mercoledì, Agosto 12

L’ex Premier libanese invitato a Parigi: la mossa della Francia che punta al Medioriente L'analisi di Matteo Colombo, ISPI, sugli interessi francesi nel Golfo e in Medioriente

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Il Presidente francese Emmanuel Macron invita l’ex premier libanese Saad Hariri in Francia e lui accetta. Hariri si era dimesso dal suo incarico una decina di giorni fa mentre si trovava in visita in Arabia saudita alimentando il sospetto che le sue dimissioni fossero state in realtà pilotate da Riad per alzare il livello dello scontro con il partito sciita libanese Hezbollah, al governo con Hariri, e con il regime iraniano suo principale sponsor. Con quest’abile mossa Macron offre un’inseparata exit strategy all’Arabia saudita, alleato di lungo corso di Parigi, consentendole di smarcarsi dall’accusa di trattenere contro la sua volontà l’ex leader dell’Esecutivo di Beirut.

Ma soprattutto, coglie l’occasione per rivestire il ruolo di mediatore nella delicata partita libanese con l’obiettivo a lungo termine di diventare la nuova potenza di riferimento in Medioriente. Una potenza certo non paragonabile agli Stati Uniti e alla loro decennale egemonia nella regione, ma in grado di colmare quegli spazi geopolitici lasciati vuoti proprio dagli Usa, impegnati da diversi anni a questa parte in un’opera di progressivo disimpegno dai più scottanti dossier mediorientali. La Francia può vantare a suo favore un passato coloniale di grande prestigio: ex mandataria proprio del piccolo Stato del Libano, Parigi intrattiene ancora oggi legami profondi e duraturi con ampie fazioni politiche del Paese, dalla cerchia sunnita degli Hariri al potere fino a ieri al partito cristiano-maronita attualmente all’opposizione. Ed oltre ai rapporti politici, la Francia non ha mancato di curare anche le relazioni militari, come dimostrato dalle numerose partite di armamenti fornite a Beirut negli ultimi anni, tutte forniture avvenute con il finanziamento dell’Arabia Saudita. Un modus operandi ripetuto poco più di un anno fa in Egitto, anche in quel caso il medesimo schema: armi francesi, denaro saudita e un ambizioso obiettivo, accrescere la propria influenza in una nazione che se dovesse davvero entrare nel club degli esportatori di gas di qui al 2019, diventerebbe fondamentale per gli equilibri energetici del prossimo futuro.

Ma l’intreccio di interessi più profondo è quello che lega la Francia al Golfo Persico. Un intreccio fondato su relazioni commerciali, finanziarie e militari di lungo corso. In riferimento a queste ultime Il primo posto nelle relazioni bilaterali spetta all’Arabia saudita: un volume di affari fra i due paesi ammontante a circa 12 miliardi di dollari di forniture di armi. Ma anche i fedeli Emirati Arabi Uniti non sono da meno: non solo esportazioni militari per circa 8 miliardi ma anche l’unica base militare francese permanente al di fuori del territorio nazionale e del continente africano, la base di Al-Dhafra, a sud di Abu Dhabi, da dove partono i bombardieri che colpiscono lo Stato Islamico e che permette alla Francia di conservare un avamposto strategico nel cuore del Medioriente.

Non meno importanti i rapporti commerciali. Il grande fondo di investimenti emiratino Mubadala sta pianificando di investire circa un miliardo di dollari in Francia. Contemporaneamente la Caisse des Depots francese, l’equivalente francese della nostrana Cassa Depositi e Presiti, sta guidando un gruppo di aziende composto fra le altre da Axa e Aeroport de Paris verso un investimento di 150 milioni di dollari in Kingdom Holding, il fondo di Alwaleed bin Talal, il potente principe-businessman saudita arrestato per corruzione dal Principe ereditario Mohammad bin Salman. Un arresto seguito, pochi giorni dopo, dalla visita di Macron in persona in Arabia Saudita, evidentemente preoccupato dai risvolti economici dell’operazione di epurazione portata avanti dall’ambizioso principe ereditario

Certamente non poteva mancare il Qatar nella lista dei partner mediorientali di Parigi, forse non si potrebbero paragonare le attuali relazioni bilaterali con i fasti di non molti anni fa quando all’Eliseo sedeva Sarkozy e la rottura diplomatica fra Doha e Riad non si era ancora consumata. A quell’epoca le relazioni bilaterali erano sconfinate addirittura nel mondo del calcio con la votazione per l’assegnazione dei Mondiali 2022 al Qatar influenzata dall’opera di lobbysmo messa in atto dall’allora inquilino dell’Eliseo. Tuttavia, anche quelli odierni sono rapporti di tutto rispetto, come dimostra la creazione del fondo di investimento italo-francese Qadran, nel quale sono ospitati numerosi ‘gioielli’ dell’industria d’oltralpe.

Infine, in questo complesso quadro non poteva mancare l’Iran, criticato da Macron per la sua negativa influenza sulle vicende del Medioriente ma al contempo Paese di destinazione della compagnia petrolifera francese Total. E parte di un accordo sul nucleare che la Francia è disposta a mantenere ad ogni costo in quanto fondamentale viatico per la stabilità regionale e, più pragmaticamente, per la sicurezza degli affari. Sugli interessi della Francia in Medioriente e nell’area del Golfo e sugli scenari aperti dalle recenti vicende libanesi abbiamo sentito Matteo Colombo, Associate Research Fellow presso l’ISPI (Istituto degli Studi Politici Internazionali)

Come può essere letta la recente mossa di Emmanuel Macron che ha invitato l’ex Premier libanese Saad Hariri a trascorrere alcuni giorni in Francia?

Questa mossa può essere letta come un tentativo da parte della Francia di continuare in quella che è la sua politica nella regione già da diversi presidenti, a partire innanzitutto da Nicolas Sarkozy, una politica che consiste nel presentarsi come il migliore amico ed alleato europeo dei Paesi del Golfo, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti. Ma può essere letta anche come una mossa per affermare la sua preminente presenza in Libano, Paese a cui è legata storicamente da ottimi rapporti derivanti anche dall’epoca coloniale. Inoltre, con questa mossa la Francia vuole offrire una garanzia anche all’Arabia Saudita perché essendo abbastanza evidente che Hariri non sarebbe potuto rimanere a lungo a Riad in una situazione di incertezza in cui da più parti i sauditi venivano accusati di fatto di aver catturato l’ex premier libanese, la soluzione francese diventa di fatto un lasciapassare che accontenta tutti, dall’Arabia Saudita alla stessa Francia, la quale ha la possibilità di sottolineare nuovamente il suo ruolo di mediatrice già sperimentato alcuni mesi fa in occasione della crisi con il Qatar. Infine, viene accontentata anche una parte importante del mondo politico libanese che può trovare nella Francia uno Stato in grado di bilanciare fra i vari Paesi presenti nella regione. La Francia intrattiene infatti buoni rapporti con l’Iran ma allo stesso tempo, se ha affermato la necessità di mantenere fermo l’accordo sul nucleare con Teheran allineandosi in tal modo alla comune posizione europea, d’altra parte Macron è stato l’unico leader europeo a proporre l’adozione di altre sanzioni nei confronti dell’Iran e ha parlato del Paese in termini negativi, ritenendo preoccupante la crescita di influenza in Medioriente da parte del regime degli ayatollah.

Alla luce dei recenti avvenimenti, si può dire che la Francia voglia proporsi come la nuova potenza di riferimento in Medioriente?

E’ difficile che la Francia si sostituisca in toto agli Stati Uniti nel ruolo dagli stessi svolto in Medioriente. D’altra parte è tuttavia evidente come la strategia statunitense degli ultimi cinque anni , il cosiddetto leaving from behind, abbia aperto numerosi spazi geopolitici in seguito occupati dalla Russia. Rispetto agli Stati Uniti, se prendiamo in considerazione l’arco storico degli ultimi cinquant’anni, la Francia ha una influenza minore in Medioriente ma nell’area ha comunque interessi e ambizioni importanti ed essendo una nazione europea viene percepita di meno come un Paese vicino alle due grandi potenze mediorientali, Iran e Arabia Saudita. Se infatti gli stati Uniti sono chiaramente molto vicini a Riad e la Russia molto vicina a Teheran, la Francia ha l’indubbio vantaggio di apparire come un attore meno schierato da una parte o dall’altra anche se ovviamente, essendo un Paese UE, ha storicamente rapporti più stretti con il Golfo che non con l’Iran. In particolare, in riferimento alla crisi yemenita, la Francia , nel contesto europeo, è stato il Paese che ha avuto reazioni memo dure nei confronti dell’intervento saudita. In conclusione, sembra pertanto che l’obiettivo finale della Francia sia quello di presentarsi come uno Stato di cui ci si possa fidare, un Paese capace di assumere un ruolo di mediatore nelle varie crisi regionali attualmente aperte in Medioriente, un ruolo che gli Stati Uniti e Russia non possono certamente ricoprire.

Quali sono stati sino ad ora gli strumenti diplomatici, commerciali e militari su cui si è basato la strategia francese?

La Francia è innanzitutto il terzo fornitore di armamenti ai Paesi del Golfo e ha un’ ottima tecnologia militare che costituisce per tali Stati una preziosa occasione per diversificare i propri investimenti essendo tali Paesi attualmente dipendenti da tecnologie prevalentemente statunitensi. Nel momento in cui i Paesi del Golfo stanno combattendo una guerra come quella dello Yemen la possibilità di ottenere forniture militari moderne diventa di grande importanza. Un altro elemento rilevante è dato dai legami energetici con il Golfo: la Francia importa una rilevante quantità di petrolio dalla regione e questo rappresenta un utile strumento di diversificazione della sua politica energetica. Di notevole rilevanza è poi la capacità della Francia di intrattenere rapporti commerciali con i Paesi nell’area del Golfo Persico, i quali hanno effettuato investimenti di grande importanza in Francia, non ultimo quello nella squadra calcistica del Paris Saint Germain. Pertanto, fra tutte le nazioni europee, la Francia è certamente il Paese che ha le carte migliori per accrescere la sua influenza in Medioriente.

In riferimento alle forniture di armamenti, la Francia negli ultimi anni ha adottato un modus operandi simile: tanto in Libano quanto in Egitto, infatti, ha venduto negli ultimi anni partite di armamenti con il finanziamento dell’Arabia Saudita, come si spiega questa strategia?

Una strategia come questa si legge alla luce del fatto che l’Arabia Saudita è l’attore principale della regione, è difficile pensare che gli Emirati Arabi o altri Paesi dell’area possano condurre una politica estera indipendente da Riad, un tentativo in tal senso era stato avanzato del Qatar e si è vista quale situazione di gelo diplomatico ne è conseguita. L’Arabia Saudita possiede tutti i mezzi finanziari per poter garantire forniture di armamenti come quelle date a Libano ed Egitto nonché per influenzarne le scelte strategiche: stiamo infatti parlando di Paesi che non potrebbero condurre una politica estera e di difesa senza l’ombrello di Riad e del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Pertanto l’Arabia Saudita fa da garante e in parte determina la politica internazionale di tali Paesi, anche nei confronti degli Stati confinanti con i medesimi, attraverso il finanziamento di forniture militari quali quelle francesi. Riad ha il peso politico sufficiente per poter esercitare una sorta di diritto di prelazione su dove possano confluire gli armamenti. In tal modo da una parte vi è l’Arabia Saudita che riesce a diversificare la propria economia smarcandosi dalla dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti, dall’altra la Francia che riesce a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico al fine di non dipendere eccessivamente dalla Russia. Così operando, Riad può quindi dimostrare che nulla si può muovere all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo senza il suo consenso.

In questo rinnovato ruolo di potenza di riferimento, la Francia riuscirà a mediare fra le posizioni saudite e le posizioni dell’Iran?

La mediazione fra Iran e Arabia Saudita rischia di essere un obiettivo eccessivamente ambizioso per la Francia. Parigi può ricoprire un ruolo di mediazione su limitate crisi regionali quale quella del Libano. Invece, in riferimento ad una crisi più ampia quale quella del Golfo la Francia tende di più ad appoggiarsi ad altri paesi quali il Kuwait o l’Oman, nazioni che intrattengono rapporti certamente migliori con l’Iran. Pertanto una strategia di mediazione più ad ampio respiro fra Teheran e Riad risulta abbastanza al di là di quelle che sono le concrete capacità dello Stato francese. Al momento al strategia della Francia si inquadra in un’ottica ben più pragmatica: Parigi ha storicamente dei buoni rapporti con i Paesi del Golfo, ha tutto l’interesse a migliorarli e a diventare il loro primo Paese di riferimento per quanto riguarda i rapporti con l’Europa pertanto la sua strategia è volta ad un’offerta di mediazione sui singoli dossier di crisi del Medioriente, primo fra tutti quello libanese.

Cosa potrà fare la Francia proprio in relazione alla partita libanese, riuscirà a evitare un possibile conflitto?

Per quanto riguarda la questione di una possibile nuova guerra del Libano, la Francia potrà certamente impegnarsi per evitarla, ma quello che accadrà dipende in larga misura da cosa deciderà di fare Israele. Al momento, infatti, una crisi politica in Libano non gioverebbe nemmeno alla stessa Israele perché se Hezbollah dovesse rafforzarsi ancor di più nel contesto libanese sarebbe proprio Tel Aviv a subirne le maggiori conseguenze. Alla luce di questo si spiega l’attuale strategia attendista di Israele. Quello che potrebbe fare la Francia e che probabilmente sta già facendo con questo invito rivolto ad Hariri è aiutare le parti politiche libanesi a raggiungere un nuovo accordo di governo: un accordo che certamente non potrà tagliar fuori Hezbollah, dato che attualmente in Libano non vi sono i numeri materiali per governare senza il medesimo, ma che potrebbe portare ad un Governo di grande coalizione che includa al suo interno anche forze politiche al momento all’opposizione diminuendo in tal modo, per ragioni di mera proporzione, il peso politico degli Hezbollah stessi. La Francia ha storicamente buoni rapporti con le forze cristiano-maronite, attualmente all’opposizione in Libano, pertanto avrebbe una forte chance di raggiungere l’obiettivo di un Esecutivo di unità nazionale nel Paese. Un Governo di tale natura riuscirebbe a stabilizzare la situazione politica libanese nel breve periodo e la Francia ha tutto l’interesse a garantire questa stabilità. Al momento infatti i francesi da una parte stanno sostenendo la bontà dell’accordo nucleare con l’Iran, d’all’altra intrattengono buone relazioni diplomatiche con i sauditi, se la situazione in Libano dovesse precipitare a causa delle rivalità fra queste due potenze la Francia sarebbe a quel punto costretta a scegliere quale parte in causa sostenere. La scelta cadrebbe probabilmente sulle nazioni del Golfo, ma così facendo l’apertura all’Iran anche da un punto di vista commerciale verrebbe compromessa.

La volontà da parte francese di incunearsi in alcuni degli spazi lasciati vuoti dagli Usa avrà dei riflessi sui rapporti bilaterali fra Washington Parigi?

La sensazione è che al momento gli Stati Uniti non abbiano la volontà di riprendere ad avere un ruolo da protagonisti in Medioriente, pertanto se gli spazi geopolitici da loro lasciati vengono occupati dalla Francia piuttosto che dalla Russia questo sarebbe in definitiva accettabile per gli Stati Uniti perché i francesi sono certamente più in linea con la strategia americana in politica estera di quanto non lo siano i russi. La maggiore differenza fra Obama e Trump in Medioriente è data dal fatto che quest’ultimo appare molto più ‘appiattito’ sulle posizioni saudite di quanto non lo sia stato il suo predecessore. Pertanto si assiste a un totale ritorno di quel rapporto privilegiato fra Washington e Riad tipico dei vari Presidenti repubblicani che si sono succeduti alla Casa Bianca, di conseguenza il fatto che anche la Francia sia il Paese europeo maggiormente vicino al regime saudita può coincidere con gli interessi statunitensi nell’area e rappresentare un utile strumento per contenere l’espansione iraniana. Secondo il punto di vista americana è da salutarsi con favore che determinati spazi siano occupati da nazioni europee perché se così non fosse sarebbero probabilmente destinati ad essere attratti nell’orbita strategica russa e nell’orbita commerciale cinese.

Quali potrebbero essere i futuri ed ulteriori spazi di penetrazione della Francia in Medioriente?

La Francia ha già rapporti consolidati con numerosi Stati nordafricani, in prospettiva potrebbe accrescere la sua influenza sull’Egitto. E i motivi sono numerosi: l’Italia, che sino al 2016 era il primo partner commerciale del Paese, ha visto ridimensionato il suo ruolo anche in conseguenza della vicenda Regeni, l’Egitto è uno dei maggiori alleati dei Paesi del Golfo e ha sostenuto con forza il bando di Riad nei confronti del Qatar, in quanto particolarmente sensibile all’accusa, mossa a Doha, di sostenere i Fratelli Musulmani. Infine l’Egitto riveste un ruolo fondamentale per la stabilizzazione della Libia, obiettivo che mette Parigi nuovamente in concorrenza con l’Italia. In riferimento al Medioriente in senso stretto, se anche nel prossimo futuro appare improbabile che Parigi arrivi ad avere un peso politico-diplomatico paragonabile alle grandi superpotenze americana e russa, la Francia rimarrà comunque il partner europeo su cui i sauditi e gli emiratini potranno maggiormente contare e risulterà il Paese meno esposto ad eventuali crisi regionali e pertanto con le migliori chances di risolverle.

Mentre la Francia accresce la sua influenza, la Gran Bretagna sta tentando di rafforzare la sua presenza in Iran, siamo assistendo a una battaglia fra potenze europee per conquistarsi spazi in Medioriente?

Certamente possiamo dire che sia in corso una battaglia di questo tipo: il momento attuale è un periodo di transizione in Medioriente nel quale i vecchi equilibri stanno progressivamente cadendo. Pertanto, nel momento in cui sorge l’opportunità di stringere nuovi accordi anche economici, questa opportunità rimane aperta a tutti i Paesi europei che abbiano le capacità per coglierla tempestivamente. Le nazioni europee hanno la possibilità di accrescere la propria influenza nelle regioni in cui sono state storicamente più presenti approfittando anche dell’assenza, allo stato attuale, di una politica estera nella regione che sia concordata a livello europeo. Diversi sono i dossier aperti: l’Italia ha notevoli interessi energetici nella regione del Nordafrica, al fine di diversificare la propria dipendenza energetica, la Gran Bretagna ha interesse a ricostruire quella che era stata la sua storica presenza nell’area mediorientale. Al momento, tuttavia, è la Francia la nazione che sta ottenendo maggiori risultati in termine di influenza anche perché si sta ponendo senza grandi problemi come sponsor affidabile di Paesi, quali l’Arabia saudita e gli altri Stati del Golfo, dichiaratamente autoritari. Inoltre ha dalla sua parte due fondamentali punti di forza: una grande preparazione diplomatica e soprattutto l’essere una potenza affacciata sul Mediterraneo. La Gran Bretagna, al contrario , avendo una diversa posizione geografica tende a concentrare i propri sforzi in regioni differenti. L’Italia potrebbe essere un paese geograficamente interessante perché se davvero dal 2019 l’Egitto dovesse cominciare a esportare gas naturale, il nostro Paese potrebbe diventare uno dei Paesi di destinazione. Inoltre ha ottimi rapporti con l’Iran, essendone il primo partner commerciale europeo, ed è meno politicamente schierato rispetto ad altri. Tuttavia, l’Italia non ha attualmente né la volontà né la forza di recitare un ruolo di primo piano quale quello della Francia, un invito rivolto ad Hariri quale quello effettuato da Macron, se fosse stato fatto dall’Italia non avrebbe avuto successo perché il nostro Paese non ha con il Libano quei legami storici che ha invece la Francia.

 

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