lunedì, Ottobre 21

Letta e Napolitano al contrattacco Politica: il punto

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Colazione amara questa mattina per i massimi vertici delle istituzioni. L’intervista al Commissario Europeo Olli Rehn apparsa su Repubblica  («gli obiettivi sulla riduzione del debito non sono stati rispettati», «sono scettico sull’Italia»), lasciava poco spazio alle interpretazioni. In sostanza per Rehn le politiche di rigore e sacrifici a cui i governi Monti e Letta hanno sottoposto gli italiani negli ultimi due anni non sono stati sufficienti. C’è bisogno di più sangue.

Il tandem Enrico Letta e Giorgio Napolitano poteva reagire in due modi: prostrarsi ancora o mostrare un sussulto di orgoglio. Hanno scelto la seconda soluzione e con toni molto decisi. «Al Commissario Europeo dico che i nostri conti sono in ordine e solo l’Italia e la Germania hanno da tre anni il Pil sotto il 3%» ha dichiarato il premier per poi sferrare l’affondo (il più duro mai pronunciato da Letta a livello internazionale): «Un commissario europeo dev’essere garante dei trattati e la parola scetticismo non è prevista nei trattati, dunque un commissario non può permettersi di esprimere il concetto dello scetticismo».

Anche il Presidente della Repubblica fa capire che l’intervista non è stata gradita e, dopo aver fatto per anni il garante per la politica monetaria dell’Italia ai mercati finanziari e alla Germania, per la prima volta oggi ha dichiarato che «a livello delle istituzioni europee si impone una correzione di rotta e un impegno nuovo per promuovere crescita e occupazione». Fuori dal linguaggio diplomatico si tratta di un chiaro avvertimento ad Angela Merkel: o la Germania raffredda gli atteggiamenti da censore del Commissario oppure anche il governo (unico baluardo rimasto a difesa degli interessi tedeschi), cavalcherà le spinte anti-europeiste.

Le parole di Olli Rehn naturalmente sono state un assist inaspettato e molto gradito alle forze di opposizione per attaccare il governo e in particolare il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni. «Un’altra doccia fredda su Saccomanni» ha dichiarato il Capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta «Non era lui l’uomo della provvidenza, l’uomo di Napolitano, l’uomo di Draghi, l’uomo che rassicurava i mercati, l’uomo che avrebbe ridato credibilità all’Italia e riportato il nostro paese su un sentiero virtuoso di crescita? Evidentemente no, tutt’altro».

Se, quindi, la giornata politica è stata tesa sul fronte, imprevisto, delle misure economiche a dare un po’ di tregua al premier è stato, paradossalmente, il fronte della riforma elettorale . Infatti oggi doveva essere il Porcellum day cioè il giorno in cui la Corte Costituzionale doveva decidere se la legge Calderoli rispettava o meno una legge dello Stato. La Consulta ha deciso di rinviare tutto al 14 gennaio. Il commento più efficace è quello del senatore Pd Felice Casson: «Credo che la Corte Costituzionale abbia deciso il rinvio per una forma di compassione verso questo Parlamento che non riesce a trovare un’intesa sulla legge elettorale e dà un altro po’ di tempo. Ma confidiamo che Il 14 gennaio un parere ci sia, il rinvio sine die di una materia così delicata conduce a una instabilità che non si può accettare».

Che l’atto di compassione della Consulta non si ripeterà in eterno ne è convinto anche Piero Grasso, Presidente del Senato dove attualmente la discussione della legge è ferma per mancanza di un accordo politico. «Se lo stallo dovesse continuare, nonostante i recenti sviluppi politici, non esiterò un attimo a sostenere il trasferimento di questo tema alla Camera dei Deputati» ha minacciato Grasso ben sapendo che alla Camera a dettare legge sarà il Pd in virtù della maggioranza schiacciante e che quindi ai partiti conviene trovare un accordo al Senato.

 

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