mercoledì, Ottobre 28

Leclerc e quei post-ideologici da paura Una parte sempre più ampia delle popolazioni e del ceto politico si definisce post-ideologica, e su questa base giustificare qualunque cosa uno faccia e anche il suo contrario, perché tutto si misura sul ‘pragmatismo’

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Tra le tante cose che accadono in questi giorni e che si accingono ad accadere, può sembrare strano che io mi occupi oggi di Charles Leclerc, il giovane (classe 1997) pilota della Ferrari, ma non dei suoi risultati, tanto più che ormai la Ferrari è un tenero ricordo, vedasi il pasticcio di ieri, che proprio in Leclerc ha il suo protagonista principale.

I fatti sono noti, ma vale la pena di riassumerli solo per fissare alcuni punti. Dopo la morte di George Floyd, in USA, ucciso da un poliziotto che voleva arrestarlo e lo ha tenuto col ginocchio sul collo per molti minuti, cominciando dagli USA, in tutto il mondo si sono diffusi atteggiamenti di solidarietà, non (o non solo) con Floyd, ma con le vittime del razzismo, cioè, me lo permetterete, di tutti i razzismi, non solo di quellobiancocontro ineri’, sempre definiti (forse perché si pensa che sia politicamente corretto?) ‘afro-americani’, cioè con un termine non solo implicitamente razzista ma limitativo perché riferito ‘solo’ ai neri di America, che poi vuol dire USA.
Dico implicitamente razzista, perché afferma che sei un africano divenuto, graziosamente, americano, quindi che sei diverso dagli altri americani, strutturalmente diverso: non sei e non sarai mai un WASP (White Anglo-Saxon Protestant … se non è razzismo questo! E non solo anti neri!), cioè lacremadella società statunitense. Ora, che i neri siano solo in Africa mi sembra un po’ parziale, ma poi che c’è di male a venire dall’Africa, insomma perché sottolineare che non sei un americano come gli altri, in una Nazione, badate bene, in cui esiste un crogiuolo di razze le più diverse e di colori dei più diversi.
Tanto più che, al massimo, ci sono venuti (portati a forza nelle navi della tratta degli schiavi, incatenati nelle stive, senza acqua e cibo e spesso uccisi durante il viaggio e magari affogati … ce lo ricordiamo ogni tanto cosa è ed è stato il razzismo?) i loro bisnonni, poi messi al ‘lavoro’ nelle piantagioni di cotone o di canna da zucchero, ammucchiati in baracche senza acqua, maltrattai i ogni modo considerati né più né meno che come animali.
Sia, come sia, a me quella espressione non piace, la trovo razzista anche se qualcuno forse la considera politicamente corretta se usata in luogo di ‘nero’. Chiedete a Mentana che è sempre accuratissimo nell’usare questa felice espressione.

Il punto è che da quel momento, dalla morte di Floyd, praticamente ormai in tutto il mondo, si susseguono manifestazioni nelle quali ci si inginocchia su un solo ginocchio –cioè ci si genuflette come fanno i fedeli quando entrano in Chiesa o passano davanti al Santissimo, vero? questa coincidenza di gesto con così diverso valore, dovrebbe fare pensare – per ricordare il modo in cui Floyd è stato ucciso. E lo slogan è secco e perentorio: le vite dei neri contano (sottinteso, come quelle dei bianchi).
Che le implicazioni di questo slogan e di questo movimento siano, in potenza, molto più ampie e variegate del solo riferimento al fatto di Floyd è semplicemente evidente: è un movimento che, nella sostanza, si rivolge, o può rivolgersi, a tutte le forme di oppressione razzista o para razzista, quale potrebbe perfino essere, ad esempio, il comportamento di certi italiani verso i migranti, o degli israeliani verso i palestinesi (per non parlare delle TV italiane dove Gerusalemme è considerata la capitale di Israele!), o degli statunitensi verso gli indiani d’America … proprio l’altro giorno al monte Rushmore, la cosa è stata vividamente ricordata!
Solo per dire che il gesto, in sé, è molto significativo e potenzialmente molto trascinante, diciamo così, capace di determinare azioni politiche molto più ampie di quanto sia stato il gesto all’inizio.
Che, d’altra parte, limitarsi a fare quel gesto, ma non agire o darsi da fare per agire in modo da combattere e cancellare il razzismo, è evidentemente insufficiente, ma questo è un altro discorso e riguarda la coscienza individuale e quella collettiva.

Ma Leclerc (unitamente a Max Verstappen, di due anni più ‘vecchio’, olandese … sarà un caso!) -lo ripeto un giovane nato nel 1997- poco più di un bambino, giustifica il suo ambiguo rifiuto di piegare un ginocchio con questa frase: «Credo che ciò che conta siano fatti e comportamenti nella nostra vita quotidiana piuttosto che gesti formali che potrebbero essere considerati controversi in alcuni paesi. Non mi metterò in ginocchio, ma questo non significa affatto che sono meno impegnato di altri nella lotta contro il razzismo».
Sorvolo, ma forse non dovrei, sul fatto (secondo me gravissimo) che a quanto pare ilragazzo’ (molto approvato da qualcuno, che ha parlato di coraggio di difendere le proprie idee … quali?) non ha capito che non si tratta diinginocchiarsi’, ma di ripetere il gesto oppressivo del poliziotto. E, a quanto pare, non lo ha capito nemmeno la gran parte della stampa. Dicevo che è meglio sorvolare, solo per non dire che è culturalmente e socialmente devastante.

Comunque, ho scritto, ‘ambiguo’. Eh sì, molto ambiguo il gesto di Leclerc, perché la maglietta con lo slogan la indossa, ma non piega il ginocchio. Una sorta di colpo al cerchio e uno alla botte: se indossi la maglietta vuol dire che condividi la manifestazione, ma se non pieghi il ginocchio che vuol dire? Potrei rilevare che Leclerc è francese (pardon: monegasco, cioè è un francese che non paga le tasse) e i francesi qualche problemino con i neri lo hanno avuto, lo hanno e continueranno ad averne. Ma non voglio infierire.
Ma certo, dire che contano i fatti e non i gesti, è un po’ curioso in un francese come lui: quali fatti fa o farà o ha intenzione di fare a favore dei neri? neri non proprio accarezzati dai francesi di Francia e di Monaco? Anzi, mi domando, lo sa? È bello e giusto e molto coraggiosamente moderno dire facciamo i fatti e non i gesti, ma i fatti si devono fare e dove sono, nell’abitacolo della Ferrari?

Ma non basta, perché aggiunge, che certi gesti, «potrebbero essere considerati controversi in alcuni Paesi», per cui, spiega, «non mi inginocchio, ma questo non vuol dire che io non sia come gli altri contro il razzismo». Non capisco, domando scusa, ma proprio non capisco. Tanto più che non si tratta di ‘inginocchiarsi’, ma, appunto, di ripetere (criticamente) il gesto violento e mortale del poliziotto che esprime, con quel gesto, il potere assoluto, la violenza. O sbaglio?
Ma poi, dove mai potrebbe essere ‘controverso’ mettere un ginocchio in terra, e controverso cosa? a meno che, appunto non si voglia dire che, a prescindere, dal caso specifico quel modo di agire va bene? Difficile capire che voglia dire tutto ciò. Specie se si vede che poi, subito Leclerc si affretta a dire la frase politically correct, ‘io sono contro il razzismo come gli altri’.
Anche se, sembrerebbe dire, queste sono cose superate, ‘noi’, come si usa dire da certi giovinastri anche in Italia, ‘noi siamo post-ideologici’, ce lo ripetono ogni momento. Ci mancava solo che aggiungesse che lui (e Verstappen) essendo solo due ragazzi di razzismo nulla hanno fatto e nulla vogliono saperne, perché non credono alle ‘ideologie’ o che so io.

Perché tiro in ballo questa cose?
Ma è evidente: perché ormai in una parte sempre più ampia delle popolazioni, e in una parte ormai maggioritaria del ceto politico di tutto il mondo, è invalsa questa abitudine di definirsi post-ideologici, e su questa base giustificare qualunque cosa uno faccia e anche il suo contrario, perché tutto si misura sulpragmatismo’, altra parola omnicomprensiva ma priva di significato reale. Sto pensando a Giggino, direte voi. Esattamente, magari non solo a lui personalmente, che dubito sappia di che si tratta, ma di chi lo ha ispirato e lo ispira, per cui può fare tranquillamente un governo con Matteo Salvini e uno con Nicola Zingaretti, può sparare a zero contro il TAV e votare per il TAV, può cercare di chiudere l’ILVA e vantarsi di averla salvata, essere contro i migranti ed essere accogliente con i migranti, eccetera.
Se essere post-ideologico significa questo, Dio ci salvi dai post-ideologici: per usare una espressione spesso sulla bocca di Giggino (ma anche di pochette, diciamocelo francamente) ‘a me interessa risolvere i problemi, non stabilire con quale ideologia farlo’. Che, diciamocelo fra di noi senza farci sentire né da Giggino né da Grillo e nemmeno da Casaleggio (ma potrei aggiungerne molti altri, a cominciare da Renzi), è la più grande idiozia che si possa dire al mondo!

Mi sovviene, scrivendo, di una certa candidata leghista in Toscana (forse alla Regione, non ricordo, ma non conta) che alla domanda se non fosse troppo vicina a certi movimenti di estrema destra fascistoidi, rispondeva che lei era nata molto dopo la fine del fascismo e che non le importava nulla di sapere se ciò che faceva fosse o meno fascista: ‘il fascismo non c’è più, non mi interessa di misurarmi con le sue idee’ … beh non diceva proprio così ma in modo, diciamo, più ‘diretto’.
E mi sovviene una recente dichiarazione di Davide Faraone, transfuga filo-renziano dal PD, che rivendica la propria contrarietà al presunto atteggiamento di superiorità morale e, appunto, ‘ideologica’, del PD, cui si propone di opporre un pragmatico riformismo … senza ideologie? E come si fa ariformare senza un progetto, una idea, una linea, un obiettivo: riformare in sé non significa nulla. Anzi, mi correggo, significa faccio quello che credo, cioè autoritarismo. Ah, già, ma tu guarda: vuoi vedere che post-ideologia equivale a autoritarismo, populismo, sovranismo?

Ecco, confesso: tutto ciò mi terrorizza. Colpa nostra e della scuola orrenda che abbiamo e temo continueremo ad avere, colpa della nostra politica priva di idee (non di ideologie) e di capacità. Ma sta in fatto che con queste mentalità in giro, pensare al futuro di questo Paese mi fa una paura, e un dispiacere, un dolore, immensi. Forse la scuola potrebbe fare qualcosa? E come, con i docenti e i politici post-ideologici?

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.