizione è occupata dalla Svizzera (con un indice di 8,89), mentre l’ultimo posto è della Siria (4,04).

L’Italia occupa la 35a posizione, con 8,02, preceduta da Francia e Slovacchia, a pari merito con 8,04, e seguita dalla Slovenia, con 8,01. La libertà personale italiana è di 8,74, mentre quella economica è di 7,30. Addentrandosi un po’ di più nei dati, possiamo trovare alcune sorprese: l’Italia, nonostante la purtroppo non così immeritata nomea di Paese della mafia, della camorra e della ndrangheta, può vantare i più alti voti relativi alla categoriaSicurezza’, con un indice di 9,9. Gli indicatori di questa categoria dicono molto: l’indicatore degli omicidi rileva un 9,2, mentre l’indicatore della sicurezza delle donne è un tondo 10, contrariamente a tutti i titoli di giornali e telegiornali che denunciano presunte ‘emergenze femminicidio’ e le ‘continue stragi di donne’. Un 10 prende anche la sicurezza relativa al terrorismo: l’assenza di attacchi terroristici è probabilmente vista, a livello internazionale, come il miglior indicatore della sicurezza del nostro Paese. La Francia, nell’anno delle stragi di Charlie Hebdo e del Bataclan, ottiene un 9,7.

Deficitaria, invece, è la situazione italiana relativamente alla categoria Sistema Legale e Diritti di Proprietà’, in cui il nostro Paese totalizza una media di 5,7. Male l’indicatore dell’indipendenza di giudizio (4,8), malissimo quello dell’imparzialità delle corti (2,3), insufficienti i dati dell’affidabilità della Polizia (5,5) e della Protezione dei diritti di proprietà (5,0). Ad alzare la media, l’indicatore dell’interferenza militare (10).

Andando a vedere lo storico dell’Italia, dal 2008 al 2015, il nostro Paese si è sempre mantenuto attorno all’8, con un minimo di 7,91 nel 2009 a 8,04 del 2014, oscillando sempre fra 37° e 31° posto nella classifica. Una piccola curiosità riguarda il dato relativo alla libertà di espressione e informazione: la media è sempre stabile attorno al 9,0, con un calo significativo solo nel 2009, quando si assestò a 7,50. A determinare questo crollo (poi recuperato l’anno successivo) furono gli indicatori relativi alle ‘Leggi che controllano i media’ e alla ‘Pressioni politiche sui media’, che hanno registrato, rispettivamente, indici di 0,7 e 1,5, probabilmente legate a quelle che, nel dibattito giornalistico, erano state ribattezzate ‘leggi bavaglio’.

Gli Stati Uniti, ‘land of freedom’ per antonomasia, occupano il 17° posto, con un indice di 8,34. Il dato interessante, qui, riguarda l’indice della libertà economica. Il 2008, primo anno delle rilevazioni, gli Stati Uniti avevano un indice di ‘Economic Freedom’ pari a 8,17. Tuttavia, il 2008 è stato anche il primo anno in cui la crisi dei subprime ha impattato significativamente sulla superpotenza americana (a tal proposito, è un peccato che manchino i dati degli anni precedenti, per un raffronto più completo con il periodo pre-crisi): gli anni successivi, la libertà economica è progressivamente diminuita, con timidi segnali di rialzo dal 2013 in poi, ma mantenendosi, anche nel 2015, sempre al di sotto di quota 8. Anche la posizione in classifica ne ha risentito: dall’11° posto del 2008, gli Stati Uniti scesero al 19° nel 2009, per raggiungere il 17° del 2015 dopo i due anni precedenti, in cui si posizionò al di sotto della 20a piazza.

Un po’ a sorpresa, il Venezuela occupa la penultima posizione, la 158a. La sorpresa non è legata alla posizione assoluta del Venezuela, da anni in preda a una crisi politica ed economica lancinante, quanto alla sua posizione relativa: come mai uno Stato così ricco di risorse è comunque dietro ad altri Paesi paralizzati da conflitti bellici decennali? Limitatamente al dato della libertà economica, il Venezuela è all’ultimo posto, con 2,92, anche peggio dell’ultimissima Siria. L’anno di svolta, in questo senso, è il 2013, anno di morte di Hugo Chavez, ex Presidente del Venezuela e leader di quel movimento che da lui prende il nome, il chavismo. Va premesso che, in un sistema socialista come quello venezuelano, i dati relativi alla libertà economica (liberisticamente intesi) ne vadano a risentire parecchio. Con la fine di Chavez e l’arrivo del suo successore Nicolas Maduro, i dati del Venezuela subiscono un clamoroso tonfo: dal 2012 al 2013, lo Stato sudamericano perde nove posizioni, dal 144° al 153° posto in classifica, fino al 158° del 2015. A giocare un ruolo, specie dal punto di vista economico, il costante abbassamento del prezzo del petrolio, che, dal 2013 in avanti, combinato con la crisi sistematica di cui è stato da innesco, con altissimi tassi di disoccupazione, svalutazione della moneta e inflazione galoppante (l’indicatore per il 2015 è pari a 0). Infatti, tutti gli analisti indicano il crollo del prezzo del petrolio come l’inizio del fallimento di Maduro.

Il quadro che emerge, considerando i dati complessivi, il 2015 è stato un anno in linea con le tendenze degli anni precedenti. L’anno prossimo, scopriremo se il 2016 si è riconfermato in questa tendenza o se sarà stato, finalmente, un anno leggermente più libero.

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