domenica, Giugno 16

Leonardo da Vinci e i ‘misteri’ svelati Le indagini dell’Opificio delle Pietre Dure sul primo disegno firmato rivelano l’ambidestria del Genio e un secondo ‘paesaggio invisibile’, a Vinci l’esposizione a Firenze alcuni fogli del Codice Atlantico

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Leonardo  non finisce mai di stupirci, sorprenderci, affascinarci.  L’ultima ‘scoperta’ riguarda il fatto che fosse ambidestro, cioè scriveva e dipingeva con entrambe le mani: sia la sinistra, per lui la principale, sia la destra. Mancino di nascita, destro per ‘educazione’ alla scrittura. La scoperta è di quelle che lasciano il segno, poiché corregge un luogo comune che da secoli si è proiettato nel tempo, da quando cioè Giorgio Vasari, ne ‘Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti’ a proposito di Leonardo, scriveva: …«di brutti caratteri scrisse lettere, che son fatte con la mano mancina a rovescio; e chi non ha pratica non l’intende, perché non si leggono se non con lo specchio». Merito di  questa rivelazione è dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze che, a seguito della campagna diagnostica condotta su un Paesaggio, noto come 8P (suo numero d’inventario) di proprietà degli Uffizi, considerato il primo disegno che reca la firma del grande artista e scienziato, si può affermare con certezza che Leonardo era ambidestro. Il fatto merita grande considerazione poiché nel variegato panorama  delle manifestazioni celebrative dei 500 anni dalla morte del Genio, che si moltiplicano e si rincorrono di giorno in giorno, ora anche il cinema intende presentarci il ‘suo’ Leonardo, c’era -e sussiste tuttora-  il rischio di restare immersi nella più ovvia retorica celebrativa, senza aggiungere qualcosa di nuovo o approfondire elementi di conoscenza sull’ arte e le intuizioni scientifiche del Genio vinciano. E invece, per dirla con Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi le celebrazioni devono essere una grande occasione per approfondire studi e conoscenze  sull’artista, la sua formazione, il suo metodo, il suo tempo. Per far questo preziosa è la sistematica collaborazione  esistente con l’Opificio delle Pietre Dure, che si avvale dei più aggiornati metodi e strumenti scientifici d’indagine. Già per l’Adorazione dei Magi dello stesso Leonardo ci eravamo avvalsi dell’indagine  condotta dallo stesso Opificio che aveva portato a risultati straordinari, così come di recente  è avvenuto per la Santa Caterina di Artemisia Gentileschi, sotto la quale si sono trovati altri due abbozzi di stesure. In questi ultimi anni, la collaborazione tra le Gallerie degli Uffizi e l’Opificio delle Pietre Dure, un istituto di restauro e di indagini tecnologiche sulle opere d’arte che non ha eguali al mondo, ha permesso di condurre ricerche che hanno sempre portato nuovi risultati, a volte inaspettati specie quando si trattava di opere celeberrime e ormai apparentemente senza misteri. Gli elementi emersi durante questa campagna di indagini” – conclude Schmidt – “aprono nuove prospettive sull’interpretazione del disegno 8P di Leonardo e su come l’artista ha ‘costruito’ il Paesaggio, sulla sua tecnica e perfino sulle sue abitudini e abilità nella scrittura, scoprendolo ambidestro: una vera e propria rivoluzione nell’ambito degli studi leonardeschi. E’ questa la strada da percorrere”.

Ma come si è arrivati alla soluzione di questo e di altri misteri che circondavano questo paesaggio del giovanissimo Leonardo, datato 5 agosto 1473, quando cioè aveva appena 11 anni? Ce lo raccontano  la storica dell’arte e funzionaria dell’Opificio Cecilia  Frosinini e  la restauratrice Letizia  Montalbano.   Premesso che lo studio, durato numerose settimane, è stato condotto da un team di specialisti, tra cui tecnici del CNR, dell’Istituto di Fisica  Nucleare e di Fisica applicata, che hanno anche utilizzato tecniche e macchinari sperimentali, non invasivi, la prova dell’ambidestria è dimostrata dall’esame del foglio leonardiano che contiene due scritte: una sul fronte, tracciata secondo la celebre stesura al contrario di Leonardo, da destra verso sinistra, “Dì di s[an]ta Maria della neve / addj 5 daghossto 1473” ed un’altra sul retro, vergata invece nel verso ordinario, da sinistra verso destra, ‘Io, Morando d’Antoni, sono chontento’, riconducibile ad un appunto, con l’abbozzo di una formula contrattuale.

“È dal confronto tra queste due frasi” – precisa Cecilia – “che si delinea la conferma all’ambidestria di Leonardo: innanzitutto entrambe risultano autografe, effettuate dall’artista di suo pugno (così come gli schizzi di una testa e di una figura umana tracciati sul retro), in quanto scritte con lo stesso inchiostro (utilizzato anche per realizzare la parte prevalente del Paesaggio)”. Aggiunge Letizia che “lo studio combinato dei materiali, dei tratti tipici della sua scrittura ed il raffronto con altri documenti hanno dimostrato che l’artista vergò la scritta ‘a specchio’ sul fronte presumibilmente con la sinistra, mentre per quella sul retro, con verso ordinario, usò la destra. Entrambe le calligrafie, pur contenenti alcuni elementi grafici differenti, legati all’uso di mani diverse, sono però caratterizzate da numerosi tratti chiave in comune, inequivocabilmente riconducibili allo stile unico di Leonardo. Insomma”- conclude Cecilia – “Leonardo nasce mancino, ma viene rieducato all’uso della mano destra fin da ragazzino. Dall’osservazione dei suoi scritti, incluso quello sul disegno, si capisce che la sua calligrafia da destro è colta, ben fatta; Leonardo sa adoperare bene questa mano. Quanto alla scrittura specchiata, con verso da destra a sinistra, è probabile che Leonardo stesso, da adulto, abbia scelto volontariamente di adottare questo stile originale, che è infatti, nei primi esempi, molto elaborato, direi anche artificioso; poi, con il passare del tempo e la continuità di uso, si fa più semplificato e corsivo. La nostra ipotesi è che l’idea gli sia nata osservando le scritte a rovescio sui lucidi da lui usati per i disegni, dopo averli capovolti”.

Ma questo dell’ambidestria non è l’unico mistero   svelato dall’indagine. Gli altri riguardano la presenza di due  differenti stesure del paesaggio sul fronte e di un simile processo anche sul retro, dove ci sono due paesaggi, uno sovrapposto all’altro, del tutto difformi da quello disegnato sul fronte. Raffigurano una scena fluviale, con al centro un corso d’acqua e due rive collegate da un ponte, e sulla sinistra una formazione di rocce aguzze e frastagliate.  “Leonardo”  – precisa Letizia – “aveva impostato questo scenario a nerofumo; successivamente ne sottolineò con l’inchiostro alcune forme, aggiungendo anche dei picchi montuosi. L’utilizzo del nerofumo (verosimilmente in forma di pastello) per il foglio 8P testimonia che Leonardo usava questo materiale in un periodo precedente a quanto ritenuto fino ad oggi dagli studiosi. Altrettanto precoci sarebbero le numerose tracce di schizzi realizzate a sanguigna nella parte alta del foglio, sempre sul retro. I primi disegni a sanguigna di Leonardo infatti erano finora datati al 1492″. Dunque, solo un’accurata indagine scientifica può  i tanti misteri che sono contenuti in un’opera d’arte e che rivelano le intenzioni, i ripensamenti, i tempi di realizzazione della stessa.  Chiedo invece a Schmidt: dato che in passato le domande che a più livelli ci si poneva, cioè se il paesaggio disegnato era frutto di fantasia o a quale luogo corrisponda, che risposta si ha dalle nuove indagini?  A questa disputa, credo di debba si dare la seguente risposta: il lavoro è un mix di fantasia e di osservazione, è un’opera della creatività.

Ebbene, questo ‘Paesaggio’del giovanissimo Leonardo sarà esposto dal 15 aprile a Vinci, cioè nella sua terra natia, dove sarà protagonista della Mostra ‘Alle origini del Genio’.

Ma da Firenze viene anche un altro segnale di serietà scientifica e interpretativa dell’opera e dei pensieri di Leonardo. Ce lo fornisce la Mostra allestita nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio,  dal titolo ‘Leonardo da Vinci e Firenze, Fogli scelti dal Codice Atlantico‘. Si tratta di 12 carte vergate dall’artista, provenienti  dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano che resterà aperta fino al 24 giugno. “Quando tutta Italia e oltre festeggiano il Genio con eventi, iniziative ed esposizioni – dice il Sindaco Dario Nardella –  questa nostra appare come una sfida doverosa e avvincente, curata da una studiosa appassionata e competente come Cristina Acidini. La quale ha cercato di individuare – dichiara la studiosa – un nuovo percorso tematico scientificamente fondato e sostenibile, non facile dunque, evitando sia la scelta cronologica che  di tipo estetico. Si è fatto invece un percorso diverso e mai tentato, partendo dalla città stessa della mostra, Firenze, e andando a cercare nei fogli del Codice i tanti richiami al luogo d’origine, mai veramente lasciato e comunque mai dimenticato. Leonardo e Firenze, dunque. Non solo Leonardo a Firenze, ma anche Firenze con Leonardo, sempre presente nella sua mente, ovunque egli si trovasse, attraverso le reti di protezioni, conoscenze, amicizie, corrispondenze e nel bagaglio che sempre si portava appresso, di esperienze e ricordi, il lavorìo progettuale, la continuazione dei quadri iniziati in patria”. Concludendo, i disegni scelti ( fra 1119 fogli), scritti  fra gli Anni Settanta del Quattrocento e la morte di Leonardo, ci dicono quanto  fosse solido il legame con Firenze e rivestono ‘una straordinaria capacità evocativa’.

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