giovedì, Ottobre 22

L'Egitto e il pericolo del "jihadismo di ritorno" Il ritorno di elementi estremisti dal fronte siriano costituisce una ragione di forte preoccupazione

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La notizia del progressivo afflusso in Siria di jihadisti stranieri ha trasformato nel corso degli ultimi anni il conflitto siriano nel principale fronte internazionale del jihad, andando a costituire la principale ragione di preoccupazione per i Governi di tutti i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Le difficoltà nel ricostruire un quadro attendibile del flusso di guerriglieri estremisti che si muove nella regione mediorientale stanno accrescendo le incertezze riguardanti le strategie che le autorità delle singole nazioni devono intraprendere, in una fase in cui l’elevato livello di conflittualità internazionale e la diffusione del settarismo pongono un ovvio ostacolo alla riuscita di uno sviluppo della cooperazione interstatale.

L’aumento delle tensioni interne al Paese seguito alla repressione delle autorità nei confronti della Fratellanza Musulmana e l’assenza di controllo su quanto avviene nella Penisola del Sinai rivelano quanto sia delicata la situazione per l’Egitto, Paese in cui è forte il rischio di un’esplosione delle violenze jihadiste. Il timore che guerriglieri fondamentalisti possano portare in patria una maggior capacità di combattimento e un’ideologia più forte appresa sui campi di battaglia siriani contribuiscono ad aumentare le preoccupazione delle Forze dell’ordine, rendendo più complesso il loro sforzo per tentare di monitorare il transito di combattenti lungo i porosi confini che collegano il Sinai al resto del Medio Oriente.

Secondo quanto recentemente riportato dall’agenzia di stampa nazionale MENA, negli scorsi giorni, l’ufficio del procuratore di Suez City ha spiccato un mandato d’arresto nei confronti di Wael Ahmed Abdel Fattah, con l’accusa di collaborazione con gruppi militanti islamisti.  38enne ex impiegato in una compagnia petrolifera, Abdel Fattah sarebbe stato fermato per 15 giorni con le accuse di aver combattuto in terra siriana al fianco del Fronte al-Nusra, uno dei principali gruppi jihadisti attivi nel Paese, e di aver cercato di coordinarsi con vari gruppi militanti per organizzare attacchi e attentati in terra egiziana.

Il gruppo terrorista più importante presente oggi in Egitto è Ansar Bayt al-Maqdis, attivo principalmente nel Sinai ma in grado di organizzare attentati anche nel resto del Paese. Ritenuto colpevole di un alto numero di attentati contro le autorità egiziane – bollate come fiancheggiatrici di Israele – e del lancio di razzi contro le città israeliane di confine, il gruppo può contare su un effettivo di circa 800 uomini. L’eclatante azione che rese il nome del gruppo noto fu quella del 18 agosto 2011, quando un assalto di membri di ABaM a un autobus che trasportava civili causò la morte di otto israeliani e tre membri delle forze di sicurezza egiziane nella città di confine di Eilat.

Il movimento jihadista a inizio ottobre aveva tentato di assassinare in un attentato il Ministro degli Interni Mohamed Ibrahim, facendo saltare in aria un veicolo mentre il suo convoglio transitava a Nasr City, a Est del Cairo. Nonostante l’attentato non abbia raggiunto il suo scopo, l’azione dimostrò come il gruppo avesse iniziato a prender di mira obiettivi non circoscritti all’area della penisola, ma anche nel resto del Paese. Un comunicato del gruppo, giunto nelle ore successive all’attentato, dichiarava come «il ‘macellaio’ degli Interni» avesse visto «la morte con i suoi due occhi», chiarendo come «ciò che stava per arrivare» sarebbe stato molto peggio. Il comunicato chiamava anche i musulmani di tutto l’Egitto «a raggiungere i loro fratelli mujahideen nella loro guerra contro quei criminali».

Per Ansar Bayt al-Maqdis, l’instabilità prodotta dal caos siriano costituisce un’importante opportunità non solo per importare capacità tecniche maturate sul campo di battaglia, ma anche per entrare a contatto con nuove reti di combattenti e introdurre in Egitto armamenti più sofisticati che verranno utilizzati nella guerra contro le autorità egiziane. «Il ritorno a casa dei jihadisti sembra aver portato le risorse e capacità che stanno dietro una crescente serie di attacchi che ha superato di gran lunga le abilità precedentemente rivelate in Egitto» scrivevano a inizio febbraio scorso Kirkpatrick e Schmitt, due inviati del New York Times «Ansar Bayt al-Maqdis ha mostrato di essere in grado di costruire e detonare a distanza grandi bombe in luoghi strategici, ottenendo informazioni di intelligence sul timing preciso dei movimenti dei loro bersagli, registrando i loro attacchi e gestendo la difficile manutenzione di un avanzato dispositivo missilistico portatile – tutti elementi che suggeriscono esperienza di combattimento».

Il 19 marzo, sei combattenti di AbaM hanno perso la vita in seguito a uno scontro con le forze dell’ordine egiziane. In una dichiarazione rilasciata in seguito all’uccisione dei militanti, il gruppo jihadista ha affermato che due dei combattenti – Fahmi Abdul Raouf Muhammad and Samir Abdul Hakim – avevano combattuto in Siria prima di tornare in Egitto. Secondo quanto riporta il Long War Journal, in precedenza Ansar Bayt al-Maqdis aveva rivendicato l’appartenenza al proprio gruppo di altri due combattenti morti in Siria, Walid Badr e Saeed al-Shahat.

Nel dicembre scorso, l’analista del Washington Institute Aaron Zelin riportò i dati del Centro Internazionale per lo Studio della Radicalizzazione, in cui si cercava di trarre una contabilità sul possibile numero di jihadisti stranieri impegnati sul fronte siriano, stimato in circa 11mila. Il numero di combattenti egiziani venne segnalato in circa 300 unità. Le stime riguardanti la regione mediorientali sono però di scarsa affidabilità, secondo quanto riporta Zelin, in quanto «i governi sono meno disponibili a fornire le loro stime ufficiali e c’è una tendenza minore a riportare casi individuali». 

 

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