domenica, Agosto 25

L’Europa che sarà dopo Brexit Uno sguardo al dopo-Brexit dal lato dell’Unione Europea

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La Brexit è nel caos, e non si vede una via di uscita.
Ieri i parlamentari della Camera dei Comuni, hanno votato una mozione  -321 voti favorevoli contro 278 voti contrari- che boccia l’opzione ‘no-deal Brexit’ (la così detta ‘Hard Brexit’, l’uscita del Regno Unito dall’Ue senza accordo). May aveva sperato che, con il passaggio al Parlamento del no-deal Brexit, vista come opzione default, i parlamentari si sarebbero in qualche modo rassegnati a votare di nuovo la sua proposta, pur di divorziare dal Regno Unito nella data fissata del prossimo 29 marzo senza una Hard Brexit. La Commissione europea ha, di fatto, ammonito i parlamentari britannici dichiarando che “non basta votare contro il ‘no deal’ e che è necessario “trovare un’intesa per un accordo”.

Oggi i parlamentari britannici saranno chiamati a un nuovo voto,  la premier Theresa May chiederà più tempo, ovvero l’estensione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona rimandando la scadenza del 29 marzo. Se la maggioranza si esprimerà a favore della proroga, secondo gli osservatori, si aprono diversi scenari. La Brexit viene rimandata di almeno due mesi, ma il rinvio è vincolato all’approvazione unanime dei 27 Paesi restanti del blocco, che si esprimeranno a riguardo nel summit Ue del 21-22 marzo. L’ulteriore tempo ottenuto dovrebbe essere utilizzato per rinegoziare un nuovo patto con Bruxelles, che comunque non ha dimostrato aperture, anzi, ha fatto sapere che l’accordo non è ulteriormente negoziabile.  May potrebbe provare a ripresentare al Parlamento il suo accordo, sperando prevalga la paura del no deal. Secondo la maggior parte degli osservatori, però, è molto difficile che l’operazione vada in porto. La premier potrebbe decidere che l’unica possibilità di uscire dallo stallo sia indire elezioni anticipate; questo comporterebbe, però, le sue dimissioni e il lancio della corsa per la leadership dei Tory. May può convocare un secondo referendum per scegliere tra il suo accordo e il Remain (restare nella Ue e rinunciare a Brexit), ma servirebbero mesi per organizzarlo e la domanda risulterebbe controversa, oltre al fatto che la premier si è sempre detta contraria a questa soluzione.
Da considerare anche l’ipotesi che i deputati, nel voto di oggi, scelgano il ‘no’ alla proroga dell’articolo 50. La May sarebbe molto probabilmente costretta alle dimissioni, si aprirebbe la competizione per la leadership dei conservatori, e ancor di più la Brexit sarebbe nel caos. 

Nulla, dunque, si può realmente prevedere per quanto attiene al versante Gran Bretagna; mentre merita dare uno sguardo al dopo-Brexit dal lato dell’Unione Europea a 27, al di là delle emergenze per le quali si stanno organizzando i diversi Paesi in vista dell’uscita di Londra senza un accordo, ed è quello che ha fatto il Centre for European Reform (CER).  ‘Europe without the UK liberated or diminished?’, a due anni dal referendum britannico, anni durante i quali anche la UE è cambiata, hanno influito l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, la crescita della Cina che sullo scenario internazionale si presenta, secondo CER, ‘sempre più assertiva’, forte e importante anche in Europa  -la crisi …. e Memorandum Italia-Cina di queste settimane lo dimostra. A ciò si aggiunga che internamente l’UE ha assistito: al continuo aumento di forze populiste ed euroscettiche; un rallentamento nell’economia; agli scontri più o meno palesati e molti sotterranei tra i principali Stati membri sulla futura Unione. E’ in questo scenario che si inseriscono le previsioni del CER per il dopo-Brexit.

La liberalizzazione del mercato interno dei beni, dei servizi e del lavoro, secondo CER, proseguirà, con un’attenzione particolare al digitale, anche grazie al venir meno dell’influenza del Regno Unito. Francia e Germania, che non hanno sempre sostenuto la liberalizzazione, avranno proporzionalmente più peso dopo la Brexit, però vi sono segnali che gran parte dei Paesi spingeranno in questa direzione. Su iniziativa del primo ministro finlandese, Juha Sipilä, 17 capi di Stato o di Governo hanno sollecitato Donald Tusk proprio per il miglioramento del mercato unico nei prossimi cinque anni.

La politica in fatto di concorrenza dell’UE cambierà probabilmente dopo la Brexit. Francia e Germania hanno proposto di tenere maggiormente conto della concorrenza dei giganti delle corporation statunitensi e cinesi e di facilitare, anziché ostacolare, la creazione di operatori paneuropei in grado di competere con americani e cinesi. Questo approccio interventista è stato a lungo osservato con scetticismo dal Regno Unito.

Sebbene la Brexit conferisca alla zona euro un maggiore potere nel guidare la politica economica e finanziaria UE nel suo complesso, le divisioni all’interno della zona euro rendono la rapida integrazione molto improbabile, almeno nel breve periodo, secondo CER.

Emmanuel Macron non è stato in grado di persuadere Angela Merkel ad accettare le sue idee per la riforma della zona euro. La Germania e gli Stati del nord Europa, conservatori dal punto di vista economico-finanziario, si sono opposti alle proposte francesi di un bilancio della zona euro in grado di stabilizzare le economie degli Stati membri in situazioni di crisi. Stati membri pro-austerità come l’Olanda stanno combattendo contro tutto ciò che potrebbe portare a trasferimenti fiscali verso paesi come l’Italia. E, sempre secondo CER, non vi sono segnali di dialogo politico tra governi e cittadini nella zona euro che possa portare al sostegno popolare per una maggiore integrazione.

I Paesi non appartenenti all’area dell’euro rimangono a disagio riguardo al loro status futuro. Dopo la Brexit, la zona euro coprirà oltre il 70 per cento degli Stati membri dell’UE e oltre il 76 per cento della popolazione dell’UE, rendendo più facile per i Paesi della zona euro imporre decisioni a chi è fuori. Il Regno Unito ha combattuto con successo per meccanismi volti a garantire la trasparenza del processo decisionale e dare voce ai Paesi non appartenenti all’euro; dopo Brexit, questi Paesi potrebbero trovare più difficile proteggere i propri interessi.

I progressi verso un’unione dei mercati dei capitali continueranno, con qualche cambiamento. L’UE ha tentato di mettere insieme un’unione dei mercati dei capitali (CMU) dal 2014, ma i progressi non si vedono. Una CMU di successo richiede che molte competenze nazionali siano trasferite alla Commissione, in settori come la legislazione in materia di rendicontazione e contabilità; sarà difficile con o senza il Regno Unito.

Con il più grande bacino di capitale d’Europa, la City of London, che sarà fuori dal campo normativo dell’UE, l’UE dovrà decidere se perseguire una CMU insulare o aprire il suo mercato a Londra e nel resto del mondo. Attualmente l’UE sembra dare la priorità all’autonomia normativa interna rispetto all’integrazione nei mercati dei capitali globali e ad accrescere la voce dell’UE sulla scena internazionale. La Brexit dovrebbe innescare un ripensamento dell’UE sul modo migliore di procedere.  

L’UE-27 potrebbe diventare meno impegnata a raggiungere obiettivi ambiziosi in materia di cambiamenti climatici. L’UE può adottare un sistema più centralizzato di regolamentazione del mercato dell’energia. Infatti, se l’obiettivo del Regno Unito per il 2030 è una riduzione del 57% rispetto ai livelli del 1990, l’obiettivo di riduzione dell’UE per il 2030 è solo del 40%. Nel 2018, il commissario europeo per l’Azione e l’energia per il clima, Miguel Arias Cañete, ha riferito di aver aumentato l’obiettivo al 45%, ma ha abbandonato l’idea di fronte all’opposizione di alcuni Paesi europei.

La politica estera dell’UE rimarrà intergovernativa, ma potrebbe diventare meno attiva sulla scena mondiale e meno probabile che utilizzi le sanzioni come strumento di pressione. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 2018, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha proposto che l’UE prendesse decisioni di politica estera a maggioranza qualificata. Il Regno Unito si sarebbe certamente opposto a un simile passo. Il Regno Unito rimane comunque uno dei principali sostenitori del mantenimento o dell’aumento delle sanzioni contro la Russia, ma la sua assenza potrebbe far crescere il numero di Paesi favorevoli alla cancellazione e potrebbe creare problemi nella discussione sulla difesa.

La capacità dell’UE di contrastare il crimine organizzato e il terrorismo transfrontaliero sarà ridotta. Sia gli sforzi di contrasto dell’UE che quelli del Regno Unito saranno inevitabilmente penalizzati dalla Brexit, anche con un accordo. In caso di mancato accordo, il Regno Unito non sarà in grado di emettere mandati d’arresto europei dopo il giorno di Brexit; e l’UE-27 non sarà in grado di usarli per cercare estradizioni dal Regno Unito. I mandati emessi prima della Brexit non saranno accettati a meno che la persona non sia già stata arrestata: altri dovranno essere sostituiti. L’UE scollegherà l’Inghilterra dai suoi database delle forze dell’ordine al momento della Brexit. La Gran Bretagna sarà esclusa da altri database vitali come il Passenger Name Records (PNR). Senza un accordo, il Regno Unito lascerà l’Europol e non sarà in grado di partecipare a squadre investigative comuni con altri Stati membri dell’UE finché non avrà un nuovo accordo con il paese terzo.

Secondo il CER, il nuovo Parlamento europeo sarà più politicamente frammentato e meno propenso a sostenere internamente il commercio più libero con i paesi terzi e la liberalizzazione del mercato a livello interno, non come risultato della Brexit, ma a causa dell’evoluzione della politica nell’UE. L’ uscita dei deputati britannici dal Parlamento europeo rafforzerà tuttavia questa tendenza. La Brexit potrebbe anche influenzare il funzionamento delle singole istituzioni dell’UE e incoraggiare i movimenti euroscettici in tutta Europa. La protratta lotta interna del Regno Unito per capire come lasciare l’UE senza enormi danni economici e di sicurezza ha reso l’UE politicamente poco attraente in altri Stati membri. È probabile che i populisti facciano bene le elezioni del Parlamento europeo nel maggio 2019, ma non lo faranno facendo appello allo spirito della Brexit. Tuttavia, saranno guidati da alcune delle stesse correnti politiche che hanno portato alla Brexit, tra cui l’ostilità alla globalizzazione e la tendenza da parte dei principali politici nazionali a biasimare l’UE quando le cose vanno male e ignorare il suo contributo quando le cose vanno bene. All’interno dell’UE, potrebbe aumentare l’influenza di Berlino e i sospetti contro di essa, soprattutto il disagio degli Stati più piccoli.

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