domenica, Agosto 9

Legge elettorale: storia di un dibattito Dal proporzionale del dopoguerra fino allo scontro attuale

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Dopo le dimissioni di Renzi era prevedibile lo scatenarsi dello scontro politico sulla legge elettorale, con quella attualmente in vigore, il cosiddetto Italicum che secondo Matteo Renzi tutta l’Europa ci avrebbe invidiato, che paradossalmente potrebbe non essere mai utilizzata per l’elezione dei membri del Parlamento. E questo non solo a favore di una propria versione corretta dalla Consulta (il 24 gennaio è la data fatidica), ma forse addirittura facendo spazio a un qualcosa di diverso e con un sapore di ritorno al passato.

Tra chi vuole andare al voto subito con l’Italicum pulito delle sue parti incostituzionali come il M5S, non senza una certa incoerenza portata forse dalla vista del traguardo governo così vicino (nonostante tutto). Tra Berlusconi che vuole un ritorno al proporzionale, dopo aver promosso il progetto made in Renzi durante il periodo del Patto del Nazareno, in ragione di quella governabilità che proprio il sistema proporzionale storicamente tende a penalizzare. E infine il Partito Democratico, che in seguito al monito di Mattarella non disdegnerebbe un ritorno alla legge elettorale della quale il relatore fu proprio l’attuale Presidente della Repubblica, il cosiddetto Mattarellum.
In pochi mesi si è passati dal sistema della svolta al ripiegamento su un modello creato più di vent’anni fa.

Dato che del tema ne sentiremo parlare profusamente nei prossimi mesi, è giusto fare un piccolo excursus storico sul come siamo arrivati a questo punto, sul perché in passato si è deciso di cambiare e se fare ciò fosse poi servito. Questo per saper leggere al meglio il presente e il futuro prossimo: in un sistema sempre più tripolare come quello odierno, la scelta delle regole del gioco in un senso o nell’altro può fare una differenza enorme.
In una continua tensione tra sistema maggioritario e proporzionale, dove tra le loro versioni pure (rarissime a livello mondiale) vi è tutta una scala di grigi fatta di correzioni nell’uno o nell’altro senso, di fatto dal 1946 al 1993 in Italia si è votato – salvo minime variazioni – con la stessa legge elettorale d’impianto proporzionale, con i partiti che presentavano in ogni circoscrizione una lista di candidati.
L’assegnazione di seggi alla Camera per ciascuna lista circoscrizionale avveniva con un sistema proporzionale, ed erano proclamati eletti i candidati che, all’interno della stessa, avessero ottenuto il maggior numero di preferenze da parte degli elettori, i quali potevano esprimere il loro gradimento per un massimo di quattro candidati.
Per il Senato – eletto su base regionale – vi era una formula che sulla carta voleva, attraverso collegi uninominali, presentare caratteristiche di tipo maggioritario assegnando il seggio solo al candidato che avesse ottenuto più preferenze. Ponendo però un quorum del 65% per l’elezione del solo candidato vincitore della corsa (eventualità piuttosto rara) di fatto i seggi veniva assegnati comunque con metodo proporzionale.

In un sistema politico che, come quello attuale, presentava tratti di tripolarità, una formula di questo tipo manifestò quelle peculiarità e criticità che storicamente gli vengono attribuite. Quindi una rappresentanza parlamentare che riflette in maniera meno distorta possibile la reale situazione politica di un paese, con una significativa tutela delle minoranze.
Se la rappresentatività risulta salvaguardata, l’altro lato della medaglia fa si che, qualora i partiti siano notevolmente frazionati, tale frazionamento reale sarà portato in Parlamento, e la formazione di un governo richiederà coalizioni che uniscano più partiti, con conseguente forte instabilità. È quindi la governabilità, tanto spesso indicata come limite del sistema istituzionale italiano, che ne verrebbe penalizzata.
Per una breve parentesi temporale e su iniziativa del governo De Gasperi si tentò – nel 1953 – di introdurre un premio di maggioranza alla coalizione vincente con la maggioranza assoluta dei consensi. Tale modifica, pesantemente osteggiata dalle opposizioni che la bollarono con l’epiteto di Legge Truffa, non dispiegò mai i suoi effetti perché nella successiva tornata elettorale le forze di governo non riuscirono a conseguire il quorum previsto. Fu così che il premio fu abolito senza mai essersi visto applicato, e l’intera normativa trovò definitiva sistemazione col Testo Unico n. 361 del 1957.

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