giovedì, Dicembre 12

L’Europa al centro di un nuovo equilibrio mondiale Qualche considerazione a ruota libera, per comprendere le contraddizioni che delineano i nostri tempi

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Nella nostra narrazione degli eventi spaziali, ci siamo più volte risentiti con l’Europa perché nel campo dell’astronautica continua a rimanere il fanalino di coda delle grandi potenze che hanno utilizzato lo spazio per l’affermazione della potenza e l’esternazione delle capacità tecnologiche raggiunte da università, centri di ricerca e unità militari dei propri perimetri territoriali.

Il nostro Continente, lo abbiamo detto spesso, si è mosso in maniera disarticolata seguendo schemi nazionalistici che hanno danneggiato le singole realtà degli Stati membri, fino almeno al varo dell’Agenzia Spaziale Europea, un grande progetto concepito sulle ceneri di diversi tentativi comuni che non sono mai stati un successo meritevole di gran conto.

Ma è proprio su questo argomento che oggi vogliamo fare qualche considerazione a ruota libera, per comprendere le contraddizioni che delineano i nostri tempi.

L’Europa, nel suo impianto politico, nasce come funzione di un’integrazione economica necessaria al superamento di diffidenze e ostilità latenti che, a dire il vero ancora oggi non appaiono del tutto superate in una pianificazione a due velocità dove poco si è fatto per valicare quei dislivelli etnico-territoriali che sono stati certamente la grande forgia delle diversità, ma anche un crogiolo orribile di violenze e conflitti di una storia indegna di una comunità civile.

Non è vero che nulla sia stato fatto. Il programma Erasmus, nato nel 1987 è servito a educare alla diversità europea una generazione di giovani che si apprestano a sostituire le classi dirigenti ormai lise dai vecchi retaggi degli stretti confini nazionali. Il programma, che è stato generato per rispondere ai bisogni di mobilità e di un mercato del lavoro integrato dell’Unione, ha contributo a realizzare un sistema di istruzione universitaria comune, introducendo l’adozione di lauree comparabili e di crediti che hanno accresciuto la mobilità internazionale di studenti e docenti, trasformando l’identità di una cosa comune, con l’indubbio vantaggio della fluidificazione delle parlate continentali. L’idea di creare il senso di appartenenza a una comunità che vada oltre i confini nazionali attraverso la comunicazione e la conoscenza sta senza dubbio funzionando. Ma, come scrivono alcuni autori degni di credibilità, è difficile definirne il successo perché è poco probabile quantizzare il peso dell’identità europea. Il tempo forse darà una risposta più pragmatica. E del resto, si afferma ancora quasi universalmente, gli studenti universitari che partecipano a Erasmus provengono da realtà socio-economiche relativamente avvantaggiate sia sul piano culturale che di apertura a nuove realtà. Ma lo sforzo è reale e va apprezzato.

Un altro passo in avanti l’Europa l’ha compiuto con la libera circolazione di merci, servizi, persone, ma anche di capitali, che nelle intenzione dei padri fondatori avrebbe creato una dinamica competitiva in grado di fluidificare l’affermazione e lo sviluppo del Mercato unico che, secondo l’economista austriaco Friedrich von Hayek avrebbe dovuto dare esiti più spalmati sull’intera comunità che all’egoismo dei singoli stati. Non è andata proprio come immaginava la sua teoria, a conferma che il liberismo non attualizzato dalle realtà quotidiane è sempre vulnerabile agli errori più grossolani.

Ora che l’Unione Europea ha celebrato il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma in cui venne istituita la Comunità economica, le ombre delle spinte centrifughe stanno oscurando l’intero piano geopolitico, mettendo a rischio mezzo secolo di negoziati e di sforzi diplomatici, ma anche di trattati commerciali e industriali. Ovvero posti di lavoro, integrazione e vivaci sacche di familiarizzazione. Domandarsi quali sforzi siano stati compiuti per evitare alcune scelte che responsabilmente definiamo scellerate può essere lecito. Darsi una risposta è pur sempre complicato. E Jean-Claude Juncker, sulla deriva di questi malesseri ha costruito un documento sul futuro dell’Europa nell’auspicio di eliminare ogni sfasatura di integrazione. L’unica strada da percorrere per raggiungere questo ambizioso obiettivo deve essere a parer suo il riequilibrio tra le andature dell’economia e quella della radicalizzazione politica. Molto apprezzabile. Ma quando è il conduttore della locomotiva a formulare queste idee, si riesce a credere che poi alla fine vi sia coscienza dello stato di salute di tutti i vagoni formanti il convoglio? La Germania è veramente intenzionata e ridimensionare il proprio peso pur di far crescere l’intero continente? E quanto premono le lobby teutoniche e francofone rispetto a quelle di altre realtà più deboli?

Difficile pensare che le posizioni degli Stati europei possano allinearsi alle proposte di Juncker senza sviluppare la flessibilità e i meccanismi istituzionali necessari per saturare una strategia individualista. E questo, a parer nostro è proprio il grande limite della strategia funzionalista in quanto l’aver unificato le economie europee, ha indebolito le politiche nazionali che intralciavano la libera circolazione e l’eccessivo interventismo palesato dalla moneta unica non solo non ha disciplinato gli stati ma ha creato squilibrio tra la leva economica e la bilancia della politica, scordando di fatto che un Paese non diventa tale senza lo sviluppo di un modello sociale che tenga conto del mercato del lavoro e delle disposizioni fiscali. Aver trascurato questi elementi in nome del liberismo di facciata ha comportato un freno naturale al passo e all’estensione dell’integrazione. Argomenti quali la emarginazione della Gran Bretagna dal progetto continentale, il populismo anti-euro e l’evidente incapacità di affrontare problemi collettivi quali la crisi dei rifugiati e una lotta univoca al terrorismo non possono che rafforzare l’idea del malessere che si è generato nelle singole nazioni componenti l’Unione. Siamo convinti pertanto che il Libro Bianco proposto dal capo della Commissione tenga ancora in alto mare la messa in sicurezza del Vecchio Continente e l’ampio numero degli scenari individuati non offra soluzioni tangibili alle copiose crisi in atto con soluzioni di ri-nazionalizzazione che vengono sbandierate per quietare le frange più facinorose.

Non era certo questo il sogno di Altiero Spinelli e nemmeno di Jacques Delors e Jean Monnet, fondatori di una casa comune che però aveva un’architettura molto lontana da quella globalizzazione selvaggia che ha travolto il mondo negli ultimi venti anni. Non potevano prevederlo e molti degli amministratori che li hanno seguiti non hanno avuto la caratura di comprenderlo.

Siamo convinti che occorre una maggiore preparazione della classe dirigente nell’affrontare le difficoltà di un clima mutato che vede le politiche di liberalizzazione e concorrenza a continuo confronto tra le parti. Che vede naturali penetrazioni immigratorie come rischi che non riesce a trasformare in opportunità. E qui l’elenco è così lungo da mettere a rischio anche la pazienza di chi è giunto fino a questo punto.

Anche lo spazio è stato un apripista delle collaborazioni internazionali del nostro continente ma le sue tecnologie più importanti erano state saccheggiate alla Germania sconfitta dall’Est comunista e dall’occidente capitalista, lasciando ben poco all’Europa appena dischiusa. E’ un segnale assai limpido di come Bruxelles dovrebbe difendere i confini del suo continente dalla rapacità esterna.

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