sabato, Maggio 30

L'Europa del rigore e dei confini

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La nuova Europa dei confini e l’Unione monetaria della UE, governata dalla politica del rigore, stanno vanificando quell’esperimento, per molti un sogno, che si chiama ‘Europa unita‘. Una prova audace, mai tentata prima. E la lezione più importante l’ha dovuta imparare sulla propria pelle: i milioni di morti nelle guerre del ‘secolo maledetto’, figli di ideologie atroci, di stermini e di silenzi. 

Oggi potrebbe essere l’economia più grande del pianeta in uno spazio senza confini, fondato sulla pace e sulla solidarietà. Invece l’esperimento rischia di fallire per gli stessi motivi per cui anche le migliori famiglie si dividono: denaro e mancanza di solidarietà. Invece proprio la solidarietà, principio alla base del sogno, vacilla per la mancanza di responsabilità dell’Europa stessa verso i flussi migratori che dividono gli Stati invece di unirli. E la sovranità, quella economica, non è condivisa, tanto meno suddivisa ma sempre più subalterna, nelle mani dei Paesi del Nord rispetto a quelli del Sud.

ditaranto2.jpg_415368877Se si va avanti così l’Europa si distrugge da sola. Non risparmia critiche Giuseppe Di Taranto. Il professore di Economia all’Università Luiss di Roma rimane però fedele al progetto iniziale, al bel sogno dell’Unione europea. Un sogno che rischia di infrangersi, incapace di reggere l’onda d’urto della sua stessa politica economica.

Professore quel è il vero nemico da combattere per salvare l’Europa?
Il nemico è la deflazione. Si ha deflazione quando la domanda è inferiore all’offerta. Per combatterla è necessario aumentare le liquidità, investire, far crescere il reddito e quindi la domanda. E’ l’unico modo per uscire dalla deflazione cioè dalla crisi ed entrare nell’inflazione. Infatti l’obiettivo dell’economia europea è arrivare, senza superarlo, al 2% dell’inflazione. E’ importante che ci sia un po’ di inflazione perché significa un aumento della domanda.

E’ possibile sconfiggere la deflazione con le politiche europee fondate sul rigore?
No. Oggi in economia esistono due scuole di pensiero. Una è quella neokeynesiana che si basa sugli investimenti e sulla crescita, l’altra è quella neomonetarista su cui si fonda l’attuale politica economica europea e che si basa sul rigore. Ma è chiaro ormai che l’austerity non ha dato risultati. Anzi se li ha dati è soltanto in senso negativo. Ha accentuato la deflazione invece di risolvere i problemi che frenano la crescita.

Quali sono i vincoli della politica economica europea?
Sono due. Il cosiddetto disavanzo statale, dato dal rapporto tra deficit e PIL (Prodotto Interno Lordo) che deve essere inferiore al 3% e il debito pubblico che non deve superare il 60% e che si calcola dal rapporto tra debito pubblico e PIL.  Rigore significa non superare questi numeri. Ma se si vuole uscire davvero dalla crisi economica è necessario investire. E investire significa andare oltre questi limiti  perché è necessario aumentare il deficit e anche il debito pubblico. Solo così è possibile generare più ricchezza cioè aumentare il PIL. In altre parole aumentando il deficit e il debito pubblico, crescerebbero gli indici. Ma è un passaggio obbligato se si vuole investire. Solo investendo è possibile aumentare successivamente il denominatore dei due indici, il PIL appunto, riportando il valore dentro i limiti consentiti. Ma se la politica del rigore non permette di superarli siamo destinati a rimanere in mezzo al guado.

Ci sta dicendo che la politica neomonetarista in Europa dunque è destinata al fallimento?
Le rispondo con un’altra considerazione: i principi economici alla base dell’altra teoria economica, quella keynesiana, fondata sugli investimenti hanno permesso all’America di uscire dalla crisi del ’29. E non solo, la stessa teoria è anche alla base del famoso piano Paulson durante il Governo Bush che ha permesso agli Stati Uniti di uscire dalla grande recessione del 2006 quando cominciò a sgonfiarsi la bolla immobiliare statunitense. La manovra è costata 700 miliardi di dollari. E la cosa interessante è che, per uscire dalle crisi, gli investimenti sono stati gli stessi: nell’edilizia, nelle costruzioni, nei ponti. Tutto questo a conferma del fatto che se si riescono ad attuare investimenti produttivi, come dice la teoria keynesiana, questi hanno un effetto moltiplicatore sulla domanda. E l’aumento della domanda significa crescita del reddito. Così è stato possibile uscire dalle crisi economiche statunitensi. 

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