lunedì, Agosto 3

Le sfide di Felipe per il 2015

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In questo 2014 che si sta per concludere, come sempre tra buoni propositi, tra politica italiana e spagnola ci sono state interessanti e singolari coincidenze. Proprio il giorno della nostra Festa della Repubblica, lo scorso 2 Giugno, il Re Juan Carlos abdicava a favore di suo figlio Felipe, facendo strada al primo avvicendamento tra sovrani nella storia della giovane democrazia spagnola. Quasi sette mesi dopo, mentre il Capo dello Stato Giorgio Napolitano è al passo d’addio del suo “novennato” e saluterà tutti gli italiani a reti unificate il prossimo 31 Dicembre, Felipe VI ha tracciato il suo primo “Stato della Nazione” lo scorso 24, la notte di Natale.

Quella del discorso del “sovrano” – sia esso ereditario, come nel caso di Madrid, o elettivo, seppure indirettamente, come a Roma – è una tradizione che hanno in comune molti Paesi: in Spagna esiste dal 1937, quando fu introdotto da Francisco Franco, e inizialmente aveva luogo la sera di Capodanno. Successivamente, nel passaggio prima alla Transizione e poi alla democrazia, il discorso si mantenne: è il Re che si dirige alla nazione, e non una figura più marcatamente politica come il primo ministro, in quanto rappresenta l’unità del Paese, superpartes, che media tra le diverse posizioni in conflitto cercando di arrivare a una sintesi.

In questo Natale 2014, quindi, dopo poco più di sei mesi dalla sua entrata in carica, Felipe VI si è rivolto per la prima volta a reti unificate a tutti gli spagnoli: anche ai catalani, che l’hanno potuto seguire non solo dalle emittenti nazionali ma anche da quella regionale, TV3. Oltre alle differenze di stile, di età e di formazione con suo padre, rispetto ai precedenti discorsi di Juan Carlos salta subito all’occhio una cosa: alle spalle di Felipe VI non c’è la bandiera spagnola. Infatti, prima di addentrarci ad analizzare il contenuto del messaggio, è necessario guardare anche il “contenitore”: la scenografia e il luogo in cui il sovrano si è espresso. Juan Carlos parlava dalla scrivania del suo studio, con la Costituzione davanti a sé e il vessillo nazionale dietro di sé. Alla sua sinistra, una sua foto durante una riunione di lavoro. Un contesto ufficiale, che ritrae il monarca nell’ “esercizio delle sue funzioni”.

Quello di Felipe VI è invece un ambiente molto più familiare e borghese: parla, infatti, da un salotto della Zarzuela, la sua residenza. che potrebbe essere quello di chiunque abbia un alto – ma non esagerato – tenore di vita. L’inquadratura non è fissa e non c’è praticamente niente che rimandi all’identità di Felipe come Capo dello Stato: o meglio, è seduto su una sedia di legno che con un po’ di immaginazione che potrebbe richiamare il trono reale, ma in modo assolutamente discreto e indiretto. Alla sua sinistra quella che sembra una stella di Natale, mentre alla sua destra si vedono foto che catturano momenti privati – per quanto privata possa essere la vita di un Re – di Felipe con la sua famiglia. La versione “ufficiale” di Felipe è “relegata” al fondo della sala, visibile grazie a un’inquadratura più larga: sopra un mobile, ecco l’immagine del passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo monarca, sotto gli occhi della Regina Sofia. E un piccolo presepe, un segnale di attenzione al mondo cattolico, per un sovrano come Felipe, che ha scelto che la sua incoronazione fosse esclusivamente civile. Infine, sul suo abito scuro, che così come nel suo ritratto ufficiale ha la barba, non compaiono onorificenze o decorazioni: i polsini della camicia sono chiusi da gemelli, ma niente richiama a un lusso ostentato.

Se, come diceva Marshall McLuhan, il “mezzo è il messaggio” il cambio di passo nella monarchia spagnola è piuttosto evidente: Felipe VI vuole mostrarsi come una sorta di “primus inter pares”, un padre di famiglia borghese – l’aggettivo è ripetuto volutamente – che indica ai suoi cittadini la via, mostrando di essere, dopotutto, un cittadino come gli altri: più fortunato degli altri, chiaramente, ma appunto sempre e soltanto un cittadino.

Passando al contenuto del discorso, che è durato circa 13 minuti, i richiami all’attualità politica sono evidenti, e si riassumono nelle tre “C” che hanno monopolizzato il 2014 spagnolo: crisi, corruzione, Catalogna. Senza indicare soluzioni dettagliate e concrete – il Re, come il nostro Capo dello Stato, almeno ufficialmente non può farlo ma deve affidarsi alla cosiddetta moral suasion per farsi ascoltare – Felipe non si è comunque risparmiato dal proporre soluzioni rispetto ad alcune delle principali preoccupazioni che spaventano il presente degli spagnoli.

Sulla grave situazione economica, il cui miglioramento degli indicatori è arrivato per ora solo in parte alle famiglie e alle imprese, pur riconoscendo la legittimità della rabbia di molti cittadini, il Re ha infatti sostenuto che non ci si può fare prendere dalla “sfiducia, dal malessere sociale, dallo scoramento”, ma che bisogna “affrontare con durezza ed efficacia le radici di questi problemi e risolverli e recuperare la serenità che richiede e merita una società democratica come la nostra”. “Durezza” ed “efficacia” suonano come un incoraggiamento, non solo al governo ma all’intero arco politico, a proseguire sul cammino di riforme intrapreso in questi anni.

Felipe ha poi legato la crisi economica alla corruzione: non si possono pretendere sacrifici ai cittadini se chi per primi li chiedono – i politici – non mostrano una condotta esemplare. Per questo, secondo il sovrano, è necessario “estirpare alla radice e senza esitazioni la corruzione”.

Ancora, l’altissimo indice di disoccupazione (tra un quarto e un quinto dell’intera forza lavoro) viene definito “inaccettabile” ma, ed è la speranza del Re, la crescita economica e il miglioramento di tutti gli indicatori potrebbero portare già dal 2015 a nuove assunzioni, soprattutto di qualità. Anche perché “l’economia deve essere al servizio delle persone”: ed è quindi necessario “preservare il Welfare State (…) e la coesione sociale”.

Il passaggio sulla Catalogna parte dal riconoscimento, avvenuto con la Costituzione del 1978, della Spagna come Stato plurinazionale, rispettoso delle differenti identità e sensibilità presenti sul suo territorio. I legami che legano Barcellona a Madrid e al resto del Paese sono, secondo Felipe, non solo economici ma anche affettivi ed emozionali: e, sempre nell’opinione del monarca, questi ultimi non sono meno importanti dei primi.

Felipe VI ha poi tenuto a ringraziare il padre, il Re Juan Carlos, e ha parlato di “democrazia consolidata”, adducendo come esempio l’avvicendamento al vertice dello Stato, che si è svolto in accordo con la legge fondamentale. Fin qui, le note buone per il monarca.

Tuttavia, nonostante sia al potere da soli sei mesi e mezzo, alcuni minacciose nubi si addensano sulla sua testa: e vengono dalla sua famiglia. Due giorni prima del discorso, infatti, il 22 Dicembre, il giudice Castro decideva di imputare la sorella del Re, l’Infanta Cristina, per la presunta cattiva gestione dei fondi pubblici che riceveva per l’attività di alcune fondazioni benefiche che gestiva insieme al marito, Inaki Urdangarìn. Secondo l’accusa, Cristina e Urdangarìn avrebbero sfruttato le amicizie nelle alte sfere politiche, soprattutto nei governi regionali a guida popolare di Baleari e nella Comunità Valenciana, per ricevere denaro che poi utilizzavano privatamente e non per gli scopi di beneficenza per cui erano sistemanti. I due coniugi saranno processati nei prossimi mesi: e quando Felipe ha portato i saluti dell’intera famiglia reale (Letizia, le principesse Leonor e Sofia, la sua sorella maggiore, l’Infanta Elena) non sono stati menzionati. Ci aveva già pensato tempo fa Juan Carlos ad allontanarli dal contesto ufficiale: il nuovo monarca non ha fatto altro che confermare la scelta di suo padre. Felipe non è coinvolto nelle indagini che riguardano sorella e cognato, e un’eventuale condanna potrebbe essere letta in due modi. O la conferma che la sua inflessibilità verso la corruzione non guarda in faccia nessuno, neanche i suoi parenti più stretti; oppure come un’ombra che lo lambisce, magari lateralmente ma comunque presente.

I buoni propositi per il 2015 sono qualcosa da cui non si può prescindere; i bruschi richiami alla realtà, ugualmente. Ed è tra questi due estremi che si trova ad operare il Re di Spagna nell’anno che sta per iniziare; e i suoi cittadini con lui.

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