giovedì, Luglio 18

Lega e Grillini: il potere li unisce, il voto li divide Una crisi sceneggiata o una sceneggiata di crisi? Volano insulti e contumelie come mai accaduto

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Era profondamente reazionario Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, ma certamente dotato di spirito. A lui dobbiamo un aforisma divertente e profondo: ‘Quando mi guardo, mi rattristo. Quando mi paragono, mi consolo’. Riesce a essere vescovo cattolico, politico e diplomatico. Formidabile camaleonte, serve la monarchia di Luigi XVI, la Rivoluzione francese che mozza teste a mezza Parigi, è bonapartista con Napoleone, torna monarchico con Luigi XVIII. Lo chiamano ‘Il diavolo zoppo’, ‘Il camaleonte’, ‘Lo stregone della diplomazia’. E’ il regista, con Metternich, del restauratore congresso di Vienna.

Facciamo un salto di un paio di secoli. Ce ne fossero, di Talleyrand. Camaleonti ce e sono in quantità, ma nulla a che spartire con ‘Il diavolo zoppo’: stregoni senza diplomazia, privi di ironia e auto-ironia; abilissimi nell’arte dell’offesa volgare e tronfia, fanno rimpiangere le unghiate di cui era capace un Giulio Andreotti, e perfino le staffilate che reciprocamente si scambiavano un Beniamino Andreatta e un Rino Formica.

Se ne accorge un commentatore che in questi anni scruta e scandaglia sempre più perplesso e intimamente inquieto come Antonio Padellaro: alle spalle un lungo apprendistato di cronista politico, all’’ANSA‘, al ‘Corriere della Sera‘, all’’Espresso‘, all’’Unità‘; e ora una delle colonne del ‘Fatto quotidiano‘, che ha diretto per sei anni. Padellaro è autore di uno smilzo e denso libretto: ‘Il gesto di Almirante e Berlinguer‘. Parla di alcuni incontri segreti, quattro o sei, non si sa bene, tra il segretario del PCI Enrico Berlinguer, e il leader del MSI-Alleanza Nazionale Giorgio Almirante. Di quei furtivi incontri sapevano solo altre due, fidatissime persone: Tonino Tatò, uomo ombra di Berlinguer; e Massimo Magliaro, strettissimo collaboratore di Almirante; e solo Magliaro, in termini sfumati ne ha un poco parlato, dopo aver pazientemente atteso che i tempi decantassero, e la morte dei due protagonisti. Ma non è tanto la storia, e i perché di questi incontri, che qui preme, quanto ‘il gesto’.

 Il ‘gesto’ di due galantuomini, in tutto distanti; avversari che politicamente nulla si concedevano; e che tuttavia si rispettano. Almirante da solo si presenta al funerale di Berlinguer, e gli rende l’onore delle armi: «Sono venuto a rendere omaggio a un uomo da cui mi ha diviso tutto, ma che ho sempre apprezzato e stimato». Non è una frase di circostanza. Almirante l’aveva confidato a Magliaro subito dopo il primo ‘clandestino’ incontro con Berlinguer: «Quell’uomo è un avversario leale e corretto».  

 I ‘gesti’, appunto. Come Padellaro annota: «Quando smetteremo di credere completamente alle parole, a qualsiasi parola, resteranno i gesti. Perché una cosa è dire prontezza, autocontrollo, pazienza, spirito di squadra. Altra cosa è farlo».

I ‘gesti’, anticipati dalle ‘parole’. Non si ricorda a memoria di cronista politico una campagna elettorale così piena di acre polemica, e non tanto tra avversari politici, quanto tra ‘alleati’ di governo. In ordine di tempo gli ultimi scambi di invettive: «Sei forte con i deboli»; «Tappatevi la bocca»; «Tira fuori le palle»; «È l’ultimo avviso».

Il caso del sottosegretario Armando Siri, di cui Luigi Di Maio vuole le dimissioni, e Matteo Salvini risponde picche, è solo uno dei tanti motivi di frizione e attrito tra i due firmatari di un ‘contratto’ di cui ormai nessuno ricorda il contenuto.   Mancano poche ore al Consiglio dei ministri, vedremo chi dei due uscirà sconfitto, o se il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (che peraltro ha già preso posizione) saprà salvare capra e cavoli.

Fino a qualche ora fa si poteva credere che i due partiti recitassero parti in commedia. Ma si sta scherzando col fuoco. I grillini non nascondono il sospetto che Salvini voglia lo scontro frontale, e che si arrivi a una conta che preluda a una traumatica rottura. Di Maio lo dice apertamente: «La Lega non si assuma la responsabilità di arrivare a un voto in Consiglio dei ministri… Maurizio Lupi si dimise per molto meno. La Guidi pure. Se Salvini vuole fare peggio di Renzi faccia pure».

 Dunque, crisi? Sempre Di Maio: «Non riusciamo a capire perché il ministro dell’Interno voglia rischiare di sfasciare tutto per un sottosegretario». Nel blog dei grillini si spara a palle incatenate: «Salvini tiri fuori le palle e faccia dimettere Siri». Il ministro dell’Interno replica a stretto giro di posta: «A chi mi attacca dico tappatevi la bocca, lavorate e smettete di minacciare il prossimo. È l’ultimo avviso».   

Salvini sembra ben intenzionato a voler tirare dritto e non mollare, definisce quelle dei grillini «minacce e insulti inaccettabili». Conte assicura che domani non ci sarà nessuna conta sul caso Siri. Per questo Salvini dice che non è più ‘l’arbitro’. Di Maio, che cerca di recuperare consenso perduto, proclama: «Con la corruzione non ci si tappa la bocca». Fra qualche ora vedremo l’esito di quella che per ora è una discutibilissima sceneggiata.

Sullo sfondo – sfondo relativo, perché ormai incombono – le elezioni per il Parlamento Europeo, sempre più sondaggio per quelle politiche che forse ci saranno a primavera prossima. Si può ipotizzare qualche scenario: ci sarà un piazzamento molto buono della Lega, sopra il 30 per cento, e un testa a testa fra PD e M5S. Si confermerà un magro risultato di Forza Italia. M5S e Lega litigano e quotidianamente si scambiano dichiarazioni di guerra. Andrà avanti a lungo: nessuno dei due ha interesse a una definitiva, irrevocabile rottura, entrambi hanno interesse a rimanere al governo e conservare il potere.

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