sabato, Ottobre 24

Le tensioni tra Tel Aviv e Washington Presunto spionaggio israeliano in terra americana

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Israele Usa

In una fase di eccezionale complessità negli scenari politici del Medio Oriente, Stati Uniti e Israele si guardano con crescente diffidenza, creando pretesti per dar vita a nuove polemiche e speculazioni sul graduale peggioramento dei rapporti tra i due Paesi. Un report del giornalista Jeff Stein, pubblicato su ‘Newsweek’ lo scorso 6 maggio, riferisce del presunto fastidio da parte di ufficiali dell’intelligence americana per via dell’aumento delle operazioni di spionaggio in terra statunitense da parte israeliana. Secondo quanto riferito da Stein, primi obiettivi delle operazioni di spionaggio sarebbero «segreti industriali e tecnici». La notizia è secondo alcuni destinata a inficiare la possibilità dei cittadini israeliani di entrare negli Stati Uniti senza visto d’ingresso. Il Ministro degli Esteri israeliano, Avi Lieberman, ha bollato le accuse di ‘Newsweek’ come «maliziose e pretestuose».

Secondo quanto riferito a ‘Newsweek ‘da un ex ufficiale della CIA, «i sionisti spiavano negli Stati Uniti da ancor prima che vi fosse Israele, con l’obiettivo di ottenere denaro e materiali per la loro causa e, in seguito, per lo Stato nascente. Componenti chiave per le bombe nucleari israeliane sono stati ottenuti così». Le tensioni riguardanti le attività spionistiche israeliane negli Stati Uniti raggiunsero il loro apice nel 1985, quando Washington scoprì che un analista di intelligence, Jonathan Pollard, stava passando informazioni riservate americane alle autorità israeliane. Nel 1987 Pollard venne condannato al carcere a vita e sta tutt’oggi scontando la pena.

Nel corso degli ultimi anni, una quantità crescente di disaccordi e tensioni ha segnato i rapporti tra Washington e Tel Aviv, mettendo alla prova la solidità dell’alleanza tra i due Paesi. La decisione di Barack Obama di sollevare parte delle sanzioni economiche imposte all’Iran per ottenere da parte di Teheran un rallentamento del suo programma nucleare e una maggiore trasparenza ha segnato le relazioni tra Washington e Israele. Nel corso di un recente incontro diplomatico con il Presidente degli Stati Uniti, il Presidente israeliano Benyamin Netanyahu ha ribadito come l’Iran costituisca una minaccia esistenziale per Israele, e come un alleggerimento delle sanzioni ai suoi danni sia destinato a rafforzare una delle principali minacce per la sicurezza dello Stato ebraico. Le politiche adottate recentemente dall’Amministrazione Obama, che implicano una maggiore apertura al dialogo verso Teheran e la garanzia della possibilità del Paese di portare avanti il proprio programma nucleare per scopi pacifici, non tiene conto delle richieste israeliane, che mirano a un totale smantellamento delle centrifughe di uranio della potenza sciita. In questo caso, la mancanza di un’intesa tra le due parti ha reso difficile il raggiungimento di una convergenza tra Stati Uniti e Israele riguardo le rispettive scelte strategiche nella politica internazionale, ed è con ogni probabilità stata questa una delle principali ragioni che hanno condizionato lo stallo – e il successivo fallimento – delle trattative per la pace tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese.

Nel paper “How The United States Benefits From Its Alliance With Israel, gli analisti del Washington Institute for Near East Policy David Pollock e Michael Eisenstadt hanno tracciato un quadro approfondito dei benefici che, a loro parere, il mantenimento di un legame solido tra Stati Uniti e Israele garantisce a Washington. «Mentre il contributo israeliano alla forza economica americana è relativamente modesto, questo si concentra frequentemente su settori che sono cruciali per la rivitalizzazione dell’economia americana e ristorare la sua competitività oltremare. […] Sebbene la relazione statunitense-israeliana non sia simmetrica – gli Stati Uniti forniscono a Israele un supporto economico, diplomatico e militare che è indispensabile – rappresenta un’alleanza vicendevolmente vantaggiosa i cui benefici per gli Stati Uniti sono stati finora sostanziali. Inoltre è una relazione i cui benefici sono maturati con un ridotto costo per le relazioni tra Stati Uniti e i suoi alleati arabi e musulmani, contrariamente a quanto comunemente si crede. Ed è un’alleanza che apre spazio a nuovi tipi di cooperazione – bilaterale e multilaterale – e a benefici ancor più sostanziali per il futuro».

Sul ‘New Yorker’, il commentatore politico John Cassidy ha espresso sostanziali critiche nei confronti delle posizioni prese da parte degli Stati Uniti sulla questione israelo-palestinese, rimproverando il fallimento di ogni sforzo per l’avvicinamento all’assenza di incisività delle scelte americane: «E’ chiaro da anni che la sola cosa che potrebbe cambiare le scelte del Governo israeliano è una minaccia credibile da parte degli Stati Uniti per un disimpegno nei suoi confronti, effettuato tramite il taglio del sostegno militare, e un suo aggregamento a uno sforzo internazionale per isolare lo Stato ebraico. Se gli Stati Uniti fossero interessati a rimuovere la presunzione universale che, in ultima istanza, prenderanno sempre la parte di Israele, potrebbero giocare veramente il ruolo del mediatore onesto. […] Con una scarsa pressione pubblica per un cambiamento nelle sue strategie, è difficile immaginare come questo possa accadere. Mentre Israele continua a costruire insediamenti in Cisgiordania e a definire incontestabili “facts on the ground”, gli Stati uniti continueranno a sostenerla militarmente ed economicamente. Finchè questa posizione sembrerà continuare a rappresentare ciò che gran parte degli americani vogliono, può essere, e sarà razionalizzata come riflesso dell’opinione pubblica».

 

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