lunedì, Ottobre 14

L’endorsement USA per la Lega, decisamente la prescelta Il messaggio sotteso è stato ricevuto da chi lo doveva ricevere e cioè Sergio Mattarella

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Come abbiamo visto in un precedente articolo, gli Usa sono sempre stati interessati ai partiti emergenti nel mondo e in particolare in Italia.
Infatti, tali movimenti sono spesso populisti e quindi facilmenteintercettabili‘. Un partito movimentista garantisce sempre ampi margini di manovra perché non ha un programma consolidato ed è quindi malleabile, cioè indirizzabile, in funzione dei propri interessi nazionali.

Questo, naturalmente, non è certo una peculiarità degli Usa, perché è una pratica che mettono in atto tutte le grandi potenze, ma gli americani facendolo alla luce del sole sono più facilmente individuabili. I due movimenti/partiti che sono usciti vincenti dalle scorse consultazioni elettorali italiane sono stati -come noto- i Cinque Stelle e la Lega. Dei primi ce ne siamo già occupati ed è ora interessante capire i rapporti tra Usa e il partito di Matteo Salvini in un quadro geopolitico generale.

Che ci sia un’ asse privilegiato tra gli Usa e l’America di Trump è del tutto evidente, essendo il tycoon Usa un po’ l’emblema stesso del populismo mondiale, il corifeo di un ‘nuovo vento’ che soffia impetuoso da qualche anno tra le due rive dell’Atlantico e che ha portato anche alla Brexit nel Regno Unito.

Non per niente Matteo Salvini ha incontrato a Milano pochi giorni dopo il voto, l’8 marzo, l’ex Consigliere ultraconservatore (chef strategist alla Casa Bianca) Steve Bannon, peraltro coinvolto nella vicenda di Cambridge Analytica di cui è uno dei fondatori.
Bannon ha fatto chiari endorsement nei confronti dei Cinque Stelle e soprattutto di Matteo SalviniMa quali sono le cause di questo populismo mondiale?
Le cause sono da ricercarsi nella sociologia politica e cioè l’eccesso di politically correct da parte dellasinistra mondiale, ma specificatamente di Barack Obama e Hillary Clinton per quanto riguarda gli Usa. Un atteggiamento che può anche andare bene nei periodi di vacche grasse, ma diviene esiziale quando c’è in atto una crisi, come quella iniziata nel 2008, i cui effetti sull’economia mondiale tardano a scomparire nonostante i proclami governativi.
Crisi che attacca principalmente il ceto medio e i lavoratori, cioè lo zoccolo duro dell’elettorato della sinistra che, ad esempio negli Usa (ma anche altrove, tra cui in Italia), danno ora il loro voto ai movimenti populisti e sovranisti (che promettono dazi e quindi crescita del lavoro in patria). Ne parlerò di nuovo in seguito nell’articolo.

Matteo Salvini ha incontrato mercoledì 21 marzo, equinozio di primavera, l’Ambasciatore americano in Italia Lewis Eisenberg insieme a Giancarlo Giorgetti, conosciuto in Lega come l’’amerikano’ perché tiene storicamente i rapporti con gli Usa.
Eisenberg, di origine ebraica, ha sostituito il precedente ambasciatore John R. Philips nell’ottobre 2017 ed è considerato un moderato nel Grand Old Party, in contrapposizione con la potente componente religiosa. Si è occupato di fondi e finanza ed è stato il tesoriere del GOP.
Salvini ha ribadito la piena sintonia tra lui e Trump; «loro» -ha detto- «hanno America great again e noi Prima gli italiani». Ma la vera notizia è che Salvini è stato il primo politico incontrato dal potente ambasciatore Usa, ancor prima dei prediletti Cinque Stelle.
Essere il primo ha, nel linguaggio della diplomazia, un valore del tutto particolare; significa essere i prescelti, e se l’incontro avviene poi nel clima attuale di incertezza sulla formazione del Governo, significa ricevere un endorsement molto pesante dallo Stato più potente del mondo.

Ed ora un passo indietro. Matteo Salvini in foto insieme al futuro Presidente Usa Donald Trump. Siamo nella campagna elettorale nell’estate del 2016 e Donald ha comportamenti ondivaghi rispetto alle destre populiste europee.
Interviste ‘ostili’ come quella pubblicata da Michael Wolff per il ‘The Hollywood Reporter, «Non ho niente a che fare con le destre europee xenofobe», alternate a benedizioni come quella precedentemente rilasciata all’autorevole ‘Wall Street Journal, «Matteo, ti auguro di diventare presto il nuovo premier italiano».

Ma torniamo alla intervista al giornale californiano. In quella intervista Trump negava addirittura di conoscere Salvini, nonostante la foto che li ritrae sorridenti insieme e all’epoca il Pd ne approfittò per prendere in giro il leader leghista accusandolo di millantato credito.
Ma Trump, al di là della facciata che può apparire ingenua, è un politico accorto e sapeva che in campagna elettorale l’atteggiamento da tenere era quello di una netta distanza dalle destre europee definite appunto xenofobe, di cui faceva e fa parte anche Marine Le Pen e questo per non spaventare eccessivamente l’establishment americano, compreso quello del suo partito repubblicano.
L’incontro -per la cronaca- c’è stato veramente il 25 aprile 2016 e la foto è autentica e poiché di acqua ne è passata sotto i ponti ora Trump fa invitare per primo Salvini a Via Veneto.

Trump è un situazionista, avvezzo agli affari immobiliari, istrione, scaltro e spericolato giocatore di poker, conduttore televisivo e quindi ora dà il suo sostegno netto ed inequivocabile a chi aveva detto prima di non conoscere o non riconoscere.

Questo endorsement è fondamentale e il messaggio sotteso è stato ricevuto da chi lo doveva ricevere e cioè Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, da sempre filoatlantico, e uomo chiave per dirigere la formazione del nuovo Governo, come da dettami costituzionali.
Come accennato, chi ha tessuto abilmente la trama è proprio la vera essenza grigia della Lega, quel Giancarlo Giorgetti, uomo transatlantico già braccio destro del senatur, Umberto Bossi.

Appare del tutto chiaro che dopo aver instaurato ottimi rapporti con Beppe Grillo e i Cinque Stelle -ad iniziare dalla nota informativa inviata dall’allora Ambasciatore Ronald Spogli nel 2008 al segretario di Stato di Stato Usa, Condoleezza Rice, definendolo ‘un interlocutore credibile’ ora gli Usa guardino alla Lega.
I buoni rapporti col M5S, tra l’altro, sono poi proseguiti con il suo successore David Thorne che nel 2013 proprio all’inizio della XVII legislatura incitò i giovani italiani “ad essere come i Cinque Stelle” destando anche proteste democratiche per l’ingerenza nella politica italiana, si badi bene, in piena era Obama.

Dunque con l’incontro di qualche giorno fa di Salvini il quadro è completo. Gli Usa di Donald Trump aprono ufficialmente ai populisti italiani, per due ottimi motivi: il primo è che, come detto, anche il Presidente Usa Donald Trump è un fior fiore di populista e, secondo, Lega e M5S hanno vinto le elezioni. Un cambio a 90 gradi rispetto all’asse democratico Obama – Renzi che ha segnato gli ultimi anni.

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