sabato, Agosto 15

Lelio Luttazzi, un’ingiustizia da non dimenticare Fiducia nei magistrati a picco: dal 1992 al 2019 oltre 28mila errori giudiziari

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Perché i ricordi, se possibile, si trasformino in memoria. Dieci anni fa, di questi giorni, la notizia che Lelio Luttazzi, da tempo malato, dal suo ‘male’ è stato vinto. E’ morto. Per capire, però, occorre fare un ulteriore salto nel tempo, arrivare a un caldo giugno del 1970. L’Italia di allora, che è incollata al televisore molto più di oggi, apprende la ‘notizia’ che artista di successo, attore, ma anche cantante, direttore di orchestra, musicista, regista, scrittore, showman, conduttore televisivo e radiofonico e mille altre cose ancora, in realtà è un consumatore di sostanze stupefacenti; ma anche uno spacciatore. Lo arrestano. A inchiodarlo, un’intercettazione telefonica. Un giorno riceve una chiamata. Un tale, che si scopre poi essere uno spacciatore, chiede di Walter Chiari; non c’è, è uscito; del tutto innocentemente Lelio riferisce quello che l’amico gli ha pregato di dire; qualcosa del tipo: “Walter dice che tutto è a posto…”.

 Tanto basta per giustificare l’arresto. Una trentina di giorni in carcere. Poi finalmente Lelio viene rilasciato. La sua posizione è chiarita, è innocente, colpevole di nulla, estraneo a tutto: vittima di un clamoroso errore giudiziario. Quella detenzione è qualcosa che  lo devasta. Nulla è più come prima. Si ritira, non ha più voglia di cantare, suonare, comporre. Di rientrare in quello che fino a qualche giorno prima dell’arresto era il ‘suo’ mondo. Quello che ha patito è irrisarcibile, qualcosa si è incrinato per sempre. Devono trascorrere molti anni prima che ritrovi la forza e la voglia per apparire in qualche trasmissione televisiva, di incidere qualche CD, musiche come l’amato swing. 

Perché ricordare questa storia? Intanto, come s’è detto, perché è sempre bene rinfrescare la memoria, in un paese dal facile crucifige, dove accade che  colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio, si rivelino innocenti.

Anno 2014. Rossana Luttazzi, vedova di Lelio, scrive una bella, accorata lettera:

«Da qualche giorno leggiamo sulle prime pagine dei quotidiani e ascoltiamo nelle varie edizioni dei telegiornali nomi e cognomi di persone coinvolte con accuse pesantissime in casi di corruzione. ‘Testimoni chiave’ che riempiono pagine e pagine di verbali, che, grazie alle loro testimonianze, raccontano, citano fatti, e quello che ha detto, e quello che ha telefonato, e quello ha chiesto somme, quell’altro ha chiesto favori, e la stampa spara nel mucchio. Non parliamo poi dei tanti talk -show ai quali partecipano con solerzia giornalisti di tutte le razze. Anche se non viene configurato né ipotizzato alcun reato, giù a fare nomi, accuse, insinuazioni, spesso con arroganza e presunzione. Non occorre essere indagati, il che non giustificherebbe comunque l’essere ‘sbattuti in prima pagina’, ma è sufficiente che il tuo nome sia citato nei verbali di tutti questi signori e signore che tanto hanno da raccontare, per non parlare poi delle intercettazioni telefoniche, per ‘venire sputtanati’E veniamo ai giudiciDa sempre i magistrati, seguendo “il loro libero convincimento”, hanno coinvolto e continuano a coinvolgere nelle loro inchieste persone risultate poi innocenti. E che sarà mai! È giusto così? Secondo me non è affatto giusto così, è semplicemente vergognoso. E posso dirlo con convinzione di causa. Sono trascorsi ben quarantaquattro anni da quando sbatterono «il mostro in prima pagina». Quel «mostro» era mio marito: Lelio Luttazzi. Un semplice errore di un magistrato, ma quellERRORE rovinò la vita di Lelio. Preso e sbattuto a Regina Coeli in cella d’isolamento in compagnia del «buiolo» senza sapere il perché… Sì, perché allora un pubblico ministero poteva decidere se e quando farti incontrare il tuo avvocato. A Lelio bontà loro, lo permisero dopo quindici giorni. Lo scrittore Giuseppe Berto nella prefazione del libro «Operazione Montecristo» (libro scritto in galera da Lelio durante quei 27 giorni d’inferno) scrive: «Noi siamo esposti alle offese di coloro che dovrebbero tutelarci dalle offese. È una generalizzazione necessaria, perché di pubblici ministeri come  il tuo in Italia ce ne sono a centinaia. Su certe questioni noi siamo abituati a ragionare con le lettere maiuscole. Diciamo lo Stato, la Giustizia, la Magistratura. Lo facciamo per viltà, perché è faticoso rinunciare alla protezione degli dei, costatare che le Istituzioni più sacre – così si diceva un tempo – sono fatte da uomini che molto spesso sono peggiori di noi. Ma la questione di fondo rimane, ed è questa: due uomini che fanno lo stesso mestiere, usando gli stessi strumenti messi a loro disposizione dal sistema e valutando gli stessi elementi, ti trovano uno delinquente pericoloso meritevole di almeno tre anni di galera, e l’altro assolutamente innocente. È possibile lasciare un così largo margine di potere ad uomini che possono sbagliare? È possibile che i nostri legislatori non abbiano ancora capito la necessità di garantire l`indiziato? Ecco, non ho altro da dire. Auguro al tuo libro un grande successo, vorrei che tu avessi lettori a migliaia e che tutti, alla fine, arrivassero a pensare ‘giustizia’ con l’iniziale minuscola».

Era il 1970! Quarantaquattro anni fa! Lelio trascorse anni a querelare, a fare cause civili (mai una persa), poche lire per carità, ma immense soddisfazioni. Perché? Perché i giornalisti scrivendo di Lelio, non perdevano mai l’occasione di ritirare fuori quella faccenda e scriverne sempre in modo errato, con superficialità, senza documentarsi mai abbastanza. Lelio mi ha lasciata nel 2010. Ho continuato io al posto suo a fare cause: l’ultima vinta qualche mese fa”.

Altra storia, che con il calvario di Luttazzi non ha niente a che spartire. Forse, perché invece qualcosa sì. L’ex presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, viene assolto a Cremona dall’accusa di corruzione per un presunto giro di tangenti nella sanità. Con lui assolti l’ex direttore generaledell’assessorato regionale alla Sanità, Carlo Lucchina, e l’ex direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Cremona, Simona Mariani. Una sentenza che segue la richiesta d’assoluzione avanzata dallo stesso Pubblico Ministero. Assolti, ma il discorso non cambia fossero stati condannati. Si parla di una vicenda ‘scoppiata’ nove anni fa: è il 2011, quando l’ospedale Maggiore di Cremona acquista per otto milioni di euro tecnologia per terapie oncologiche. All’inizio dell’inchiesta la procura ipotizza che per questa fornitura Formigoni avesse ottenuto ‘utilità per 447mila euro’; per ‘utilità’ si intendeva, sempre secondo la pubblica accusa, un lungo elenco di viaggi nel periodo 2012-13: vacanze in Croazia, Saint Moritz, Sudafrica. Nove anni, e la stessa pubblica accusa chiede il proscioglimento? Nove anni con questa spada di Damocle, e poi l’assoluzione? Ma il verdetto fosse stato di condanna: nove anni per accertare i fatti?

Alla Camera dei Deputati è in discussione un testo di legge presentato dal deputato Enrico Costa. In sostanza si chiede che sia modificata l’attuale normativa sulla responsabilità civile del magistrato in caso di errore giudiziario, che le attuali ‘maglie larghe’ siano ristrette.

Il Segretario dell’Associazione Nazionale dei MagistratiGiuliano Caputoinsorge: “Abbiamo già efficaci strumenti per accertare eventuali errori e un rigoroso sistema di responsabilità civile e disciplinare. Altre modifiche sono inutili e rischiano di condizionare l‘adozione di iniziative cautelari proprio nella fase in cui i magistrati sono chiamati a operare scrupolosamente, sulla base di elementi frammentari, un difficile bilanciamento tra le fondamentali garanzie di libertà e le esigenze di tutela della collettività”.

Qualche cifra. Nel 2010 i casi di ingiusta detenzione sono stati un migliaio, costati qualcosa come circa 45 milioni di euro di indennizzi. Persone che hanno patito ingiustamente mesi di carcere; di famiglie distrutte, di attività lavorative che sono andate in rovina; di reputazioni rovinate, oltre agli indennizzi pagati dallo Stato, cioè dai contribuenti. Dal 1992 al 2019 almeno 28.700 errori giudiziari gravi; più di 750 milioni di euro di risarcimento.

 Visto che si parla di 28.700 errori giudiziari, forse gli strumenti esistenti non sono poi così efficienti; e forse è azzardato parlare di ‘rigoroso sistema di responsabilità civile e disciplinare. Per saperlo: quanti sono stati i magistrati chiamati a rispondereper quel che riguarda quell’oceano di errori giudiziari? Qualche dato, insomma, anche solo per capire di che cosa si sta parlando…

 Sbaglia, il dottor Rosario Russo, già sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione? Dice che ogni anno vengono archiviati 1.200 procedimenti disciplinari e nessuno sa perché.

Testuale: «Con il tacito consenso del ministro della Giustizia, ogni anno il Procuratore Generale presso la Suprema Corte emette mediamente oltre 1.200 provvedimenti d’archiviazione disciplinare, ma neppure il Consiglio Superiore della Magistratura li può leggere».

Il dottor Russo ricorda che per legge il Procuratore Generale ha l’obbligo di esercitare l’azione disciplinare, per prevenire che egli possa agire pro amico vel contra inimicum, mentre il ministro della Giustizia ne ha soltanto la facoltà.

Tuttavia, ricevuta una notizia disciplinare, con motivato provvedimento il PG può discrezionalmente archiviare se il ministro non si oppone. Così al Consiglio Superiore della Magistratura pervengono quindi solo le notizie disciplinari discrezionalmente non archiviate dal PG.

Nel periodo 2012-2018 risultano iscritte mediamente ogni anno oltre 1.200 ‘notizie’ d’illecito disciplinare. Oltre il 90 per cento di queste ‘notizie’ viene archiviato dal PG; solo per un’esigua minoranza il CSM è messo in condizione di valutare se esercitare o no l’azione disciplinare. Oltre 1.200 archiviazioni sulla fiducia. Sicuramente il PG la merita, e opera secondo scienza e coscienza. Fatto è che non è dato sapere perché si decide o meno per l’archiviazione.

 “La segretezza delle archiviazioni disciplinari”, osserva Russo, “è un inquietante unicum, specialmente a volere considerare che la Corte Costituzionale ha sancito da tempo “l’abbandono di schemi obsoleti… secondo cui la miglior tutela del prestigio dell’ordine giudiziario era racchiusa nel carattere di riservatezza del procedimento disciplinarenon è accettabile che al cittadino che abbia segnalato qualche abuso dei magistrati si risponda dicendo: archivio perché… archivio.

Quando si tratta di giustizia italiana, è come se piovesse sul bagnato. La Commissione Europea nella valutazione dello stato della Giustizia per il 2020  traccia un quadro a dir poco sconfortante: il tempo necessario per la risoluzione dei casi civili e commerciali vede l’Italia al secondo posto, preceduta dalla Grecia: per arrivare ad una sentenza di primo grado servono, in media, 525 giorni in media. In Francia sono necessari circa 400 giorni, mentre in Germania poco più di 200.

Per ottenere una sentenza definitiva (Corte di Cassazione), nel 2018, in Italia, mediamente si è atteso anche 1200 giorni: quasi tre anni e mezzo. In Francia per concludere un processo occorrono circa 350 giorni.

Per quello che riguarda la ‘percezione’ dell’indipendenza dei magistrati da parte dell’opinione pubblica, la situazione è a dir poco inquietante: poco più del 30 per cento ha un grado di considerazione che va da ‘abbastanza’ a ‘molto alto’; oltre il 40 per cento dà una valutazione negativa, il 15 per cento molto negativa; il restante 15 per cento non si esprime. Per quel che riguarda la fiducia nella magistratura l‘Italia è si trova così al terzultimo posto; peggio di noi solo Slovacchia e Croazia.

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