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Libano al voto: con la religione nella matita e l’incognita degli indipendenti Tutto quello che c’è da sapere del voto libanese, ne parliamo con Hady Amr, analista della Brookings Institution e Emanuele Bobbio (Affari Internazionali)

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Dopo ben 9 anni dalle ultime elezioni in Libano, domenica 6 maggio 2018 la popolazione libanese sarà chiamata nuovamente alle urne per votare il proprio Parlamento. Nel Paese sono ben 3,6 milioni gli elettori che potranno scegliere chi tra 976 candidati far sedere sulle 128 poltrone disponibili nel Parlamento libanese, per l’esattezza divisi in 64 seggi per i musulmani e i drusi e 64 per i cristiani. Più nello specifico 34 seggi dei cristiani sono destinati ai maroniti, 5 agli armeni ortodossi, 8 ai melchiti, 14 ai greco-ortodossi e solo un seggio per ogni altra minoranza. Tra i musulmani, 27 seggi a testa sono riservati rispettivamente ai sunniti e agli sciiti, 8 ai drusi e 2 agli alawiti. La novità di queste elezioni sono anche le donne, 111 candidate, una quota maggiore di quasi dieci volte rispetto al 2009.

I candidati sono distribuiti su 77 liste in 15 distretti, che hanno a loro volta 27 sottodistretti. Dalle ultime elezioni, avvenute ormai quasi una decade fa, il Libano ha affrontato diverse trasformazioni politiche e sociali. La morte di Rafīq al-Ḥarīrī ha portato alla crescita di un movimento chiamato ‘La rivoluzione dei cedri’, il quale ha ritenuto responsabile il Governo siriano dell’accaduto e ha chiesto di porre fine all’occupazione militare siriana del Libano, durata 29 anni. Ci sono state due importanti proteste a Beirut che hanno portato il contesto politico libanese a dividersi in due parti: l’Alleanza dell’8 marzo guidata da Hezbollah e l’Alleanza del 14 Marzo sostenuta dagli anti-siriani, occidentali e sauditi. Questa spaccatura, da allora ha polarizzato la politica del Paese, anche se negli ultimi anni le distanze tra i due gruppi di sono notevolmente ridotte. Tuttavia, dal 2009 ad oggi, i libanesi hanno lottato con grossi problemi interni, come la carenza di energia elettrica, una grave crisi dei rifiuti e una situazione economica sempre più allarmante.

L’attuale sistema politico libanese è stato creato dopo una guerra civile durata 15 anni che si è conclusa con l’Accordi di Ta’if,  negoziato in Arabia Saudita, nel 1989. Secondo tale accordo, i 128 seggi del Parlamento sarebbero stati equamente divisi tra musulmani e cristiani, in modo da rafforzare il  patto nazionale del 1943, secondo il quale il Presidente del Paese deve essere un cristiano maronita, il Primo Ministro un musulmano sunnita e il Presidente del Parlamento un musulmano sciita.

Il voto di domani è stato rimandato tra il 2009 e il 2018 e per ben tre volte, i deputati libanesi hanno esteso il proprio mandato sostenendo come motivazioni: da un lato la priorità per il Paese di avere una stabilità interna, già messa a dura prova dal conflitto in Siria, e dall’altro la mancanza di una legge elettorale che mettesse tutti d’accordo. A giugno 2017 i partiti sono riusciti a trovare un accordo approvando una nuova e controversa legge elettorale basata su un sistema proporzionale, e con la quale si svolgeranno le prossime elezioni.

La nuova legge riduce il numero di distretti del Libano e introduce una rappresentanza proporzionale, ma aggiunge alcuni elementi complicati alla procedura di voto. I posti saranno assegnati proporzionalmente in base alle liste dei candidati e ogni scrutinio includerà anche un voto preferenziale, o ‘sawt tafdili’. In sostanza, gli elettori daranno due voti: uno per una lista dei candidati, e uno per il loro candidato preferito all’interno di quella lista.  

Tra i candidati ci sono politici di vecchia data come Marwan Hamadeh, Yassine Jaber, Tammam Salam o Michel Murr, non mancano però i figli di alcuni esponenti politici libanesi come Tony Frajineh, Taymour Jumblatt o Michelle Tueni.

Oltre alla nuova legge elettorale, il voto del 2018 vede un’ulteriore novità. Diversi attivisti hanno deciso di candidarsi e misurarsi con i più importanti politici del Paese. Tra questi anche la coalizione Tahaluf Watani, all’interno della quale operano 11 movimenti che si sono distinti in Libano durante la crisi dei rifiuti del 2015.

Un rapporto del think-tank politico tedesco Konrad Adenauer Stiftung, mappa una serie di partiti politici che parteciperanno alle elezioni del 2018, tra questi i più significativi sono : il Future Movement (FM) ufficialmente registrato come partito non settario e che ha raggiunto la maggior parte dei seggi sia alle elezioni del 2005 che a quelle del 2009; il Free Patriotic Movement (FPM) un partito maronita a maggioranza cristiana; Hezbollah, fondato con il sostegno dell’Iran negli anni 80; Progressive Socialist Party (PSP); la Federazione armena rivoluzionaria (Tashnag) e il Movimento Amal.

«Come cambieranno gli equilibri dipenderà dal risultato dalle elezioni. In questo momento possiamo possibilmente prevedere che Hezbollah possa avere un risultato positivo per differenti ragioni. Uno sono i nuovi distretti elettorali che sono più omogenei dal punto di vista settario. Due perché è riuscita a costruire una alleanza variegata con vari partiti minori sunniti, cristiani e drusi che probabilmente toglieranno seggi agli avversari. Tutto questo però è una prospettiva, sarà necessario aspettare domenica per capire se questo accadrà o se la realtà sarà diversa, magari mantenendo l’attuale equilibrio di potere», dice Emanuele Bobbio di ‘Affari Internazionali’

Secondo Hady Amr, analista della Brookings Institution, la questione centrale nelle elezioni non è tanto la forza di un partito politico rispetto ad un altro, di una setta rispetto ad un’altra, ma piuttosto quanti seggi guadagneranno i riformatori contro i partiti tradizionali. “Prima delle elezioni, c’erano circa 70 seggi per l’alleanza filo-occidentale e poco meno di 60 seggi per l’alleanza a cui partecipava Hezbollah. Questi numeri includono una ventina di indipendenti che alla fine si sono schierati con una delle due alleanze. La domanda per questa elezione è quale sarà il numero di indipendenti che vinceranno e quanto potere avranno all’interno della coalizione in cui alla fine si concentreranno”, afferma Amr. Secondo Amr, Hezbollah da queste elezioni ne uscirà più o meno come prima dell’inizio delle stesse, in quanto il loro obiettivo non è mai stato quello di governare in Parlamento.

Attualmente Hezbollah è la forza domninante militarmente e internazionalmente, nonostante questo all’interno del paese rimane tutt’oggi bloccato dal sistema settario. Gli accordi di Taif, che regolano il sistema settario libanese, infatti affermano che le armi delle milizie di Hezbollah sono in realtà illegali perché dopo la guerra civile tutto dovevano riconsegnare le armi. Se avesse un risultato positivo alle elezioni, potrebbe forse provare a cambiare il trattato, però in qualche modo squilibrerebbe un sistema che è durato per molto tempo. Con la modifica degli accordi di Taif sicuramente diventerebbe ancora più importante in Libano.

Questo voto riguarda principalmente il bilanciamento del potere politico nazionale libanese. “Non riguarda anche l’Iran, Israele o l’Arabia Saudita”, spiega Amr e prosegue: “Se è vero che gli elettori considereranno in qualche misura le minacce provenienti da Israele e l’influenza dell’Iran o dell’Arabia Saudita nel loro voto, questo è comunque un fattore secondario, non un fattore motivante e primario”.

«Lo scontro  in realtà pesa a favore di Hezbollah perché ne radicalizza l’elettorato che sarà ancora più motivato ad andare a votare e lo stesso potrebbe succedere con il resto dell’elettorato musulmano, che vede Israele come il male libanese memore delle varie invasioni.L’Iran è hezbollah in Libano, quindi dipende da come sarà il risultato del gruppo. Se questo dovesse diventare il vero mattatore della politica libanese allora il Libano potrebbe avvicinarsi ancora di più all’area di influenza iraniana, magari ricevendo ancora più finanziamenti.lL Arabia Saudita ha perso un po’ di peso in questo voto. Il suo referente politico è Hariri ma dopo il caso delle dimissioni date Ryahd e poi ritirate a Beirut, il rapporto si è un po’ incrinato. L’Arabia Saudita credo che guardi alle elezioni di domenica sperando che si mantenga la situazione attuale. Un Libano dove Hezbollah ha una maggioranza parlamentare sarebbe un vero problema per l’Arabia Saudita, che molto ha speso in questi anni, soprattutto nello scontro con l’Iran» afferma Emanuele Bobbio. 

In un’intervista di ‘euronews’, Marwan Maalouf, docente dell’Università dello Spirito Santo di Kaslisk a Beirut e analista politico, afferma che il sistema costituzionale libanese è parlamentare, ma anche religioso. « Non viviamo in uno Stato laico ed è per questo che, anche in Parlamento, i seggi sono divisi tra cristiani e musulmani e il capo del Paese e il capo del Parlamento sono distribuiti tra cristiani e musulmani. Inoltre, il Libano è una democrazia consociativa. Significa che ogni decisione importante viene presa con l’approvazione di tutte le religioni. Il che non ci rende davvero una democrazia e indebolisce l’opposizione, il Governo e la maggioranza dominante», afferma Maalouf e prosegue spiegando che la maggior parte delle volte negli ultimi dieci anni il Libano ha avuto governi di coalizione con diversi partiti che non hanno la stessa visone del Paese e il fatto che ci sia un’opposizione porterebbe portare a una mancanza di responsabilità. « Ecco perché fino ad oggi un certo numero di partiti politici utilizza ancora un elemento religioso nelle loro campagne, spingendo le persone a votare in base alle proprie convinzioni, piuttosto che su un programma o sui risultati raggiunti», afferma Maalouf.

Nonostante secondo Maalouf i partiti politici basino la loro candidatura sul fattore religioso, il Libano ha diverse sfide interne da dover affrontare, come ad esempio il problema economico. Infatti, secondo la dichiarazione del Fondo Monetario Internazionale emessa all’inizio di quest’anno, il Paese ha un deficit fiscale del 10% del suo prodotto interno lordo, un disavanzo delle partite correnti di oltre il 20% e una crescita del PIL reale molto debole.

L’energia elettrica rappresenta un’altra problematica: le centrali elettriche libanesi sono state distrutte durante la guerra civile, dal 1975 al 1990, e anche in seguito a diversi attacchi da parte di Israele. Alla luce di ciò, il Governo deve ancora mettere fine al razionamento dell’elettricità.

La spazzatura è un punto fondamentale della politica libanese, infatti, grandi proteste hanno portato alla chiusura di Naameh, la discarica principale di Beirut nel 2015, quando questa ha superato le sue capacità di portata. Le proteste si sono concluse dopo che il Governo ha istituito delle strutture per il trattamento dei rifiuti e ha riaperto due discariche  che erano chiuse. Ma non è stato abbastanza, e le pile di spazzatura hanno ricominciato ad intasare le strade di Beirut nel 2016 e nel 2017. Alcuni rifiuti sono stati gettati nei fiumi del Libano e si sono riversati sulle spiagge.

Con circa 1,5 milioni di rifugiati siriani, secondo il numero ufficiale libanese, il Paese ha il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo. La presenza di così tanti rifugiati siriani, unita a una storia travagliata tra Beirut e Damasco, ha provocato un’ondata di razzismo e i rifugiati sono diventati anche il capo espiatorio dei problemi interni e della cattiva gestione politica. “Per dirla in termini italiani, immagina se l’Italia dovesse far fronte a 20 milioni di rifugiati. Immagina le tensioni sul Governo e sui servizi sociali, che ci potrebbero essere”, afferma Amr.

Il nuovo Governo dovrà affrontare sfide relative anche alla corruzione, infatti, il Paese è stato classificato 143° su 180 nell’indice di corruzione di Transparency International del 2017, alla sicurezza e agli affari regionali, “l’urgenza di migliorare i servizi di base”, aggiunge Amr e conclude “il nuovo Governo da domani affronterà le stesse identiche sfide che il Libano dovrebbe affrontare oggi”. «La sfida centrale sarebbe quella di superare il sistema settario. Però più che per il nuovo governo, che comunque dovrà rispettare gli accordi quindi dovrà avere un primo ministro sunnita, io credo che sia per l’ntero paese. Nonostante non credo che possa essere affrontata» dice Bobbio. 

 

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