lunedì, Maggio 27

Lega, M5S, PD: la democrazia in ostaggio I piani di Salvini: prima le europee poi Palazzo Chigi; M5S mostrano i loro limiti, il loro dilettantismo; PD dilaniato e impaurito, all’angolo, non ha la minima idea di Paese e di Europa

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Scolastici ricordi: ‘l’Iperuranio’, ovvero, quella zona al di là del cielo dove, secondo Platone che ne scrive nel suo ‘Fedro’, risiedono le idee. Non solo: è un mondo sempre esistito, dove le idee sono ad un tempo immutabili e perfette; che può essere raggiunto solo con la sapienza di cui non tutti sono dotati, perché i più sono corrotti, corruttibili, per loro stessa natura imperfetti. Le idee dell’Iperuranio sono necessarie, anzi: fondamentali, per l’esistenza delle cose. Da ciò la superiorità di questomondo’, rispetto a quello reale; un vero e proprio, indiscutibile, primato. L’iperuranio, e le idee che contiene, costituisce il modello secondo cui il Demiurgo forma il mondo delle cose, la materia. Il ‘valore’ di un’idea all’interno dell’Iperuranio è definito dal suo grado di universalità.

Questi concetti filosofici altiservono anche per spiegare o almeno cercare di chiarire i tempi politici che tocca vivere.
La settimana che si è appena chiusa, e quella che comincia, sono segnate da:
ulteriore ascesa del leader della Lega; inarrestabile sembra essere, almeno nell’immediato, la marcia di Matteo Salvini; il declino, altrettanto inarrestabile, venato da uno sconcertante cupio dissolvi, del Partito Democratico; una stasi che mostra tutte le sue crepe e le fragilità congenite del Movimento 5 Stelle.

Tre situazioni diverse, differenti che più non potrebbe essere, quelle della Lega, del PD, del M5S; con un comune denominatoreminimo’: il loro vivere nell’Iperuranio; in quel mondo immutabile e perfetto che è al di là della volta celeste. Il fatto è che come Platone non ha mai trovato la suaRepubblicadegliilluminati’, anche le idee dell’Iperuranio e chi le incarna, a un certo punto devono fare i conti con la realtà terrena, quella volgare, ‘inferiore’; una realtà che spesso e volentieri se ne va per fatti suoi, e tanti saluti.

Si può cominciare con Salvini. E’ indiscutibile che marci con il vento in poppa. Tutti i sondaggi e tutte le rilevazioni demoscopiche pronosticano un pieno successo alle prossime consultazioni per il Parlamento Europeo. Salvini ne è ben consapevole; non a caso sabato scorso, dinanzi a una piazza del Popolo gremita, ha esplicitamente chiesto un mandato pieno per poter trattare con Bruxelles e l’Europa che ne verrà fuori. Molto concreto, Salvini individua nella consultazione per il Parlamento Europeo una tappa fondamentale per la conquista di palazzo Chigi: il vero obiettivo. Al momento è costretto a continui stop and go: ammicca alla piazza, con parole d’ordine essenziali e di ‘pancia’; deve contemporaneamente mostrare un volto paziente e ragionevole con l’alleato di ‘contratto’, Luigi Di Maio e i grillini. Deve tener conto che è marcato stretto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: con discrezione, ma con determinazione, il Presidente mette come nessun altro, argine alle impennate salviniane.
Nel vuoto della situazione politica, Mattarella è, oggi, l’unico baluardo alla degenerazione sovran-populista.
Se alle elezioni di primavera Salvini ne uscirà trionfante, avrà buon gioco se lo riterrà conveniente a far saltare il Governo di Giuseppe Conte, e scendere in campo in prima persona. Per ora i suoi toni sono concilianti e rassicuranti. Hanno lo stesso sapore del ‘stai sereno Enrico’ di Matteo Renzi. Il tallone d’Achille di Salvini? Molte chiacchiere, un distintivo (quello di Ministro dell’Interno). Fatti, pochini. Fare promesse a raffica comporta che prima o poi qualcuno voglia ‘vedere’; e allora il bluff risulta evidente. Per dirne una: la diminuzione delle accise sulla benzina entro il mese di agosto. Sono trascorsi quattro mesi. Non se ne parla più. Vale anche per Salvini il monito di Abraham Lincoln nel suo discorso a Clinton: «Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre». Anche chi, come gli italiani, ha memoria corta, a un certo punto, ricorda.

Il cammino di Salvini ad ogni modo è più che facilitato dal Partito Democratico. E’ ancora alle prese con il pio-pio e il bla-bla legato al Congresso e a primarie che si annunciano più bislacche che mai. La novità è costituita dal ritiro di Marco Minniti, che non si sente sufficientemente appoggiato da Renzi. La bizzarria non sta tanto nel fatto che ci si presentava come un candidato non renziano, e ci si ritira perché Renzi non sostiene a sufficienza. La bizzarria consiste nel fatto che Minniti sia sceso, sia pure per poche ore, in campo. Candidatura divisiva all’interno del partito; e fuori. Come Ministro dell’Interno, per il solo fatto di esserlo stato, ha dovuto assumere sulle sue spalle responsabilità di ‘governo’ che lo rendono oggettivamente disponibile per qualsiasi altro incarico, ad esclusione del Segretario di un partito, che percomandamentodeve essere inclusivo ed empatico; il Ministro governa e si può permettere il lusso di dividere ed essere impopolare. Un Segretario di partito, all’opposto deve avere fiuto, e seguire, vellicandoli, gli umori dell’elettore. Ancor più stupefacente che Minniti anche per un solo istante si sia potuto fidare di Renzi, e contare sul suo appoggio. Significa non aver compreso nulla del personaggio, e aver smarrito la memoria del suo ‘fare’ politico.

Renzi dice a destra e manca che lui èsoloun senatore che si occupa del suo collegio fiorentino; non lascerà il PD, non ha intenzione di formare un suo partito. Non c’è un solo motivo perché gli si debba credere. Agirà, come ha sempre agito, secondo sua convenienza. Certo: dovrà cercare un’altra stella polare. Finora i leader su cui ha puntato non gli hanno portato fortuna né ne hanno avuta: Tony Blair in Regno Unito è un nome che è meglio non fare; di Hillary Clinton, non c’è bisogno di dire nulla; men che mai di Emanuel Macron. Ora Renzi fa ventilare l’ipotesi di una sua candidatura alla segreteria del PD. Sarebbe il bacio della morte per il partito. Sarebbe prova di straordinaria arroganza e presunzione candidarsi alla Segreteria con alle spalle ben otto consecutive sconfitte. Ma soprattutto è il segno della paralisi di un partito incapace di avviare una briciola di riflessione critica su quello che è accaduto e contributo a determinare. Con leggerezza e irresponsabile non si rende conto che populismi di diverse estrazioni e fisionomie colpiscono uniti la base della democrazia liberale e rappresentativa. Ed è questa la vera posta in gioco. Il PD, dilaniato e impaurito, all’angolo, non ha la minima idea di Paese e di Europa futura prossima da offrire a un elettorato confuso, disilluso, incupito e, come ha certificato il CENSIS, rabbioso e incattivito.
Alle primarie è probabile che si affermerà
Nicola Zingaretti, ma sarà tallonato da Maurizio Martina. In omaggio a un regolamento interno assurdo, se nessuno dei due candidati raggiungerà una certa soglia (ed è improbabile che uno dei due riesca nell’impresa), la nomina verrà demandata a un sinedrio chiamata Assemblea Nazionale, che dovrebbe, a quel punto, avere la saggezza di ratificare il primo arrivato; scatteranno invece camarille e manovre meschine di bottega. Già ora le ‘primarie’ del PD appassionano circa il 9 per cento dell’elettorato. Procedendo così, la soglia si abbasserà ulteriormente.

Infine, c’è il movimento di Beppe Grillo. Al di là delle roboanti e ormai ripetitive boutades del fondatore, il movimento non sa, letteralmente, che pesci pigliare. Non solo Di Maio, ma tutti ibig’ del movimento mostrano chiaramente i loro limiti, il loro dilettantismo. Non è più questione di gaffes di un Danilo Toninelli o di una Laura Castelli. E’ l’intero movimento che si sgretola, vistosamente.

La coalizione di Governo terrà fino a primavera: nei primi mesi dell’anno devono essere fatte sostanziose nomine in postazioni di potere reale. Nessuna forza politica è così masochista da rinunciarvi; poi, passate le europee, si vedrà. A distribuire le carte, comunque, sarà Salvini.

Uno sguardo oltralpe può aiutare a comprendere quello che accade in Italia. Quello che accade a Parigi e in Francia, si dice, è un qualcosa, di popolare: nel senso che è ‘sentito’, condiviso. I sondaggi dicono che larghi strati di popolazione condividono la protesta dei gilet gialli. Non c’è ragione di dubitarne, ma se è così, significa che chi governa è perlomeno colpevole di una grave colpa: non sa cogliere il sentimento popolare, non ha gli strumenti e la capacità di avvertire le pulsioni che si agitano nella società. Non accade solo a Parigi, o in Francia, ma a Parigi e in Francia si manifesta, in queste ore, in un modo virulento e dirompente.

Ci sono poi le manifestazioni violente: eclatante risultato di azioni mirate da parte di un ristretto gruppo dispecialisti’: ‘professionistidella gestione e dello sfruttamento del disagio sociale, che dirottano verso altri inconfessabili interessi quel disagio; anche questo è possibile, s’è visto molto d’altro, di impensabile e in un primo tempo ‘incredibile’. Ma se l’‘incredibile’ e l’‘impensabile’ corrisponde al vero, allora (come già accaduto con il terrorismo islamista) si deve prendere atto di un clamoroso fallimento: quello di quelle forze di Polizia che hanno il compito di prevenire, ‘immaginare’, individuare gli ‘specialisti’, i ‘professionisti’, i ‘provocatori’.
Per esempio: il migliaio di arrestati dalla Polizia: chi sono? Qual è, se c’è, la loro idea politica? Sono professionisti della guerriglia urbana? Se lo sono, dove e come, da chi sono stati addestrati? Fino a ieri dove vivevano, come vivevano, protetti, aiutati da chi?
Ecco che le domande senza risposta si accavallano: c’è un diffuso, inavvertito, inascoltato, disagio popolare che si coniuga con l’azione dispecialisti’ e ‘professionistiche sfruttano il disagio popolare per fini e scopi che nulla hanno a che spartire con le ragioni di questo malcontento e di questa protesta diffuse.
Risalta, in ogni caso, l’incapacità della classe dirigente francese di cogliere i fenomeni in atto; e l’incapacità di svolgere una attenta, mirata, capacità di prevenzione e repressione. In una parola: una clamorosa incapacità di governare’.

Dalla Francia si può ricavare una ‘lezione’: i rischi, i pericoli diGovernidove il potere si concentra nelle mani di una sola persona, o di una ristretta oligarchia; i rischi e i pericoli insiti nella mancanza di pesi e contrappesi che, in quanto tali, garantiscono equilibrio e stabilità in ogni democrazia liberale. Il baratro che si apre quando spariscono partiti politici e corpi intermedi che svolgono una essenziale funzione di mediazione’ tra centri decisionali, istituzioni, popolo e società. Quando mancano i corpi intermedi, quando mancano i partiti, quando -in una parola- manca la politica, si determinano lacerazioni gravi e dolorose; e medicarle richiede processi lunghi, pazienza, prudenza, audacia, fatica, capacità, fantasia. Vale per la Francia, per l’Italia, e ovunque.

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