sabato, Ottobre 24

L'Egitto verso le elezioni A fine maggio tutti alle urne. Ecco i punti critici del Paese

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Si avvicina il momento delle elezioni per l’Egitto: a fine maggio, i cittadini egiziani dovranno recarsi alle urne per eleggere il nuovo Presidente, sancendo così la conclusione della fase di transizione seguita all’arresto da parte dei militari del precedente Presidente Mohamed Morsi. Il ritiro di gran parte dei possibili candidati alla corsa presidenziale sta aprendo la strada al probabile plebiscito per Abdel Fattah al-Sisi, il volto della battaglia dei militari egiziani contro la Fratellanza Musulmana. Unico contendente di al-Sisi resta oggi Hamdeen Sabahi, 59enne leader della Corrente Popolare Egiziana, raggruppamento politico di orientamento nasseriano.

La decisione di al-Sisi di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali era nota al popolo egiziano da lungo tempo, ma una serie di strategie politiche hanno spinto il Generale ad attendere il momento propizio per rendere pubblica la sua scelta. A fine gennaio, l’ex Capo delle Forze Armate ha incontrato il Premier russo Vladimir Putin, che ha reso pubblica la propria approvazione della sua candidatura. E’ importante seguire gli sviluppi legali all’intesa russo-egiziana: Mosca, che negoziato negli ultimi mesi la vendita di 2 miliardi di armi all’Egitto, con l’obiettivo di sostituire il ruolo di sostegno militare che fino alla scorsa estate era stato rivestito dagli Stati Uniti. Pochi giorni dopo, il Supremo Consiglio delle Forze Armate, l’organo militare di cui al-Sisi era leader, ha reso pubblica la propria unanime approvazione a un’eventuale decisione del Generale di candidarsi.

Abdel Fattah al-Sisi è nato nel 1954 nel distretto cairota di Gamaliyya. Entrato all’interno delle Forze Armate nel 1977, ha iniziato una rapida ascesa all’interno dei loro ranghi, diventando nel giro di pochi decenni il comandante militare delle regioni settentrionali e direttore dei servizi di intelligence militari. Il nome di al-Sisi è diventato noto nel 2012, quando la Fratellanza Musulmana lo ha scelto come principale interlocutore all’interno del mondo militare: pochi mesi dopo, sarebbe stato proprio al-Sisi a indurre le Forze Armate a sostenere le manifestazioni di piazza contro l’Ikhwan, rimuovendo il Presidente Mohamed Morsi dal potere e dando il via alla stagione di repressione della Fratellanza Musulmana.

Sono numerose le incognite che aspettano al-Sisi dopo la quasi certa vittoria delle elezioni: tra queste, la necessità di ricostruire su nuove basi i rapporti tra Stati Uniti ed Egitto. Alcuni giorni dopo, in seguito al varo della nuova Carta costituzionale egiziana, il Segretario di Stato americano John Kerry ha espresso le proprie perplessità riguardanti le modalità di redazione, per via di una generale opacità dei processi che hanno portato alla sua conclusione, senza alcun vero scrutinio da parte della cittadinanza. Le parole di Kerry causarono un ulteriore raffreddamento nei già complessi rapporti tra Egitto e Stati Uniti, duramente segnati dalla decisione americana di sospendere il milione e mezzo di dollari annui in aiuti economici e forniture militari per l’Esercito egiziano, attuato in seguito alla repressione effettuata ai danni della Fratellanza musulmana da parte delle nuove autorità. Negli ultimi mesi, una serie di segnali sembra però suggerire una possibile riconciliazione tra le parti e una ripresa del sostegno americano all’Egitto, nonostante non siano state sciolte tutte le riserve su tempistiche ed eventuali variazioni.

Robert Kagan, analista del think tank Brookings Institution, ha espresso le proprie perplessità in merito al riavvicinamento tra Stati Uniti ed Egitto sulle colonne del Washington Post: «Lungi dall’aiutare gli Stati Uniti nella loro lotta contro il terrorismo, così come affermano le autorità egiziane, la brutale repressione dei militari contro gli islamisti egiziani sta creando una nuova generazione di terroristi. Qualsiasi cosa si potesse pensare del Governo del leader della Fratellanza Musulmana Mohamed Morsi – c’era molto da criticare – costui era giunto al potere tramite corrette e legittime elezioni, proprio come domandato dagli Stati Uniti, e andava incontro a una seconda tornata elettorale che con ogni probabilità avrebbe perso. […] Come può questo rappresentare gli interessi americani? Se gli Stati Uniti avevano l’ambizione di ammansire gli islamisti e renderli sicuri nel mondo moderno, non hanno semplicemente vanificato l’opportunità; si sono resi complici nell’abbattimento di quell’opportunità e si sono inoltre assicurati che non ve ne sarà un’altra in futuro».

Il sostegno militare statunitense è fondamentale per un Egitto alle prese con una crescente emergenza sul fronte della sicurezza interna: il protrarsi della violenza terroristica nella Penisola del Sinai, che investe soprattutto le aree settentrionali dove il controllo delle autorità locali è quasi nullo, continua a destabilizzare il Paese, minacciando una progressiva espansione sul resto del territorio nazionale. Sono oltre 300 le azioni terroristiche effettuate nell’area dal luglio del 2013. I gruppi jihadisti stanno sfruttando il malcontento delle popolazioni beduine dell’area, la proliferazione regionale di armi e l’alta diffusione di ideologia jihadista nelle aree più isolate della Penisola, per rafforzarsi e potenziare le proprie capacità di azione. Attivo principalmente contro le Forze Armate, la Polizia e le infrastrutture del Sinai, il gruppo jihadista Ansar Bayt al-Maqdis si è reso protagonista di una serie di attacchi violenti anche nel resto dell’Egitto: il 24 dicembre, un’esplosione ha distrutto una caserma della polizia a Mansoura, uccidendo 16 persone; il 24 gennaio, quattro diversi attentati in varie aree del Cairo hanno ucciso 6 persone.

Sono numerosi quindi gli elementi che consigliano la massima prudenza nel rapportarsi alle nuove istituzioni egiziane. Da un lato, il mantenimento di ottime relazioni con il prossimo governo egiziano è indispensabile per garantire agli Stati Uniti un controllo sulle dinamiche interne all’intera regione; dall’altro, la legittimazione di poteri che hanno agito negli ultimi mesi con un alto livello di disinteresse nei confronti delle regolari dinamiche democratiche sembra costituire un rischio, che aumenta il grado di imprevedibilità dei futuri sviluppi della situazione.

 

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