domenica, Agosto 25

Lega Nord e Salvini: cosa resta del federalismo? In ricerca di consenso a livello nazionale, il leader del Carroccio sembra aver messo da parte una lotta storica del partito

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C’era una volta il dibattito sul federalismo. Un tema questo che per vent’anni  è stato talmente importante, prima nella retorica elettorale e poi nel dibattito politico vero e proprio, da portare i cittadini a due referendum costituzionali nel giro di cinque anni.

I primi successi alle urne della Lega Nord di Umberto Bossi durante la fase di transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, le conseguenti brevi esperienze di governo e il progetto secessionista ­ che raggiunge il suo culmine, almeno sul piano comunicativo, con la manifestazione a Venezia del 15 settembre 1996 dove il leader del Carroccio dichiara l’indipendenza della Repubblica Federale Padana e l’indizione di un referendum per l’indipendenza dallo Stato italiano: un’evoluzione che porta sotto i riflettori nazionali un sentimento sempre più radicato nelle regioni del nord e che di conseguenza fa entrare nella agenda politica il tema delle autonomie locali.

La risposta a queste istanze si ebbe attraverso una serie di decreti legge noti come Legge Bassanini – riguardanti le funzioni degli enti locali – ma soprattutto con la legge di riforma costituzionale proposta nel 1998 dall’allora premier Massimo D’Alema e poi approvata  attraverso il referendum popolare del 2001. Tale riforma si poneva come modifica in senso autonomista del Titolo V della Costituzione e i suoi  punti centrali riguardavano la funzione legislativa attribuita alle Regioni che sarebbe risultata ampliata specificando quali erano le competenze esclusive dello Stato, lasciando alle Regioni il compito di occuparsi di tutte quelle non nominate esplicitamente.

In seguito, su spinta della Lega, ritornata nella coalizione di centrodestra  Casa delle Libertà, il Parlamento approva con maggioranza semplice un altro progetto di riforma costituzionale stavolta con connotazioni ben più federaliste. Esso prevede l’introduzione della famosa devolution, cioè la devoluzione alle regioni della potestà legislativa esclusiva in materia di organizzazione scolastica, polizia amministrativa regionale e locale, assistenza e organizzazione sanitaria.
Il secondo referendum costituzionale, dopo quello del 2001, sulla riforma del Titolo V, si tiene così il 25 e 26 giugno 2006. La maggioranza dei voti risulta di parere contrario alla riforma costituzionale. Il progetto federalista della Lega subisce così una battuta d’arresto con Bossi che ammetterà di essere «un po’ deluso da questa Italia che fa un po’ tristezza». Di lì a poco la crisi, il governo tecnico Monti e gli scandali che travolgono il consenso al Carroccio portano ad un cambio di generazione della politica italiana, e ad oggi termini usati con grande disinvoltura per vent’anni – la ‘devolution’ e il ‘federalismo fiscale’ su tutti – non si sentono più nominare.

A posteriori però ci possiamo chiedere: tutto il dibattito politico degli ultimi vent’anni sul federalismo, e quindi sull’esigenza di aumentare l’autonomia degli enti territoriali in contrapposizione al cd. centralismo (ovvero ai poteri dello Stato centrale), ha prodotto davvero maggiore autonomia in capo alle Regioni e agli Enti Locali?
Secondo Cesare Mainardis, professore di diritto regionale presso l’Università di Ferrara, “la riforma costituzionale del 2001 era ispirata senz’altro dalla volontà di aumentare gli spazi di autonomia delle Regioni; ma a distanza di un quindicennio, alla luce della prassi legislativa e della giurisprudenza costituzionale la maggioranza degli studiosi è piuttosto scettica sul fatto che tale obiettivo sia stato raggiunto”.

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