giovedì, Ottobre 29

L’evoluzione del sufismo: dall’ascetismo al panteismo

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Gli studiosi sono in disaccordo sull’origine della parola “taṣawwuf”. Alcuni la fanno risalire alla radice del verbo “taṣawwafa” che sta a significare “indossare la lana” (ṣawf), oppure provare a vivere una vita ascetica e di abnegazione, da qui “as-ufyya” (il sufismo). Altri, invece, ritengono che l’origine della parola “ṣufyya” sia  da ricondurre alla parola “Ahl as-ṣaffa” (la gente della Moschea del Profeta), usata per indicare un gruppo di eremiti che soleva sedersi sotto i portici della moschea di Medina ai tempi del Profeta. Un’altra ipotesi richiama i musulmani che sono in “ prima fila” (ṣaffa) nella preghiera. Secondo altri, invece, la parola “sufismo” deriverebbe dal greco “sophos” o anche “theosophia”  che vuol dire letteralmente “la sapienza di Dio” e il cui concetto contiene in sé le scienze, la filosofia e la religione. Al contrario, l’orientalista tedesco Nöldeke rifiuta questa versione, affermando che la lettera “sigma” corrisponde alla “sin” dell’alfabeto arabo e non alla “ṣad” e che non c’è nella lingua aramaica una parola che possa trovarsi a metà strada tra il “sophos” greco e il “ṣufi” arabo.

L’orientalista francese Louis Massignon afferma che la parola “ṣufi” sia comparsa per la prima volta nella storia dell’Islam nella seconda metà dell’ VIII secolo d.C., inventata da Jabir bin Hayyan, celeberrimo alchimista di Kufa e discepolo dell’Imam Ja’far Al-Sadiq che a sua volta aveva una propria madhab[1]  e una propria dottrina in materia di ascesi. Il nome “sufismo”, invece, sarebbe comparso nell’anno dell’Egira 199 (corrispondente all’anno 814 del calendario gregoriano), quando la notizia della sedizione di Alessandria d’Egitto diede vita a Kufa a una delle dottrine del sufismo islamico, di impronta sciita, il cui ultimo Imam, ‘Abdak Al-Sufi, che aveva la particolarità di essere vegetariano, morì a Baghdad nell’anno 210 dell’Egira (825 del calendario gregoriano).

Nonostante il Messaggero di Dio (il Profeta Maometto) sia il primo e il più grande tra i sapienti, è risaputo che egli realizzasse la propria condizione di ascesi isolandosi nella grotta di Hira e rivolgendosi all’Onnipotente, sia prima che durante che dopo la rivelazione. Tuttavia egli rifiutava la mistica nella forma del monachesimo buddista, induista o cristiano e si dice anche che affermasse che “non ci sarà mai alcun monaco nell’Islam”.

Il sufismo ai suoi albori ruotava attorno a due principi: il primo era che l’assoggettarsi al culto generasse nell’io una verità spirituale e il secondo era che  la consapevolezza del cuore inondasse l’io di una conoscenza tale da avvicinarlo a Dio: la conoscenza è generata dunque dall’amore e dalla vicinanza a Dio.

I primi ṣufi erano considerati diversi dalla maggior parte dei musulmani, vivevano confinati e in isolamento proprio per avvicinarsi all’Onnipotente, poiché il loro desiderio era quello di scoprire Dio con ogni mezzo possibile, soprattutto purificando il cuore da ogni preoccupazione. Questo concetto viene riportato anche nella biografia, nei sermoni e nei discorsi di al-Ḥasan al-Baṣrī (21-110 Egira / 642-728 calendario gregoriano), oltre che in due libri di due grandi sufi: “Al Wasaya” (I comandamenti) di Harith al-Muhasibi (170-243 Egira / 787-858 calendario gregoriano) e “Al-Munqidh min al-dalal” (La salvezza dall’errore) dell’Imam Abu Hāmid al-Ghazālī (450-505 Egira / 1059- 1112 calendario gregoriano).

L’orientalista Massignon ha osservato come i kharagiti siano stati il primo gruppo a mostrare apertamente la propria avversione per i ṣufi, stando a quanto riportato da al-Ḥasan al-Baṣrī; allo stesso modo, altre grandi dottrine come il sunnismo, l’imamismo e lo Zaydismo si opponevano al sufismo perché esso avrebbe introdotto tra i credenti una certa forma di devianza, in particolare li avrebbe spinti verso alcune convinzioni che  si rifanno alle teorie della personificazione di Dio e del panteismo, oppure li avrebbe allontanati da alcune manifestazioni del culto e li avrebbe resi riluttanti a rispettarne i dettami. Da qui la condanna da parte dei mutaziliti e dei zahiriti, che non accettavano l’idea sufista di amare Dio perché ciò avrebbe significato a livello teorico mettere Dio al pari dell’uomo e a livello pratico affermarne la tangibilità e la personificazione.

Non si può dissentire dal fatto che alcuni approcci del sufismo siano a volte semplicistici, se non addirittura errati e iniqui, tanto che alcuni ṣufi che avevano intrapreso questa scuola di pensiero furono epurati e persino giustiziati, come ad esempio al-Husayn bin Mansūr al-Hallāj (244-309 Egira /  858 – 922 calendario gregoriano). Il sufismo per al-Hallāj era un modo per conoscere la verità e non soltanto un percorso individuale tra il ṣufi e il Creatore. Al-Hallāj ha sviluppato la teoria generale del sufismo, che consiste nel compiere sforzi contro l’ingiustizia e la tirannia sia a livello dell’individuo che dell’intera società; un impatto piuttosto forte, che non poteva nascondersi agli occhi delle autorità politiche che governavano in quel tempo. Si dice che la condanna a morte di al-Hallāj sia stata causata dalla risposta a una domanda postagli da un beduino che gli chiese della sua jubba[2]: “non c’è altra jubba al di fuori di Dio” fu il commento di al-Hallāj che fu quindi accusato di blasfemia.

Ibn Taymmiyya spiega il motivo dell’esecuzione di al-Hallāj con queste parole: «Chi condivide il pensiero di  al-Hallāj riguardo alle affermazioni che hanno causato la sua esecuzione è anche egli un miscredente che viene meno ai doveri di un musulmano. I musulmani ne hanno decretato la morte a causa delle sue teorie da cui si evince la personificazione di Dio e l’unità tra Dio e l’uomo e  queste affermazioni sono segno di ateismo ed eresia: ‘io sono Dio’. Non c’è dunque alcuna differenza tra chi pronuncia questa frase e chi afferma la personificazione di Dio in essere umano e l’unità tra Dio e l’uomo. Il sangue di un tale miscredente deve essere versato, è per questo che al-Hallāj è stato giustiziato».

Molti ṣufi e studiosi hanno però difeso al-Hallāj e lo hanno considerato un martire e un eroe rivoluzionario, sostenendo il significato profondo delle sue parole e che i suoi discorsi sulla personificazione di Dio e l’unità tra Dio e l’uomo corrispondono esattamente al concetto di panteismo; tra questi Muhyiddin ibn Arabi (558-638 Egira / 1163-1241 calendario gregoriano) e  l’Imam Alkhomeini, il quale considerava al-Hallāj un martire le cui parole non furono mai capite nel loro significato più profondo.

Il grande Ibn Arabi afferma: «Noi siamo un popolo a cui è vietato esaminare i propri libri, il sufismo ha una propria terminologia, le parole assumono un significato diverso da quello solitamente a loro attribuito, quindi chi usa le loro parole nel significato comune appare allo studioso come un empio miscredente».

Forse tra i più bei versi di Rābiʿa al-ʿAdawiyya sull’amore per Dio Onnipotente ci sono i seguenti:

“Ti ho amato in due modi, uno egoista e uno degno di te

Nel mio amore egoista, ricordo te soltanto

Nell’altro mio amore tu sollevi il velo in modo che io possa guardarti

La lode non è per me né in questo amore né in quell’altro

Ma tutta per te in quell’amore e in questo”.

 

[1] Scuola giuridico-religiosa islamica

[2] Abito maschile molto diffuse nei paesi arabi

 

Traduzione di Giorgia Mangiullo

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