giovedì, Dicembre 12

Libertà di stampa in Africa? Un piccolo miglioramento Cinque i Paesi africani che si posizionano nei primi 40 posti della classifica: Namibia, Capo Verde, Ghana, Sudafrica e Burkina Faso

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L’associazione in difesa dei giornalisti Reporter Without Borders (Reporter Senza Frontiere) ha pubblicato l’annuale rapporto sulla situazione mondiale della libertà di stampa, il 2019 Word Press Freedom Index (Indice sulla liberà di stampa a livello mondiale). Un rapporto che prende in analisi per singolo Paese il grado di libertà di espressione e indipendenza dei media. La Norvegia continua a mantenere il primato del Paese dove la libertà di stampa non solo è garantita ma promossa dallo stesso governo garantendo l’indipendenza dei Media nazionali. I primi 10 posti della classifica sono occupati da Paesi occidentali: Finlandia, Svezia, Olanda, Danimarca, Svizzera, Nuova Zelanda e Belgio. Uniche eccezioni: la Giamaica (ottava posizione) e il Costa Rica (decima posizione). I due Paesi del cosiddetto Terzo Mondo sono divenuti esemplari modelli di libertà di informazione.

Il rapporto evidenzia l’assenza di miglioramenti da parte delle potenze emergenti che continuano a reprimere o a controllare pesantemente i media nazionali. La Cina si posiziona al 177simo posto su 180 mentre la Russia si attesta al 149simo posto. Il brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi ordinato dalle autorità di Riad ed eseguito all’interno dell’ambasciata saudita ad Istanbul dove il giornalista era stato invitato contribuisce ad evidenziare la pessima situazione che vige nel Paese dei petrodollari guidato da una dinastia monarchica principale alleato occidentale nel Medio Oriente. L’Arabia Saudita si attesta al 172simo posto della classifica. In Turchia (157simo posto) si regista il più alto numero di giornalisti incarcerati e processati dell’intera regione.

La libertà di stampa sta peggiorando in Paesi di lunga tradizione di rispetto democratico dei Media ora in progressivo declino, come l’Austria e l’Italia. L’ascesa del partito di estrema destra Freedom Party e la sua entrata nella coalizione di governo ha creato i presupposti per diramare lo scorso settembre delle direttive tese a limitare l’influenza di vari media critici del governo. Nella classifica l’Austria scende di 5 punti rispetto al 2017 rimanendo comunque tra le prime 20 Nazioni che garantiscono la libertà di informazione.

Si notano anche dei peggioramenti nei ex Paesi del blocco sovietico ora membri dell’Unione Europea che nel primo decennio del 2000 si erano contraddistinti per la nascita di media indipendenti e il rafforzamento della libertà di stampa dopo i decenni bui dello stalinismo filo sovietico. La situazione è talmente drastica in Ungheria che dalla 87sima posizione del 2017 il Paese è sceso fino ad arrivare alla 111sima posizione. In Slovacchia (35simo posto) e Malta (77simo posto) si sono addirittura verificati degli omicidi politici di noti giornalisti. Le indagini sull’assassinio del giornalista maltese Daphne Caruana Galiza avvenuto nel 2017 sono di fatto state archiviate dalla magistratura anche se non ufficialmente. In Slovacchia nel febbraio 2018 sono stati assassinati il giornalista Jan Kuciak e la sua fidanzata Martina Kusnirova.

Per quanto riguarda l’Africa, Reporter Senza Frontiere evidenziano un netto miglioramento. Cinque i Paesi africani che si posizionano nei primi 40 posti della classifica: Namibia (23simo posto), Capo Verde (25simo posto), Ghana (27simo posto), Sudafrica (31simo posto) e Burkina Faso (36simo posto). L’Etiopia (che ha acquisito 12 punti attestandosi al 110simo posto) ha dimostrato un netto miglioramento con il nuovo corso dettato dal Primo Ministro Abiy Ahmed che ha rilasciato vari giornalisti incarcerati e sbloccato l’accesso di molti siti di informazione legati all’opposizione e per questo oscurati dal governo.

In Gambia, dopo la caduta del dittatore Yaya Jammeh avvenuta nel gennaio del 2017 grazie all’aiuto dell’esercito senegalese, il Primo Ministro Adama Barrow ha contribuito alla nascita di vari media indipendenti nel Paese. Il Gambia si attesta al 92simo posto della classifica. Purtroppo alcuni Paesi africani non hanno migliorato e spesso hanno peggiorato la libertà di stampa. Si registrano gravi regressioni in Tanzania dove il Presidente John Magufuli sta portando avanti una campagna di totale repressione dei media indipendenti affiancata alla repressione dei partiti di opposizione. La Tanzania si colloca al 118simo posto nonostante che lo scorso 5 aprile il Presidente Magufuli ha promesso una revisione della draconiana legge sui media e l’Informazione. Anche in Kenya, Uganda, Rwanda, e Zimbabwe si registrano dei peggioramenti. In Uganda (125simo posto) la libertà di espressione è seriamente messa in pericolo dalla necessità del Presidente Yoweri Museveni di mantenere il potere acquisito durante la liberazione del Paese avvenuta nel 1986.

Anche se il rapporto per il 2018 evidenzia in generale un miglioramento della libertà di stampa in Africa, George Ogola esperto di media africani, avverte che la libertà di stampa è ora minacciata dai vari governi tramite diverse e più subdole forme: «I governi iniziano a comprendere che le vecchie forme di repressione dei media attraggono l’attenzione internazionale e possono portare a delle indagini delle Nazioni Unite creando una immagine negativa del Paese e problematiche giudiziarie». «Di conseguenza» – informa Ogola – «vari governi africani sono passati ad altre forme di controllo dei media che risultano più pericolose e insidiose delle precedenti forme di repressione in quanto meno brutali e violenti, quindi in grado di passare senza essere osservate. Tra le nuove tattiche applicate vi è la concentrazione dei media in mano di pochi magnati dell’informazione vicini al governo; la diminuzione delle fonti pubblicitarie per i media critici e i tentativi di regolamentare l’informazione sul web».

Con l’avvento della democrazia e del multipartitismo in Africa alla fine degli anni Novanta nel continente sono nate migliaia di radio, TV , quotidiani, settimanali indipendenti. Dal 2005 si è assistito ad una concentrazione dei media indipendenti in mano di alcuni magnati vicini ai governi che hanno assorbito nel loro network informativo varie testate giornalistiche, radio e TV imponendo precise linee editoriali. Questo è stato un metodo non violento adottato dai governi in complicità con gli imprenditori per diminuire la pluralità dell’informazione nei loro Paesi.

Dinnanzi ai media più ostinati che continuano a rimanere indipendenti vari governi africani hanno tentato di farli fallire economicamente tramite la drastica diminuzione dei proventi delle pubblicità. In quasi tutti i Paesi africani la pubblicità del governo relativa alle campagne di sensibilizzazione o proveniente da aziende statali o semi statali rappresenta una buona fetta dei proventi pubblicitari della radio e TV. Nei quotidiani e settimanali questa percentuale aumenta arrivando al 60% del totale. In Rwanda (155simo posto della classifica) la percentuale sale al 90%. 

A causa di queste difficoltà finanziarie molte radio, TV e quotidiani africani si sono trasferiti nel web convinti di trovare un universo meglio attrezzato per garantire la libertà di stampa ed espressione. Da dieci anni si sta assistendo ad un proliferare di media africani on line. Alcuni di essi riescono a garantire una libera informazione creando siti all’estero in quanto nel loro Paese sarebbe fisicamente impossibile. Basti pensare al sito di informazione del Partito Comunista Sudanese, Radio Dabanga e al sito di informazione curato dalla diaspora sudanese a Londra Sudantribune. Entrambi da anni sono le uniche informazioni imparziali della situazione in Sudan.

I vari regimi africani hanno immediatamente reagito oscurando la visione di questi siti nel loro Paesi. Una misura facile da comprendere per arcaici dittatori in quanto oscurare un sito su internet equivale a prendere d’assalto e chiudere fisicamente una stazione radio TV o la sede di un giornale. Progressivamente l vari governi totalitari hanno compreso che oscurare un sito non corrisponde a far chiudere fisicamente una sede redazionale. Basta essere dotati di un software VPN che indirizzi il collegamento internet in un altro Paese dove non vi sono tali restrizioni e l’utente accede ai siti di informazioni proibiti senza che il governo abbia la possibilità di intercettarlo.

Di conseguenza i governi africani hanno assoldato esperti occidentali e asiatici (sopratutto indiani e cinesi) per studiare nuove strategie di controllo dell’informazione online. Una delle nuove tattiche utilizzate è la diffusione di una valanga di fake news tramite i social media Facebook, Twitter, WhatsApp. Spesso le fake news diffuse ad hoc dal governo si concentrano in sospetti crimini di Stato o scandali finanziari che il regime conosce sono oggetti di indagini giornalistiche. Se la testata giornalistica online incautamente riprende queste notizie il governo immediatamente espone prove inconfutabili della non veridicità della fake news (da lui stesso creata) mettendo in seria discussione la credibilità della testata giornalistica. Questa tattica è stata ampiamente utilizzata dal regime razziale di Pierre Nkurunziza durante i primi tre anni della crisi politica (2015 – 2017). Visto che l’attenzione pubblica internazionale si concentrava sulle gravi e reali violazioni dei diritti umani, il regime metteva in circolazione tra i social media notizie e foto false in modo di screditare i media burundesi e internazionali critici che avessero compiuto l’errore di riportarle.

Un’altra tecnica è di imporre una tassa sull’utilizzo del Internet per limitare l’accessibilità finanziaria alla rete. Per esempio l’Uganda dal 2018 ha introdotto una tassa giornaliera di accesso alla rete pari a 200 scellini. Se osserviamo il costo mensile della tassa (6.000 scellini) equiparandolo al suo controvalore in Euro (1,46 €) la somma sembra irrisoria e sostenibile. Ma se questo costo viene comparato con la media dei salari esso rappresenta il 3% dei salari medi e il 8% dei salari più modesti.

Una tattica utilizzata dai regimi totalitari africani, purtroppo poco conosciuta, è la collaborazione tra i governi repressivi Facebook e Twitter. Tramite accordi segreti i due social media che si vantano di difendere la libertà di espressione e stampa limitano tutte le informazioni critiche al regime che ha stipulato il contratto. Tre i metodi utilizzati da Facebook e Twitter: il primo è la censura diretta del post (che annessa rimozione automatica) adducendo la scusa che è contrario al codice etico del social media; il secondo è quello di ridurre la visibilità del post. Facebook ha limitato il numero di share che un utente può fare dello stesso post ed ha introdotto un servizio a pagamento per diffondere il post non certo a buon mercato. Chi non accede a questo servizio a pagamento viene automaticamente ridotto nella visibilità della sua pagina. Il terzo è quella di favorire media digitali considerati seri e neutrali ma in realtà favorevoli al regime creando un monopolio dell’informazione che riduce visibilità e spazio per i media critici e indipendenti. Queste tattiche sono utilizzate anche da Google e WhatsApp e rappresentano una minaccia alla libera informazione non solo in Africa ma a livello mondiale.

«In generale la libertà di stampa a livello mondiale è peggiorata. Si registrano serie difficoltà anche nei Paesi dell’Unione Europea. Per esempio in Germania nel 2018 sono stati aggrediti 22 giornalisti con il chiaro intento di farli tacere. Si sta instaurando a livello internazionale un monopolio dell’informazione e un clima di paura per i media indipendenti. Solo i Paesi del Nord Europa dimostrano di difendere al 100% il diritto di informazione indipendente» spiega Sylvie Ahrens-Urbanek, responsabile della sezione tedesca di Reporter Without Borders.

«Le associazioni in difesa dei diritti umani e della libera informazione, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e l’Unione Africana utilizzano classici parametri per individuare il livello di repressione della informazione: intimidazioni, arresti e omicidi di giornalisti, chiusure delle redazioni, oscuramento di siti online. È tempo che a questi parametri classici vengano associati e presi in seria considerazione le nuove tecniche adottate dai regimi totalitari per ridurre al silenzio i media indipendenti» osserva George Ogola.

Il rapporto annuale sulla libertà di stampa redatto da Reporter Without Borders trova sempre più resistenza da parte dei governi sopratutto di quelli indicati come i peggiori nel rispetto del diritto della informazione libera e indipendente. Un classico e paradossale esempio ce lo fornisce il Burundi. Nel rapporto 2019 di RWB il Burundi si posiziona al 159simo posto su 180. Il regime di Bujumbura ha espresso un parere positivo al rapporto affermando che il Paese sta lentamente progredendo e che il governo è impegnato ad rafforzare la libertà di informazione che deve essere conforme alla legge. Una dichiarazione assurda e paradossale visto che tra il 2015 e il 2016 il regime ha intrapreso una guerra segreta contro i giornalisti. Sono state chiuse e bruciate tutte le sedi di quotidiani, radio e TV indipendenti, arrestati o uccisi vari giornalisti e costretto i restanti a scappare dal Burundi.

Dal 2016 in Burundi esiste un monopolio dell’informazione detenuto dal regime. I cittadini vengono a conoscenza degli avvenimenti del loro Paese attraverso fonti straniere. Nel 2018 il governo è riuscito ad acquistare il blog Bujumbura News che veniva curato da un giornalista burundese immigrato in Belgio. Il blog, che rappresentava una voce critica della diaspora. è stato letteralmente comprato e reso innocuo. In pratica il regime lo ha trasformato in un suo organo di propaganda. Non diversa la sorte del prestigioso sito burundese di informazione Iwaku. La sua linea editoriale è stata resa molto moderata in quanto l’intera redazione del sito di informazione online è stata presa in ostaggio dal regime e non può lasciare il Paese. L’unica ragione che Iwaku continua le sue attività giornalistiche è dovuta dalla necessità del regime di dimostrare che esiste ancora una stampa libera in Burundi. Libera teoricamente, controllata in realtà.

Nel piccolo Paese dell’Africa Centrale la situazione della libertà di stampa non sembra migliorare anche se qualche attenzione maggiore verso la sorte dei giornalisti è riservata dal regime per evitare altre condanne internazionali. Mercoledì 8 maggio è stato liberato Jean Claude Nshimirimana giornalista della RadioTelevisione Nazionale del Burundi – RTNB arrestato domenica 5 maggio con l’accusa di aver tenuto una riunione clandestina e illegale. L’accusa è stata ritirata dal Procuratore di Bujumbura.

Questo piccolo passo in avanti verso il diritto della libera informazione è stato immediatamente vanificato dalle reali intenzioni del regime. Lo stesso giorno della liberazione di Nshimirimana, Jean Anastase Hicuburund ufficiale della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente ha dichiarato al settimanale The East African che i media indipendenti saranno estromessi dal riportare notizie sulle elezioni presidenziali previste nel 2020. «Questi cosiddetti media indipendenti hanno fatto di tutto per dare una orribile imagine del nostro Paese. Per questa ragione bloccheremo la possibilità a questi media di raccontare menzogne anche durante le elezioni presidenziali» dichiara l’ufficiale della CENI.  

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