giovedì, Luglio 18

Lezione di Diritto al ‘giudice’ dei giudici Salvini e compagnucci Una legge ha un senso solo se viene letta nel contesto di tutte le altre leggi che costituiscono l’ordinamento giuridico, altrimenti, isolata dal resto, non ha senso e non si può applicare, o meglio, se si applica si rischia in realtà di disapplicarla, di violarla

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L’altra sera, alla trasmissione ‘In Onda’, Alessandro Giuli, di evidenti simpatie leghiste, ha detto che, in relazione al caso Sea Watch e alla ordinanza (non sentenza) della GIP di Agrigento, Alessandra Vella, la differenza che si notava era tra i giudici che applicano la legge e quelli che la interpretano. Per dire che chi la interpreta, come la GIP di cui sopra, fa male, perché la legge si applica. Le stesse identiche parole urlate dieci volte da Matteo Salvini, che lascia intendere, anzi, dice esplicitamente, che chi interpreta in realtà ‘disapplica’ (parola testuale di Salvini) la legge, cioè commette un reato, da radiazione!

Ora, a rischio di fare il professorone (o se preferite, il professorino) alcune precisazioni vanno fatte, magari al signor Giuli, ma comunque a tutti quelli che scrivono di cose giuridiche, ma evidentemente non sono nemmeno passati in automobile nei pressi di una Facoltà (pardon: Dipartimento) di giurisprudenza.
Uno studente, anche il più bravo del mondo, che mi fosse capitato davanti per un esame e avesse detto una cosa del genere, sarebbe stato, con cortesia, allontanato e invitato a cambiare mestiere.
Vediamo un po’ per cercare di capire.

La legge, cioè il documento scritto approvato dal Parlamento ecc., è solo uno dei fenomeni che costituiscono il Diritto. Una legge, si può solo leggere alla luce e nell’ambito del Diritto, cioè dell’ordinamento intero, del quale la legge è solo una delle manifestazioni, diciamo così, esterne.
Una legge, in altre parole, ha un senso solo se viene letta nel contesto di tutte le altre leggi che costituiscono l’ordinamento giuridico, altrimenti, isolata dal resto, non ha senso e non si può applicare, o meglio, se si applica si rischia in realtà di disapplicarla, di violarla. Proprio ciò di cui Salvini accusa il GIP di Agrigento: di essere un Magistrato che invece di applicare la legge, la disapplica.

E quel signore di cui parlavo prima, ha detto la medesima cosa, utilizzando la parola ‘interpretazione’. Che è esattamente la cosa che è compito del giudice fare: interpretare, cioè collocare il fatto, sul quale si deve giudicare, nel contesto giuridico per decidere come quel fatto deve essere qualificato e dunque regolato.

La legge, infatti e per definizione, è un documento, si usa dire, astratto e generale. Cioè non può in nessun caso prevedere tutte le ipotesi, le infinite letteralmente ipotesi che si possono verificare nella realtà. È impossibile. Se fosse così semplice, le questioni giuridiche potrebbero essere risolte da un computer: c’è chi ci ha provato, ma non è giunto a nulla, per il semplice motivo che è impossibile le variabili sono troppe e non prevedibili e sempre nuove.

Per fare un esempio banale, nel decreto Salvini è previsto che nessuna nave può entrare o attraversare le acque territoriali italiane. Semplice? Certo, banale, ma … e se la nave attraversa per andare in un altro Stato, se la nave entra perché c’è una tempesta o ha feriti a bordo? Tutte queste ipotesi (e ovviamente possono essere migliaia) sono previste in norme di diritto internazionale, in trattati introdotti in Italia e quindi legge italiana.
E per esempio, una nave straniera può sempre attraversare il mare territoriale di uno Stato, se lo fa per andare nel mare territoriale di un altro. E quindi, se una nave viene fermata, ci vorrà qualcuno che decida se andava in un altro Stato o no, o se aveva feriti a bordo, ecc. E quel qualcuno è semplicemente il giudice, che, appunto, deve interpretare la disposizione, per sapere come si applica al caso concreto.

Ed è appunto questo il caso della Sea Watch.
Salvini e Giuli possono anche pensare che, vista la disposizione del decreto Salvini, nessuna nave può entrare nelle nostre acque territoriali, ma non un giudice, perché il giudice deve interpretare la disposizione, che vuol dire innanzitutto, metterla, diciamo così, in un pentolone insieme a tutte -ripeto, tutte- le altre disposizioni che hanno attinenza con quel caso.
Nel pentolone, accadrà inevitabilmente che, per proseguire nell’esempio scherzoso, alcune disposizioni saranno più ‘dure’ di altre, altre saranno ‘più saporite’ ecc. e alla fine la minestra che ne risulterà non sarà né l’una né l’altra delle singole disposizioni, ma, appunto, una minestra. Nella quale ogni buon gourmet (e Salvini e Giuli visibilmente non lo sono o non desiderano esserlo) saprà distinguere i vari ingredienti, che però tutti insieme, e ripeto proprio tutti insieme, avranno dato luogo ad un sapore che non è nessuno di quello dei singoli ingredienti, ma è, in qualche modo un’altra cosa pure se vi si potranno distinguere le componenti.

E allora, per venire al caso concreto e per concludere.
Se è vero che una nave non può entrare nelle acque territoriali, è anche vero che l’obbligo di salvataggio in mare esiste, come esiste l’obbligo di ridurre al massimo le sofferenze di chi è a bordo della nave, come anche l’obbligo di arrivare al più presto possibile in un porto, come l’obbligo di scegliere il porto alla luce delle decisioni del capitano, come l’obbligo di non riportare le persone da dove sono venute, e così via.
Tutte queste disposizioni, ma proprio tutte, vanno messe nel calderone di cui parlavo scherzosamente prima, mescolate per bene, cucinate a puntino e poi … servite. Il ‘sapore’ non sarà semplicemente l’art. 1 del decreto Salvini bis, ma sarà un’altra cosa: un’altra, ma nessuna, assolutamente nessuna, individualmente delle altre disposizioni prese in considerazione.

Questo e nulla più di ciò ha fatto la GIP di Agrigento con la ‘graduazione’ delle norme.
Ha, cioè, fatto esattamente il suo mestiere e, nella specie, il suo dovere. Ha costruito, per dirla in modo più sofisticato, una norma giuridica e non applicato una semplice legge. Se lo avesse fatto, avrebbe non solo violato il diritto, ma avrebbe contravvenuto al suo compito.

Il che non vuol dire assolutamente che abbia fatto bene il suo compito. Può darsi benissimo che nel fare la minestra abbia sbagliato gli ingredienti, ne abbia messo troppo di uno e troppo poco di un altro: può darsi benissimo. È per questo che esistono i giudici di appello, cioè di controllo e riconsiderazione del problema. Non per ‘condannare’ il giudice che ha deciso in un certo modo, il contrario, per fare verificare da un’altra persona altrettanto competente e ignara del fatto, se si possa eventualmente giungere ad una conclusione (ad una minestra) diversa o se non sia corretta quella fin qui realizzata.

Questo è tutto. Senza drammi, senza insulti, senza dietrologie.
Solo la nostra bellissima Costituzione che ci impone, per fortuna, tutto ciò. Il diritto, in fondo, è una cosa semplice, purché sia praticato da persone oneste e laureate in giurisprudenza.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.