sabato, Settembre 21

Libano: Hezbollah mette in guardia Israele La nuova escalation in Libano secondo le analisi di Marco di Donato e Didier Leroy

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«Hezbollah non ha più linee rosse». Così il leader dell’organizzazione libanese, Sayyed Hassan Nasrallah, ha commentato la recente escalation di violenze che ha portato ad un riacutizzarsi della tensione con Israele.
Negli ultimi giorni, infatti, è riesplosa la conflittualità nella regione. Tra il 24 ed il 25 agosto, Tel Aviv ha messo in atto una serie di attacchi contro le forze sostenute dall’Iran in Siria, Iraq e Libano, provocando la replica del gruppo di Nasrallah.

In Siria, l’Esercito israeliano ha affermato di aver colpito agenti delle Iranian Quds Forces e milizie sciite che si stavano preparando ad attaccare Israele. Ad al-Qaim, in Iraq, vicino al confine occidentale del Paese con la Siria, gli israeliani avrebbero bombardato dei depositi di armi delle Popular Mobilisation Forces (PMF), milizie per la maggior parte sciite sostenute da Teheran. In Libano, invece, due droni israeliani hanno sorvolato il cielo di Dahyeh, sobborgo a sud di Beirut: uno si è schiantato su un edificio ospitante gli uffici di ‘Al Manar’, centro della comunicazione di Hezbollah; l’altro è esploso a mezz’aria.

In Libano la situazione si è fatta col passare del tempo più complessa. Il Primo Ministro libanese, Saad Hariri, ha dichiarato che l’episodio dei due droni costituisce una palese violazione alla sovranità del Paese, invocando contemporaneamente una risposta della comunità internazionale. Nasrallah, invece, promettendo una risposta imminente, ha affermato che l’obiettivo degli attacchi israeliani in Siria non era una posizione delle Iranian Quds Forces, ma una casa con all’interno dei combattenti Hezbollah.

La risposta del gruppo libanese è arrivata il primo settembre. Missili anticarro hanno abbattuto un carro armato israeliano lungo la città di frontiera di Avivim, sede di una base militare israeliana. Per replicare all’attacco di Hezbollah, Israele ha sparato un centinaio di colpi contro le città libanesi meridionali di Yaroun e Maroun al-Ras per poi dichiarare la tregua.
Al termine delle ostilità, quindi, Nasrallah ha dichiarato: «È nostro diritto, e diritto del Libano, difendere la nostra terra. Affronteremo i droni israeliani. Questo è l’inizio di una nuova fase».

Quanto accaduto è l’incidente più grave che ha visto coinvolti Libano e Israele dal 2006. Nell’estate di quell’anno, infatti, i due Paesi intrapresero una guerra lunga 34 giorni, nata da un’incursione transfrontaliera delle milizie di Hezbollah, che portò al sequestro di due soldati israeliani e alla morte di tre militari. Una guerra che il Libano pagò amaramente: furono oltre mille le vittime civili e più di un milione gli sfollati. 250, invece, furono i miliziani uccisi tra le file di Hezbollah. Una guerra il cui peso a livello socio-economico e ambientale si fa sentire ancora oggi dalle parti di Beirut.

Ma come bisogna interpretare quest’ultima escalation e le parole di Nasrallah?
Bisogna andare oltre le parole di questi personaggi. In questi giorni si sta celebrando l’Ashura, un evento con una forte carica emotiva per gli sciiti. Vi è, quindi, la necessità di parlare in un certo modo alla base”, dice Marco Di Donato, ricercatore presso l’UNIMED (Unione delle Università del Mediterraneo), “con quelle parole, Nasrallah vuole anche mettere in guardia Israele. Vi è un continuo bilanciamento fra le parti, le quali continuamente testano l’un l’altra. Ci si monitora vicendevolmente per comprendere quale sia la forza dell’avversario, così da rimettere in piedi forme di bilanciamento. Si cerca di trovare un equilibrio, quello che in inglese è possibile definire come ‘balance of fear’. La guerra del 2006 è un ricordo molto forte tanto nella mente degli strateghi israeliani quanto in quelli del Partito di Dio”.

Un’analisi condivisa anche da Didier Leroy, ricercatore del Royal Belgian Defence Institute e assistente presso la Free University of Brussels, che spiega: Al di là della retorica aggressiva, che è parte sia di Hezbollah che dell’Esercito israeliano, entrambe le fazioni continuano a calcolare i rischi che possono potenzialmente esplodere quando provano qualcosa di nuovo. In tutto ciò vi è anche una sfida dal punto di vista militare, ed Hezbollah si è fatto trovare pronto e ben addestrato”.

Uno dei fattori da tenere in considerazione nella recente escalation che ha visto protagoniste Tel Aviv e Beirut sono le elezioni che si terranno il prossimo 17 settembre in Israele. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è in difficoltà: dopo il turno elettorale di aprile, che lo ha visto trionfare senza una maggioranza, si prepara nuovamente a sfidare l’elettorato. L’opposizione gli imputa di non far abbastanza dal punto di vista della sicurezza. Una retorica aggressiva e forti azioni di contrasto potrebbero fargli guadagnare consensi: in particolare, quando il nemico si chiama Hezbollah, che all’interno del Knesset vuol dire Iran.
Si cerca sempre di creare un nemico esterno per catalizzare il consenso interno”, spiega Di Donato, così come Israele, anche i palestinesi ed Hezbollah hanno spinto su quel perno per nascondere una serie di problemi molto gravi.

Quello tra l’Iran e Hezbollah è un legame che accompagna l’organizzazione sin dai suoi albori. Costituitosi dopo l’invasione israeliana del Libano nel 1982 la cosiddetta operazione ‘Pace in Galilea il gruppo fece sua l’ideologia radicale delgrande ayatollahRuhollah Khomeini che ispirò la Rivoluzione Islamica del ’79. Gli obiettivi iniziali del gruppo furono esplicitati nel manifesto del 1985: migliorare le condizioni della popolazione sciita; costituire uno Stato islamico; distruggere Israele.
Non ci sono dubbi che l’Iran finanzi Hezbollah. Teheran farebbe tutto il possibile e sarebbe sicuramente pronto ad espandere qualsiasi tipo di attività per mantenere questa risorsa il più operativa possibile”, dice Leroy, “l’Iran, però, così come Israele, cercherà anche di evitare uno scenario di guerra totale perché sarebbe incredibilmente costoso”.

Oggi, anche per via dei suoi legami con l’Iran, Hezbollah è considerato un’organizzazione terrorista, oltre che da Israele, anche da Stati Uniti, Australia, Canada ed Egitto. L’UE, invece, considera terrorista solo l’ala militare del gruppo, mentre mantiene relazioni con la parte politica. Le sanzioni americane sul fronte nucleare, però, stanno indebolendo lo Stato iraniano e la sua economia e, con ciò, la sua capacità di finanziare i gruppi oltreconfine collegati a Teheran, tra cui Hezbollah.
Iran e Hezbollah sono partner strategici. Nella prima fase della nascita del gruppo libanese vi è stato sicuramente un contributo iraniano. Dagli anni ’90, dopo la morte di Khomeini, Hezbollah ha sviluppato una progressiva crescente indipendenza rispetto all’Iran”, afferma Di Donato, “l’organizzazione ha avviato un percorso di ‘libanesizzazione’, diventando indipendente su più livelli. Ovviamente, che abbia degli alleati è naturale. Tutti i partiti libanesi hanno dei sostenitori ed alleati esterni. Basti pensare al confessionalismo di marca sunnita che ha goduto spesse volte del sostegno saudita.

Una ‘libanesizzazione’, quella di Hezbollah, che non giocherebbe a favore di Israele, la cui politica in Libano come ci ha spiegato Marita Kassisanalista politica di ‘Al Monitorin questo intervento perL’Indro–  è stata fondata sempre sulla divisione e sulla conquista. «Mirare a Hezbollah e accusarlo di atti di aggressività e instabilità in Libano è stata una strategia facile per Israele», scrive Kassis.

Negli ultimi anni, Hezbollah ha elevato il suo profilo e raccolto sempre più consensi all’interno dello scenario socio-politico libanese, sfruttando quel prestigio derivatogli dal ritiro di Israele dal Paese. Prestigio e consenso che Hezbollah ricava dalla debolezza delle altre fazioni in Parlamento contesto che conosce abbastanza bene e attraverso il controllo del territorio”. Di Donato spiega, inoltre, che il gruppo di Nasrallah ha avutola capacità di rileggere la resistenza come un valore nazionale, per cui il discorso che connette popolo-Esercito-resistenza viene rafforzato in maniera sempre più netta”.

Il più grande pregio di Hezbollah, però, secondo il ricercatore dell’UNIMED, è quello “di non voler diventare un movimento egemonico”, poiché ha compreso che il Libano non sopporta e non sostiene, in nessuna forma, che una confessione vada a comandare in maniera esplicita sulle altre”.

Che sia anche questo approccio alle istituzioni di Hezbollah che fa dire a Kassis «la politica del Paese è per una volta unita nel suo approccio alla sovranità del Libano»?
Può darsi. Intanto c’è da registrare il cambio di passo, la nuova fase dell’organizzazione di Nasrallah che demarca ancora una volta i cambiamenti resi noti col nuovo manifesto del 2009 tra l’Hezbollah delle origini e quello odierno.
Hezbollah dall’85 ad oggi è cambiato in maniera profonda. Nell’85 viene forgiato nel pieno della guerra e, quindi, risponde alle esigenze dei suoi tempi. Oggi, invece, persegue più obiettivi”, chiosa Di Donato, “è un movimento estremamente pragmatico, capace di mutare i propri obiettivi in base a quelle che sono le condizioni sul terreno. L’obiettivo che può valere oggi, può non valere domani”.

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