giovedì, Dicembre 12

Libano: una morte qualunque

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Ayyed, siriano di 18 anni, era affetto dalla sindrome di down e costretto su una sedia a rotelle. Una grave forma di talassemia lo obbligava inoltre a periodiche trasfusioni in ospedale. Fuggito dal suo paese a causa della guerra civile, il 18enne era arrivato in Libano con la famiglia ad inizio dicembre. Le strutture sanitarie di Homs, la città natale del ragazzo, erano collassate sotto i bombardamenti e l’incessante fuoco di artiglieria. La città siriana che dista circa 30 chilometri dal confine libanese, fin dall’inizio della guerra è stata al centro di forti scontri tra ribelli e forze governative. I caccia russi e siriani continuano tuttora i raid sul quartiere di al Wa’ar, e sulle zone periferiche a nord di Homs.

Il sistema di accoglienza dei profughi siriani in Libano è inesistente. L’accesso dei rifugiati alla sanità è complicato. Complice lo status di clandestini, i profughi vivono in uno stato di perenne illegalità. La copertura sanitaria, pubblica per i cittadini libanesi, non è stata estesa ai siriani. L’unica mano tesa arriva dall’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Tramite un appalto esterno, l’agenzia dell’ONU provvede a garantire negli ospedali, in cui è prevista una convenzione, le cure necessarie, finanziando fino al 90% i costi di operazioni e ospedalizzazioni. La restante parte, anche se minima rispetto al totale, è a carico dei profughi. Far fronte alle spese sanitarie è quindi una sfida. Il mercato del lavoro a cui accedono i rifugiati in Libano è dominato da impieghi saltuari, al nero, senza alcun diritto e con il constante rischio di non essere pagati.

I debiti si sommano e il sistema creatosi è un circolo vizioso alla cui base c’è la mancanza di fiducia. L’inaffidabilità dei profughi nell’onorare i conti è mal vista dagli impiegati delle cliniche che utilizzano strumenti burocratici per impedire accessi e ospedalizzazioni. I medici si trovano quindi spesso nella condizione di dover scegliere tra la vita dei pazienti e la loro possibilità di pagare le fatture. Anche su una semplice operazione, come quella delle trasfusioni, ci sono zone d’ombra pericolose. Le sacche, necessarie per i casi come quello di Ayyed, costano 50000 lire, circa 30 Euro, ovvero quattro giorni di stipendio medio per un siriano. A meno che il paziente non trovi donatori del suo stesso gruppo sanguino, l’onorario va rispettato. Gli ospedali applicano poi un supplemento di circa 6 Euro per le operazioni di trasfusione e prelievo, l’unico modo per evitare il ‘servizio’ è rivolgersi ai pochi centri della Croce Rossa libanese disseminati sul territorio nazionale.

Ayyed aveva appena compiuto 18 anni. Nella giornata di venerdì 3 marzo è cominciato il suo calvario. Mohamed, il padre del 18enne, ha portato il figlio all’ospedale di Minie. I medici della struttura hanno prescritto una flebo, costata 30 Euro, ma si sono rifiutati di ospedalizzare il ragazzo siriano. La motivazione addotta è stata la mancanza di funzionari adibiti a garantire l’assicurazione sanitaria dell’ONU. Con una temperatura corporea di 40° e un colorito della pelle giallo, determinato dall’ittero, Ayyed è stato respinto dalla clinica e rimandato a casa, dove dopo 24 ore è morto.

I volontari di Operazione Colomba, associazione italiana che vive e lavora nel campo profughi di Tel Abbas, ha comunicato la notizia sui propri Social Network, svelando un altro retroscena inquietante che aggiunge dolore a quanto successo, «al padre è stato inoltre contestato un debito pregresso di 45 Euro, risalente a quando aveva portato il figlio in ospedale a dicembre per una trasfusione». Le tariffe sanitarie in Libano cambiano a seconda degli ospedali, ma in media un giorno di ospedalizzazione costa ai rifugiati 50 Euro, una cifra spropositata considerando i salari.

120 Euro: questo era il valore della vita di Ayyed. La morte del 18enne è la naturale conseguenza della guerra che da 6 anni imperversa in Siria unita all’indifferenza del sistema libanese. Un sistema che ostracizza i rifugiati perseguendo la politica della prevaricazione: arresti ai posti di blocco e sgomberi forzati di campi profughi sono solo una parte della quotidianità vissuta dai rifugiati. Questo atteggiamento si rafforza anche a causa della complicità dei paesi Occidentali, restii a criticare l’operato del piccolo stato Medio orientale a causa della mancanza di una politica di redistribuzione. Conoscevo il padre di Ayyed. Incontrai Mohamad in un centro della croce rossa libanese, cercava donatori di sangue per il figlio, ringraziava la bontà di alcuni volontari siriani, sorridendo e dispensando strette di mano. Parlava di Ayyed, dei problemi giornalieri che doveva affrontare e nei sui occhi traspariva la fatalità del destino che lo aspettava.

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