sabato, Gennaio 25

L’ Europa chiede riforme: dalla ragione sovranazionale alla ‘profezia’ di Ventotene La proposta italiana per riformare l’Eurozona si scontra con una scarsa coesione politica, nonostante i buoni propositi per una futura stabilità volta a scongiurare nuove crisi. Ma l’incertezza si respira anche a Berlino e nel Nord del Continente. La diagnosi di Roberto Castaldi, Professore di Filosofia politica all’Università Ecampus

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Dopo il Vertice euro del 23 marzo, in un clima di generale ripensamento, la ridefinizione dello spazio economico e monetario europeo dimostra di essere più di un adattamento strutturale: differita a giugno, termine ultimo per raggiungere una posizione comune, la riforma dell’Eurozona soffre di un problema di volontà politica. La responsabilità nella condivisione dei rischi dipende, in prima battuta, dall’accettazione di meccanismi di gestione e riequilibrio sovranazionali: in altre parole, da una (parziale) rinuncia di sovranità necessariamente contenuta nell’agenda politica delle rispettive forze di governo.

Immediato riflesso di tali condizionalità sono i tiepidi consensi provenienti da Paesi come la Svezia o l’Olanda – che temono l’incidenza negativa dei debiti pubblici italiano, spagnolo, belga, portoghese, greco – e il freno che la stessa Germania, espressione di una diversa ‘Grosse Koalition’ e preoccupata per l’esito delle elezioni italiane, ha posto all’iniziativa diplomatica avviata a Bruxelles, lo scorso dicembre, insieme alla Francia e proseguita con l’incontro all’Eliseo del 19 gennaio.

Sul tavolo di una riforma tesa a rafforzare la politica economica, monetaria e di difesa comune, troviamo: l’unione bancaria (prioritaria), un rinnovato meccanismo europeo di stabilità, una Unione monetaria fondata sulla convergenza fiscale, l’istituzione di un Ministro europeo dell’Economia e delle Finanze, più competitività rispetto a USA e Cina, ma anche un’integrazione socio-economica fondata su garanzie di welfare (a partire da una effettiva integrazione dei giovani nel lavoro). Sono solo alcuni dei punti contenuti nel ‘Pacchetto Juncker’, documento programmatico pubblicato dalla Commissione europea il 6 dicembre 2017.

A valle del voto del 4 marzo, c’è da chiedersi se la politica estera del nuovo Governo contribuirà attivamente agli sviluppi di un processo di riforma su cui l’Italia ha espresso, a breve distanza dal ‘Pacchetto’, diverse importanti specificazioni: dagli aspetti relativi alla co-gestione e al co-finanziamento del controllo dei flussi di persone alle frontiere alla previsione di un bilancio specifico per l’Eurozona interno al bilancio UE, con stabilizzatori automatici (garanzie agli investimenti destinati ai Paesi colpiti da crisi economica e finanziaria, indennità di disoccupazione europea, un programma per la mobilità giovanile e a tutela dell’infanzia); da una flessibilità per investimenti nazionali cofinanziati dall’UE e vincolati a beni specificamente europei (come sicurezza e difesa comune, ma anche creazione di lavoro, innovazione e diritto alla mobilità nello studio) alle tasse sulle emissioni inquinanti, sull’energia, sui guadagni dell’industria digitale.

Allo stato attuale, le maggiori incognite non hanno tanto a che fare con la scadenza prevista per mettere un punto definitivo alla riforma, ma sul consenso opaco o inespresso – con l’eccezione francese – di Paesi che, come l’Italia, potrebbero guidare questa transizione strutturale.

È possibile, perciò, parlare di una trazione ‘triangolare’, in senso unionale, da parte di Francia, Germania e Italia? O a 4, con la Spagna, come a gennaio hanno affermato, promettenti, i Ministri delle Finanze Bruno Le Maire e Peter Altmaier? Quali sono i fattori di spinta, per il futuro Governo, a mantenere il ruolo attivo dell’Italia nella ridefinizione dell’Unione e, al contrario, i rischi di ritrovarsi, di fatto, estromessi dal processo decisionale?

Lo abbiamo chiesto a Roberto Castaldi, docente di Filosofia politica all’Università Ecampus ed esperto in relazioni.

Professor Castaldi, abbordiamo il tema della riforma dell’Eurozona prendendo le mosse da un Suo articolo di dicembre. Pochi giorni dopo la pubblicazione del ‘Pacchetto Juncker’ proposto dalla Commissione nel quadro della ridefinizione dell’Unione Economica e Monetaria, l’Italia è stato – come Lei faceva notare – il primo Paese dell’UE a muoversi con una proposta specifica, centrata su alcune istanze fondamentali (una disciplina fiscale per gli Stati non più dipendente dai mercati, una equilibratura della bilancia commerciale, l’importanza di una sovranità fiscale europea). Considerando i possibili effetti della riconfigurazione politica post-voto in Italia (e in una Germania che, oggi, appare meno ‘solida’), quanto siamo distanti dal traguardo di questa riforma strutturale, tra diffuse rimostranze euroscettiche e l’ottimismo prudente di chi, come il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, vede nell’alba di una ripresa economica italiana un indice di futura stabilità?

 In politica, la distanza è sempre difficile da valutare perché le cose possono cambiare rapidamente. Per la prima volta, abbiamo una chiara ed esplicita disponibilità della Francia a condividere la sovranità su economia, difesa e flussi migratori. Questo è il dato fondamentale che ha suscitato speranze e aperto un dibattito in termini diversi dal passato. Ora, bisogna vedere quanto la SPD tedesca riuscirà effettivamente a modificare la posizione precedente della Germania e andare verso l’accettazione di una piena condivisione della sovranità in materia economica e, in parte, in materia fiscale.

Ora che il Governo, in Germania, si è formato, si stanno aprendo le trattative. Da parte della Francia e della Germania c’è l’impegno a predisporre un progetto, una ‘roadmap’ congiunta entro giugno: una volta che questa proposta sarà sul tavolo, se c’è una forte volontà politica è chiaro che gli altri Paesi seguiranno. Quale che sia, si tratterà di una proposta più vicina rispetto allo statu quo, agli interessi di tutti i Paesi che in passato avevano assunto posizioni avanzate sull’UEM, come Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Belgio. Questi Paesi potranno essere anche scontenti in merito ad alcuni aspetti contenuti nella proposta, ma essa sarà complessivamente migliorativa rispetto al passato e dovrebbe, pertanto, poter incontrare il consenso di una parte significativa dei Paesi dell’Eurozona. Se la Spagna e l’Italia ne fanno parte, Francia, Germania, Italia e Spagna costituiscono, da soli, la ‘base’ dell’Eurozona dal punto di vista economico e, anche, della forza politica. Questa è la prima questione, e molto dipenderà da quale Governo avrà l’Italia.

In che senso?

 In due sensi: da un lato, per definire quale sarà la linea italiana rispetto alla proposta franco-tedesca; dall’altro, quest’ultima sarà influenzata dal nostro futuro Governo. Se tale Governo sarà percepito come affidabile e impegnato nella riforma dell’Eurozona, è evidente che la proposta dovrà tenere conto degli interessi e delle debolezze da salvaguardare proprie del nostro Paese. Se in Italia ci sarà un Governo chiaramente ancorato a una posizione antieuropea, che si tira fuori da solo dalla riforma dell’Eurozona con la propria linea politica, a quel punto l’interesse degli altri sarà  andare avanti con formule che permettano, eventualmente, di avanzare senza L’Italia.

Nell’incontro franto-tedesco di gennaio, Bruno Le Maire ha parlato di ‘ostacoli tecnici’ rispetto a una posizione comune che dovrebbe essere raggiunta entro giugno. In cosa consistono tali divergenze tra Francia e Germania?

 Si parla di ‘divergenze tecniche’ che, in realtà, sono politiche. La fantasia dei tecnici per trovare soluzioni coerenti con il grado di volontà politica non manca mai. Il nodo è: quali risorse si vogliono mettere in comune, in termini di capacità di bilancio – ossia: capacità fiscale, capacità di prestito –  a livello europeo e per fare che cosa.  Questo ‘che cosa’ riguarda, da un lato, il cosa fare insieme: gli investimenti, la fornitura di beni pubblici europei, e così via. Dall’altro, il cosa fare rispetto alla salvaguardia dell’impianto comune, che dipende anche dai comportamenti dei singoli: quindi, la condivisione del rischio.

Da cosa dipende tale rischio, pensando all’Italia?

 Non è qualcosa che deriva da un comportamento collettivo, ma da comportamenti individuali pregressi.

Il rischio che l’Italia si porta dietro, avendo un debito di oltre il 130% del Pil, non dipende dai comportamenti attuali o futuri del paese, bensì dai comportamenti dei decenni precedenti. La condivisione del rischio è qualcosa che richiede un livello di fiducia sul futuro molto alta – oppure dei livelli di controllo molto alti.  Coloro che vorrebbero un livello di condivisione di risorse molto alto, ma un livello di controllo europeo sui conti pubblici nazionali molto basso, non hanno nessuna speranza: non si può sperare di condividere molte risorse di cui anche ci sarebbe bisogno, perché è evidente che, in un contesto di mercati globali, i Paesi che più avrebbero bisogno di investimenti pubblici sono quelli che meno se lo possono permettere avendo già un debito pubblico elevato e finanze pubbliche in difficoltà, non essendo in grado di fare una politica ‘keynesiana’. Politica che, invece, dovrebbe essere fatta a livello europeo dove, però, non ci sono le risorse: il bilancio comunitario è dello 0,9% del Pil, non c’è una capacità di debito europea, che abbiamo creato in forma surrogata attraverso il ‘Piano Juncker’ utilizzando la Banca Europea degli Investimenti (BEI).

Di fatto, quando si parla di ‘eurobond’, si dimentica che, alla fine, quel Piano non si basa su emissioni di titoli di Stato propriamente ‘europei’, ma su emissioni di obbligazioni da parte della BEI i cui azionisti sono i Paesi membri dell’UE.

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