domenica, Luglio 21

L’Etiopia rischia di fare la fine della Jugoslavia La situazione in Etiopia comincia a diventare molto pericolosa. Assomiglia sempre di più alla situazione pre-conflitto in Jugoslavia. Abyi dovrà affrontare il pericolo della balcanizzazione

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In Etiopia, oggi le comunicazioni e l’accesso ad internet sono state ristabilite, dopo essere state interrotte durante il fallito colpo di Stato. Un segnale positivo, ma di certo non un indicatore che il Governo sia riuscito a riprendere il controllo del Paese. Il blocco delle comunicazioni è stato facilitato dal monopolio esclusivo detenuto dalla compagnia di Stato, Ethio Telecom, che conta 66,2 milioni di utenti. La compagnia è sotto stretto controllo del regime e di fatto svolge funzioni di intelligence in stretta collaborazione con due compagnie cinesi: la ZTE Corporation, e la Huawei Technologies.

Inutile dire che tutti gli utenti sono sotto costante e minuzioso controllo. Le attività di spionaggio sono sotto la responsabilità della INSA (Information Network Security Agency) creata nel 2008, da Abyi Hamed Ali, che all’epoca ricopriva importanti ruoli di sorveglianza militare. Abyi è stato direttore della INSA fino al 2010. La INSA è stata creata grazie a finanziamenti americani ed è il frutto finale di un oscuro progetto di controllo dei cittadini voluto dalla Naltional Security Agency americana (NSA) avviato nel 2002 con il nome in codice: ‘Lion’s Pride’ (l’orgoglio del Leone, con chiaro riferimento al Leone di Giuda).

Nonostante il blocco delle comunicazioni e i chiari tentativi del Governo di minimizzare gli avvenimenti, iniziano a trapelare nuovi ed inquietanti particolari del golpe nazionale. I famosi ‘mercenari stranieri’, ai quali il Primo Ministro Abyi Hamed Ali ha addossato la colpa del fallito golpe, sono in realtà uomini aderenti ad una milizia Amhara fino ad ora segreta, creata dal generale Asamnew Tsege, negli ultimi mesi, approfittando del mandato ricevuto la premier di Responsabile della Sicurezza della Regione di Amhara. 

Gli attacchi avvenuti nella capitale della regione semi autonoma dell’Amhara non si sono limitati al palazzo governativo. Sono stati attaccati anche il Quartiere Generale della Polizia Federale, la sede della coalizione di Governo e altri punti strategici della capitale Bahir Dar. A parte alcune esigue unità, la maggioranza della Polizia e dell’Esercito ha rifiutato di unirsi alla milizia, rimanendo fedeli al Governo e offrendo la necessaria resistenza per permettere l’arrivo di truppe aviotrasportate dalla capitale Addis Ababa. Anche la locale stazione TV è stata attaccata ma gli assalitori sono stati respinti. . Il generale Asamnew Tsege è stato assassinato in circostanze misteriose lunedì dalle forze armate etiopi. 

I particolari degli scontri avvenuti a Bahir Dar sarebbero stati rivelati alla ‘Reuters e a ‘France24’ dal Capo della Polizia Amhara, Asemahagh Aseres, che durante gli scontri era stato fatto fatto prigioniero e rinchiuso in una guesthouse governativa. Secondo Aseres l’assassinio del capo dello Stato Maggiore dell’Esercito etiope, il generale Seare Mekonnen, è stata una manovra diversiva per distrarre e dividere l’esercito al fine di condurre a buon fine il golpe nella regione dell’Amhara.
Le importanti rivelazioni di Aseres tendono comunque a non scostarsi troppo dalla versione ufficiale del Governo: golpe regionale e assenza di scontri a fuoco nella capitale Addis Ababa. ‘Retures’ e ‘France24’ nel riportare la testimonianza avvertono che non vi è modo per il momento di verificare il racconto fornito dal Capo della Polizia Amhara

Che il colpo di Stato non fosse regionale lo dimostra anche quello che è avvenuto non solo nella capitale, ma nella regione di Benishangul-Gumuz, confinante con la regione Amhara.
Lunedì 24 giugno. presso la zona di Metakal. si sono verificati scontri a fuoco tra milizie. non identificate ed esercito lealista. Si parla di 23 morti. La notizia è stata riportata anche dalla ‘Reuters’, con la dovuta riserva che l’assenza di chiare informazioni impone. Questo spiegherebbe il blackout delle comunicazioni. Come per gli scontri avvenuti presso la capitale, anche quelli avvenuti nella regione di Benishangul-Gumuz, per la verità ufficiale del Governo non sono mai avvenuti. 

Nostre fonti della diaspora affermano che il golpe è fallito in quanto era prematuro. Secondo le notizie ricevute il golpe era in fase di preparazione e doveva scattare tra un mese. Il generale Tsege è stato costretto ad anticiparlo anche se i preparativi non erano stati completati e non si era ancora del tutto costruito il network di alleanze all’interno dell’Esercito necessario per attuare attacchi simultanei in tutto il paese. 

La scelta avventata di anticipare le operazioni sarebbe stata presa dopo che Tsege aveva ricevuto informazioni attendibili dell’esistenza di un ordine da parte del Primo Ministro di destituirlo dalla carica che occupava. Per questo il generale ha tentato di giocare il tutto e per tutto. Se fosse stato escluso dall’apparato di sicurezza nazionale non sarebbe stato più in grado di attuare i piani. Questa tesi è condivisa da William Davison, ricercatore presso il think tank International Crisis Group

Il generale ribelle è stato giustiziato sommariamente. Le milizie sono in fuga. L’ordine ristabilito. Tutto si è risolto per il meglio. Le riforme democratiche possono continuare. Tutto ciò risulta inverosimile. 

Il golpe di Tsege è solo la punta dell’iceberg di una profonda crisi che sta attraversando il Paese

La maggioranza dei ricercatori ed esperti regionali stanno ventilando che l’Etiopia si sta indirizzando verso una situazione simile a quella della Jugoslavia dopo la morte di Tito. «Abyi Hamed è molto forte nelle pubbliche relazioni con l’estero, ma debolissimo nel gestire la complicata politica interna. Ha sottostimato la potenza dei tre nazionalismi: tigrino, amhara e oromo.  Soprattutto quello amhara. L’etnia Amhara rivendica il diritto di guidare il Paese da sola, come ha sempre fatto fino alla caduta del Negus. Anche nella giunta militare stalinista del DERG gli Amhara avevano molta influenza. Il loro potere è stato definitivamente distrutto con la vittoria della ribellione tigrina del 1991, la creazione della coalizione di governo EPRDF e la nascita della Repubblica Federale» spiega Gérard Prunier ricercatore francese. 

Una possibile via di uscita per il premier è quello di allargare la coalizione di Governo al maggior numero di etnie possibili. In Etiopia ne esistono 90. Operazione molto difficile, poiché significherebbe minare definitivamente il controllo tigrino sul EPRDF. Già ora i tigrini sono divenuti minoritari all’interno della coalizione… 

I nazionalismi che stanno sorgendo potrebbero peggiorare la situazione e mettere in forse la tenuta delle elezioni previste per il maggio 2020. La situazione in Etiopia comincia a diventare molto pericolosa. Assomiglia sempre di più alla situazione pre-conflitto in Jugoslavia”, afferma William Davison. 

Il vero bandolo della matassa sarebbe il sistema federale su base etnica creato dal Fronte Popolare Tigrino di Liberazione, secondo l’attenta analisi del professore Yohannes Gedamu docente della facoltà di Scienze Politiche presso il Georgia Gwinnett College.

La struttura etnica federale è all’origine dei problemi dell’Etiopia. Il Paese conta dai 100 ai 108 milioni di persone. Nessuno lo sa con precisione. Molti non registrano le nascite all’anagrafe. Ci sono 90 gruppi etnici, Amhara e Oromo rappresentano il 65% della popolazione. L’unico antidoto per evitare guerre etniche è di mischiare geograficamente le varie etnie in modo che nessuna di esse si trovi in una situazione di dominio numerico a livello geografico. Solo così si può creare un vero spirito di appartenenza nazionale. Purtroppo la riforma federale su basi etniche, voluta dal FPTL, ha rinchiuso le 90 etnie in ristretti confini geografici, attivando una feroce competizione etnica per il potere”. 

Dalle prime settimane come Primo Ministro Abiy Hamed ha creato una commissione parlamentare incaricata di studiare una riforma dell’attuale sistema federale supportata da una riconciliazione inter etnica e nazionale. “Purtroppo decenni di federalismo etnico ora rendono difficile questa riforma. Ogni regione è un potenziale focolaio di rivolte e conflittiAbiy non riesce a comprendere che il suo progetto di riforma federale è ostacolato sia dall’interno della coalizione sia dalle etnie di cui lui appartiene: Amhara e Oromo. Tutti ragionano in termini di vincitori e perdenti. Ovviamente nessuno vuole essere il perdente. 

Il sistema federale su basi etniche non ha mai funzionato a parte offrire gli strumenti ai tigrini per dividere la nazione per meglio dominarla. Le regioni non collaborano tra di loro. Ogni amministrazione regionale vara leggi diverse e contraddittorie con le leggi federali. Il risultato è che non esiste una politica economica e sociale a livello nazionale

All’interno delle varie regioni vivono minoranze etniche. Questo non sarebbe un problema se le regioni non fossero state create su basi etniche. Invece lo è, in quanto l’etnia predominante della regione vede le minoranze come un pericolo per il suo potere. E guarda caso in tutte le regioni con presenza di minoranze etniche vi sono guerre tribali, violenze, pulizie etniche, caos. Quello che è peggio è che il regime etiope nasconde tutte queste violenze non permettendo ai cittadini di comprendere i veri problemi e trovare le soluzioni più adeguate. 

Recentemente Abyi ha proposto di includere altre etnie nella coalizione. Questa è un’altra soluzione sbagliata in quanto si incoraggia a continuare a concepire la politica e l’amministrazione nazionale come un insieme di interessi etnici da tutelare”, ci spiega Yohannes Gedamu.

Molte fonti provenienti da diversi ambienti politici etiopi e internazionali avvertono che nel prossimo futuro Abyi dovrà affrontare il pericolo della balcanizzazione. Secondo Gedamu questa balcanizzazione è già in atto. “Ci sono molti segnali che ci fanno pensare che varie regioni stanno seriamente esaminando l’eventualità di guerre di secessione per creare stati indipendenti.”. 

Paradossalmente il fallito golpe del Generale Tsege potrebbe essere stato l’ultimo tentativo di mantenere l’unità nazionale, anche se in ottica etnica. Sostituzione del dominio tigrino con quello amhara. Anche il clero ortodosso, che ha una importanza fondamentale nella società etiope, sta ora progressivamente ragionando in termini di appartenenza etnica e separatismo

Gli etiopi sono stanchi della insicurezza e delle violenze che sotto Abiy si sono triplicate artificialmente seguendo un piano eversivo ben preciso ma difficile da contrastare in quanto promosso da varie etnie secondo i propri interessi. Se Abiy non riuscirà ad indire le elezioni e a creare una vera e autentica identità nazionale, l’Etiopia seguirà le sorti della Jugoslavia. Non basta riempirsi la bocca di termini come Grande Etiopia, Orgoglio Etiope, Unità, Nazione. Occorre risolvere il casino che lo stesso governo a cui Abiy appartiene ha creato. Senza soluzione è questione di pochi  anni prima che le regioni inizino le guerre di indipendenza. La prima potrebbe essere lo stesso Tigrai, seguita a ruota dagli Oromo e Amhara”, ci dice un dissidente etiope a Londra. 

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