giovedì, Maggio 23

Lesione personale Un certo modo di essere, individuale, non condivisibile

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  porcellana-bavarese-lesionata

La mia tazza da tè preferita, quella rifugiatasi nella casa della nonna durante la guerra, in esilio dal ricco servizio bavarese un tempo completo, e giunta finalmente a me, stamane sfida l’incertezza del presbite incuriosito. C’è sempre stata questa piccola crepa vicino al ricciolo dell’ansa, sospesa in una virgola imbrunita di superficie e pudicamente interrotta dal puntello del manico? Sì, certamente, oggi come ieri.

Magari passa inosservata per anni, come un’abrasione mai sanguinante in dignità di ferita, un piccolo solco che fu il giaciglio dove planò una lama senza forza; eppure, la lesione è lì da sempre. Morale o fisica che sia, essa è una piccola rimostranza alla pretesa di perfezione, un graffio di precarietà sull’ideale eterno adamantino, oppure un segno particolare capace a stento di rianimare sguardi distratti. È visibile nella vetrificazione oltraggiata, intuibile per la funzione intercisa, operosa occulta nell’idea dissimulata o nell’innesco di un futuro disastro.

Non è detto si tratti della conseguenza di un trauma minimo e di bassa potenza, giacché anche il forte colpo non riesce a provocare danno maggiore nella struttura resistente, no; essa è piuttosto il risultato concreto di una serie di variabili alle quali deve la vita, e resta in preghiera soltanto di quella particolare attenzione, paradossalmente affidata al caso, in cui strumenti diottrici potenti la portino alla luce del mondo.    

 

A volte la lesione si genera in un tempo minimo, un lampo rapido ma senza luce, oppure vive di minuti infiniti, raccolti in una serie di sorrisi negati o d’insulti espliciti pur se privi di parole; essa si realizza, ma sfugge alla percezione, apparendo semmai a sorpresa in un incontro senza appuntamento, lasciando allora all’occhio indagatore sia il rammarico per la protratta cecità sia il rovello di comprenderne i motivi.

Cos’accadrà, poi, di quella piccola singolare cicatrice? Serve a qualcosa, se si presenta indesiderata, inutile sempre? Che valore darle?

Da parte mia, immagino subito d’intravedere mosaici d’interpretazioni plausibili per quel vezzo di atteggiare il capo, di schiudere le labbra o di serrarle; per l’emissione della voce o per il gesto diversamente ampio di decoro alla parola; per la pausa del respiro in armonia o meno con lo sguardo complice oppure randagio di chi mi parla.

Distinguiamo, infatti, stili diversi in persone peraltro assai simili, ma anche sottilissime e ovvie differenze; non parlo, quindi, di “razze” (esistono?), abbigliamenti religiosi o divise d’ordinanza, che per statuto marcano peculiarità e vivificano codici, ma di un certo modo di essere, individuale, non condivisibile. Allo stesso modo, si può dire, la mia tazza da tè preferita è unica proprio grazie alla sua incrinatura, connotativa più che deturpante. Sembrerebbe derivare quindi, da un piccolo danno un piccolo pregio: un minuscolo tatuaggio distintivo, noto solo a me.

Quando m’imbatto in qualcuno nella vita di tutti i giorni, in giro o nel mio studio, in un incontro mondano o professionale, mi piace dialogare, e anche un po’ curiosare, quando la mia Luna non è storta e il mio tempo non è meschino; più di tutto mi piace, però, guardare negli occhi chi mi è di fronte. Non è sempre facile, talvolta è doloroso, rischia anche di essere ritenuto indiscreto, ma il mio è un difetto dal freno lasso.

E mi chiedo se non sia questo il primo e il più efficace strumento per cercare di individuare l’originalità dell’interlocutore, cioè la sua lesione.

Si nasconde in una ruga dispettosa su un viso bellissimo, eppure la vedi; nella frettolosa chiusa di una frase detta a metà, che tu, quasi per obbligo, completi; nel cedimento in un impegno, immaginato imperituro e invece lasciato cadere.      

 

Ci si potrebbe chiedere perché far uso di una parola che di per sé ha un valore negativo e non di un termine neutro come ‘caratteristica’ o ‘tratto’, per indicare quel singolare modo di essere persona, lasciando intatta la convinzione per cui soltanto una visione più attenta consente all’esploratore focalizzato sull’Altro di decifrare un qualunque minimo screzio. Se riesce poi a scorgere una lesione’, vuol dire che l’osservatore anticipa e ricerca, senza mai dubitare, la perfezione’, cioè quella tessitura sinfonica dell’essere in cui ogni iato lascerebbe spazio all’indecisione, all’ansia e all’attesa. Tuttavia, la perfezione è umana solo se presuppone almeno una cesura identificativa, cioè quella conquistata grazie al superamento dell’onnipotente pensiero infantile, per-verso perché non ancora capace di seguire la linea retta del desiderio distinto dall’obbligo del bisogno. Si giustifica così la necessità dell’uso del termine lesione, laddove invece il pericoloso rimando a un’integrità assoluta dell’oggetto potrebbe solo esporci ai tranelli dell’idealizzazione, al fumo perenne dell’autoinganno e delle altre esalazioni venefiche del narcisismo, sino alla mortificazione di qualunque slancio davvero vitale.

Per amore della verità, la verifica di una scissura, non invasiva e non destruente, ci obbliga a cogliere alla fine il senso di una “separazione” molecolare, avvenuta sia in un corpo materiale incrinato, comunque coeso, sia nel vissuto di un’anima graffiata, pur se funzionante. Questo pensiero adulto procede da un’idea all’altra agganciato, in ogni singolo passaggio, allo sguardo sulla nostra lesione personale, consentendoci in tal modo di cogliere meglio il significato dell’esperienza e del bisogno di rinnovamento, modellando al tempo stesso la coerenza di una partecipazione empatica all’altrui sofferenza. Tuttavia, a noi sembra di dover occultare il nostro piccolo difetto, o perché ormai siamo intrattenuti dal gigantesco apparato nevrotico, concentrato di doloriufficialida onorare senza sosta, o perché valutiamo quella minuscola cicatrice alla stregua di un neo, trascurabile oltraggio al tutto di noi che, pazzia a parte, ci appare perfetto. Torniamo cioè alla stessa idea di perfezione, che persino l’alienato totale rivendica per sé nelle sue costruzioni fantastiche, mentre alla lesione si nega il merito di aver salvato la “parte sana”, imponendo il suo sacrificio come un nuovo elemento di distinzione dentro di noi con noi stessi, prima che con il prossimo. Sicché, un nostro simile troppo sofferente, disperato o con la smorfia perenne del disprezzo sul volto, incupito, dovrebbe rimandarci all’immagine di quella bellissima e preziosa tazza da tè, che avrebbe potuto continuare per anni a servire bevande calde, incrementando addirittura l’affetto e l’attenzione per sé attraverso l’obbligo al controllo quotidiano di quell’incrinatura, e che invece si è ritenuta inutilizzabile, non consentendo, indignata, di essere convertita nell’uso di dare asilo per esempio a vecchi bottoni, preferendo lasciarmi con l’ansa in mano e frantumarsi in mille pezzi al suolo.

 

In quel caso, per cui, sia chiaro, non ci sono giudizi o colpe da attribuire a chicchessia (dicevamo, molte sono le variabili che condizionano la nascita ma soprattutto lo sviluppo di una lesione) sarebbe stato opportuno, e forse sarebbe bastato, lavorare per tenere quella smagliatura non soltanto sotto controllo, ma anche in gran conto, amandola addirittura come primo pur se non assoluto elemento distintivo dell’oggetto caro.

Così la lesione personale si è trasformata in una ‘lésion dangereuse’ la cui iniziale debole onda sismica, generata da una diversamente intensa ‘liaison dangereuse con la vita e i suoi sussulti, è andata avanti nell’oscurità, indebolendo fondamenta e tardive impalcature, senza pietà e senza modestia, fino al crollo.

 

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