giovedì, Ottobre 22

Leopardi e la promessa infranta del futuro

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Il 2014, appena concluso, ha visto un rinnovato interesse per Giacomo Leopardi, sia per l’uscita del film ‘Il giovane favoloso‘ sia per il susseguirsi di iniziative culturali volte ad una visuale più approfondita del suo essere giovane ribelle pur rifuggendo tutte le dilettevoli occupazioni della gioventù.

Nato al termine del XVIII secolo, nell’anno della campagna egizia di Napoleone Bonaparte, per sfuggire alla severità della vita familiare, si dedicò allo studio ‘matto e disperatissimo’ per compensare quel vuoto dell’animo costituito dall’incomprensione dei genitori da una parte ed alla vita di provincia troppo stretta per una intelligenza sempre alla ricerca di nuovi stimoli, dall’altra. Proprio questa sua intelligenza, quel modo di vedere le cose secondo il suo stile renderà famoso il giovane Leopardi.

Per la sua forma di scrittura sceglie la canzone, utilizzata già nel trecento, ma con una forma nuova, con versi in endecasillabi e settenari liberi da schemi, seguendo l’evolversi del pensiero. Anche mediante l’accostamento di termini arcaici a quelli quotidiani manifesta l’amalgama tra la tradizione e l’innovazione che il Leopardi ha portato nel linguaggio letterario.

Tuttavia la felice mano e la dote per la scrittura hanno come fondamento argomentazioni che hanno dato vita alla corrente del ‘pessimismo leopardiano’ evidente nelle poesie come ‘Il passero solitario’ oppure ‘A Silvia‘. In particolar modo in quest’ultima la negazione delle speranze giovanili ha il suo apice nell’invettiva contro la natura : ‘O natura, o natura, perchè non rendi poi quel che prometti allor? perchè di tanto inganni i figli tuoi?‘.

Sebbene Silvia rappresenti l’immagine delle speranze giovanili infrante, a causa di una morte precoce, altrettanto il poeta rappresenta la volontaria negazione per i diletti di gioventù, con il suo studio accanito con conseguente volontario esilio da ciò che la vita offre ai giovani.
Da premettere che il poeta viveva in pieno periodo Napoleonico e post Napoleonico, nel regno del Papato, al quale Recanati apparteneva. Un’epoca dove il coraggio di un popolo solo pochi anni prima, 1792, aveva deposto e ghigliottinato un re, Luigi XVI, con i conseguenti stravolgimenti storici e politici, dove il motto rivoluzionario “Liberté, Egalité, Fraternité ‘ potrebbe essere visto oggi con la frase già sulla bocca dei moderni presidenti occidentali : ‘Si può fare ‘.

Eppure nonostante fosse ancora molto netto il divario tra popolo, nobiltà, clero, la gioventù poteva ancora avvalersi della speranza, di una occupazione, di costruire una famiglia con una giovane : ‘ dalle negre chiome ‘ e dagli ‘sguardi innamorati e schivi ‘.

In effetti un divenire, quello che non si riesce a percepire nei giovani dei nostri tempi, perchè seriamente compromesso da decenni di politiche fuorvianti, che non sono riuscite a valorizzare i giovani e la loro futura forza lavoro, vedendoli solo come un problema, togliendo loro tutte le sicurezze lavorative, che certo non stimolano ma rendono difficile la costruzione di una famiglie e del futuro di un paese.

Forse l’ultima speranza lavorativa dei giovani si potrebbe far risalire alla legge n. 863 del 19 dicembre 1984, riguardante il contratto di formazione e lavoro, che consisteva in un contratto di lavoro a tempo determinato di 24 mesi, che forniva anche una formazione professionale, con sgravio del 50% al datore di lavoro dei contributi, ponendo poi la scelta dell’assunzione a tempo indeterminato oppure alla risoluzione del contratto. Tale legge fu poi sostituita dalla legge Biagi, denominata contratto di inserimento previsto dal decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, per il settore privato, mentre per il settore pubblico permane il contratto di formazione lavoro.

Dopo questa tipologia di contratto nei successivi trent’ anni è stato solo un lento e definitivo declino per il futuro lavorativo dei giovani, passando per i contratti Co-co-co, Co-co-pro, per giungere al nulla dei giorni nostri.
Non c’e quindi da stupirsi se il pessimismo leopardiano sia diventato di sorprendente attualità in questo 2014, nel quale ancora non ci sono sicure basi per i nostri giovani, che studiano per poi essere apprezzati solo all’estero, almeno per coloro che optano per un lavoro stabile e decoroso all’estero anziché entrare nella babele italiana di leggi e normative che nulla garantiscono, neanche a coloro che credevano di avere un contratto sicuro, almeno fino alle proposte in questi ultimi giorni del presidente del consiglio Matteo Renzi.

Peccato che insieme al pessimismo leopardiano non si riesca a far diventare redivivo quel pensiero politico del ‘Si può fare’ ma alla maniera dei francesi, quelli del 1792, perchè comporterebbe un ‘punto e accapo ‘ non solo per l’Italia ma per l’UE.

Il detto ‘Chi di speranza vive, disperato muore ‘ non è neanche lontanamente applicabile al futuro lavorativo dei giovani italiani, perchè di speranza proprio non se ne vede alcuna in lontananza, o siamo forse tutti miopi?
Ai giovani manca una guida, eppure essi sono sempre in cerca di qualcosa da seguire, specialmente oggi che grazie alla tecnologia possono utilizzare diversi canali di interconnessione, come i social e le loro piattaforme che consentono ai giovani di essere costantemente connessi, pur nell’isolamento delle loro stanze. Eppure quando studiano Leopardi il primo appellativo che gli affibbiano è quello di sfigato ma a pensarci bene, come stanno oggi le cose, chi è il vero sfigato? Sicuro che sia proprio Leopardi?

L’abbandono precoce della scuola è un tema che fa ancora molto discutere, in quanto secondo ‘Strategia Europa 2020‘ , la strategia decennale per la crescita sviluppata dall’ Unione Europea, che prevede il raggiungimento della quota del 10% ,  al 2012 il dato registrato è stato del 17,6% , suddiviso tra il 20,5% degli uomini e del 14,5% delle donne. Se prima l’abbandono scolastico era appannaggio del disagio sociale concentrandosi in aree meno sviluppate, oggi non è assente nelle regioni più prospere, e sebbene sia in progressivo calo la soglia è ancora distante da quella stabilita per l’obiettivo del 2020.

In questo quadro la perdita di fiducia nel comparto scolastico segue quello per il lavoro, non essendoci alcuna offerta, così l’Italia ha contato nel 2012 circa 2milioni 250mila giovani fuori dal circuito formativo e lavorativo, cioè il 23,9% della popolazione tra i 15 ed i 29 anni. Un indice che dal 2009 registra costantemente l’aumento del numero.

Le previsioni dell’OCSE vedevano per il 2014  l’aumento della disoccupazione in Italia giungendo al 12,9%, contro i 12,6% del 2013. Solo il 52,5% dei giovani italiani ha un contratto di lavoro precario: la percentuale è in lieve calo rispetto al 2012 (52,9%). La disoccupazione degli under 25 in Italia ha toccato quota 40%, quasi il doppio del livello pre-crisi nel 2007 (20,3%).

Ritornando alla frase leopardiana della natura che non mantiene ciò che promette, ormai non si parla più di promesse ma di premesse, grandi come montagne, che si frappongono tra i giovani ed il loro futuro, che inevitabilmente passa anche per il lavoro. A questo oscurantismo politico, come quello del XIX secolo che si opponeva al diffondersi dell’istruzione, del progresso, all’evoluzione sociale, bisognerebbe che i giovani ritrovino un nuovo illuminismo, per ottenere il ritorno del progresso, della civiltà e della libertà, in nome di un futuro o forse solo per averne la speranza.

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