giovedì, Ottobre 29

Le riforme di Rajoy fanno crescere la Spagna field_506ffb1d3dbe2

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Francesc Granell Trias


Barcellona
– 70 anni, di Barcelona, Francesc Granell Trias, che si definisce semplicemente ‘un liberale’, è membro dal 1995 della Real Academia de Ciencias Econòmicas y Financieras (Racef), organizzazione che riunisce alcuni dei più prestigiosi e riconosciuti studiosi di economia della Spagna. Si è formato a Barcelona, Cambridge, Ginevra e Harvard. Oltre all’università, il suo ‘primo amore’, ha prestato servizio, tra il resto, presso la Generalitat de Catalunya e la Commissione Europea, per la quale è stato Capo Negoziatore del processo di ingresso nella Ue della Finlandia.

Nel corso dell’intervista che ci ha rilasciato, l’accademico ha tratteggiato con estrema competenza e cortesia un quadro completo dell’attuale situazione economica spagnola, concentrandosi soprattutto su alcuni temi importanti: la stabilità politica e le riforme strutturali come pre-requisiti essenziali per la crescita economica; il ruolo di Madrid nell’attuale disputa europea tra austerità e flessibilità; le possibili via d’uscita della crisi tra Spagna e Catalogna. 

 

Professor Granell, l’Ocse ha anche recentemente rivisto al rialzo le previsioni economiche della Spagna (1,2% per il 2014 e 2,3% per il 2015). È l’inizio della ripresa anche a livello di economia reale?
Bisogna fare una premessa importante: l’economia spagnola è interconnessa con quella mondiale ed europea in particolare. Per cui non può esserci una ripresa forte a livello spagnolo se contestualmente non cresce l’economia europea. Detto questo, è vero che Madrid cresce, e lo fa a causa di quanto fatto in questi anni dal Governo Rajoy il quale, grazie alla maggioranza assoluta di cui dispone in Parlamento, ha portato avanti riforme spesso impopolari ma che hanno reso l’economia del Paese più competitiva e preparata alla crescita. Il miglioramento degli indicatori macroeconomici si scontra, però, con un altissimo tasso di disoccupazione: senza un calo deciso del numero di chi non lavora non si può quindi sostenere che l’economia reale si sia rimessa in marcia completamente.

Tra le riforme di cui lei parla, il Governo Rajoy ha approvato nel 2012 quella del mercato del lavoro ,secondo le indicazioni della Ue, che chiedeva maggiore flessibilità in entrata e uscita e salari più bassi. Che effetti ha prodotto tale riforma a due anni e mezzo dalla sua introduzione?
Ha fermato l’incremento del tasso di disoccupazione, che nell’ultimo anno ha iniziato a scendere, ma come ho detto prima tutto questo non è ancora sufficiente. La situazione attuale di malessere sociale ha prodotto in Spagna l’importante risultato alle Europee di Podemos, che è un po’ il frutto di questo periodo storico e sociale: molti continuano a non accettare che nell’attuale momento storico -e sarà sempre di più così- un aumento della contrattazione da parte delle imprese va di pari passo con condizioni di lavoro diverse rispetto a un tempo.

C’è la possibilità che nel medio periodo quest’altissimo tasso di disoccupazione, circa un quarto dell’intera forza lavoro con punte del 50% tra i giovanissimi, possa scendere in maniera sostanziale?
La situazione in Spagna è molto grave, ma siamo in linea con quanto succede nel mondo: in molti casi, secondo anche quanto dice Jeremy Rifkin, stiamo assistendo a processi economici e sociali che inevitabilmente portano alla fine del lavoro come lo conoscevamo fino a qualche tempo fa. Questo fa sì che una grande fascia della popolazione viva a rischio di marginalità sociale: anche perché se le imprese vogliono continuare a essere competitive a livello di esportazioni devono necessariamente abbassare i costi, e ciò si ripercuote inevitabilmente sulle condizioni di lavoro. Nel medio e lungo periodo dobbiamo quindi aspettarci un calo della disoccupazione, che però non tornerà come ai livelli precedenti della crisi: vivremo in una società che dovrà fare i conti con tutta una serie di problemi -sia economici che sociali- dati da una moltitudine di persone che non lavorano.

La Spagna non ha chiesto l’intervento della troika e ha usufruito solo di un prestito nel 2012 in favore delle sue banche, molte delle quali all’epoca erano sull’orlo del fallimento. Com’è la situazione attuale del sistema creditizio spagnolo?
Il sistema bancario spagnolo è stato ristrutturato prima e risanato poi: non è più il grande problema della nostra economia. Basti pensare che prima della crisi le casse di risparmio -che furono il vero epicentro del disastro finanziario del nostro Paese- erano 45: ora sono solo 9. Questo grazie ai fondi dell’Unione Europea e a quelli del Frob (il Fondo di Ristrutturazione Ordinata Bancaria). In Spagna ci sono ora istituti di credito di vera eccellenza mondiale, come il Bbva e il Santander, oltre a realtà interessanti e in crescita come Caixa Bank, Banco Popular, Sabadell. Le situazioni più critiche come Bankia e Catalunya Caixa, sono state sostanzialmente risolte.

Passiamo all’Europa. La possibile nomina del Ministro dell’Economia Luis de Guindos a capo dell’Eurogruppo accrescerebbe il ruolo della Spagna (e del Sud Europa) nella politica economica dell’Ue? 
Sarebbe un successo diplomatico: è tuttavia necessario dire che l’Eurogruppo è importante, ma fino a un certo punto. I veri cambiamenti ce li dobbiamo aspettare da Mario Draghi e dalla Bce, che attraverso il sistema del quantitative easing, secondo quanto annunciato qualche settimana fa dallo stesso Presidente a Jackson Hole, potrebbero allentare gli stretti vincoli dell’austerità in favore di una possibile maggiore flessibilità. Dobbiamo comunque sempre tenere in conto che l’Europa presenta tassi molto alti di debito pubblico, che in molti Paesi supera il 100% del Pil: in queste condizioni è abbastanza complicato immaginarsi cambiamenti radicali.

In questo momento la politica europea si divide tra sostenitori delle politiche di austerità (Germania e Paesi nordici in testa) e fautori di una maggiore flessibilità (Francia e Paesi latini in genere, con l’Italia in posizione mediana). Qual è la posizione del Governo spagnolo, guidato dai popolari (e quindi vicini alla Merkel) ma geograficamente e socialmente situato nel Sud Europa? Esistono ancora i Piigs?
Mariano Rajoy è sempre stato un fautore delle politiche di stabilità, così come il suo predecessore Luis Zapatero, che da Primo Ministro fece votare al Parlamento nel 2011 il pareggio di bilancio in Costituzione. L’attuale Presidente del Governo è sicuramente vicino alla Merkel, ma ha la possibilità di poter chiedere maggiore flessibilità perché si presenta con una serie di riforme strutturali già fatte nel corso di questi anni. Per rispondere alla sua seconda domanda, dopo quanto successo dal 2010-11 in poi non ha più molto senso parlare di Piigs: Portogallo, Irlanda e Spagna hanno infatti riformato in ampi settori dell’economia e della società e riprendono a crescere; la Grecia e l’Italia, per motivi chiaramente diversi, sono invece un passo indietro, proprio perché non hanno fatto, o hanno fatto male, le riforme richieste, così come la Francia, che non è mai stato uno dei Piigs ma che attualmente vedo in difficoltà.

Pensa dunque che la differenza tra la Spagna in crescita e l’Italia di nuovo in recessione sia data dalla differenza di volontà riformatrice da parte dei due governi?
Il problema è sia economico che politico. Come ho detto prima, la Spagna in questi anni ha compiuto una serie di riforme strutturali -come appunto quella sul mercato del lavoro- che l’Italia ha invece sempre rinviato o portato a termine in modo non sufficiente. La Spagna ha potuto farlo grazie a un sistema politico che produce stabilità politica e maggioranze di governo chiare: tutto il contrario di quanto succede in Italia, dove negli ultimi 4 anni avete avuto 4 governi: Berlusconi, Monti, Letta, Renzi.

Il sistema politico spagnolo si è basato negli anni della democrazia su due pilastri: sostanziale bipartitismo e maggioranze di Governo stabili. I sondaggi dicono che dopo le elezioni di Novembre 2015 potrebbero prodursi governi di coalizione, forse addirittura tra socialisti e popolari. Un possibile cambiamento nell’architettura politica del Paese potrebbe interessare anche l’economia? E se sì come?
Non dobbiamo esagerare i risultati delle scorse Europee, che hanno creato un quadro politico molto frammentato con il grande successo di una forza antisistema come Podemos. Personalmente non credo che questo risultato si ripeterà dopo il voto del prossimo anno: gli spagnoli considerano un valore importante la stabilità politica e credo che si comporteranno di conseguenza. Il mio auspicio è che alle prossime elezioni il voto vada ai partiti di governo e non alle forze populiste.

Felipe VI è Re da poco più di tre mesi. Il rinnovato clima di fiducia nei confronti dell’economia spagnola si deve anche a questo cambio di leadership?
Felipe VI è certamente la persona giusta per ricoprire in questo momento un incarico così importante e delicato. Si è preparato a ciò praticamente da quando è nato: conosce le lingue, ha studiato Relazioni Internazionali e Scienze Economiche, si è formato negli Usa. Sta ricoprendo in modo giusto un ruolo di moderazione e di garanzia rispetto alle forze spesso discordanti presenti nella società spagnola. E rispetto a un Capo dello Stato eletto ha un grosso vantaggio: che non deve pensare alla rielezione.

Una grossa incognita riguardo al futuro economico e politico della Spagna è data dalla possibile indipendenza della Catalogna. Quali sono secondo lei gli effetti a livello economico che potrebbero essere prodotti da un’eventuale separazione?
Non credo ci sarà una separazione: certo, la Catalogna ha 7 milioni e mezzo di abitanti, un PIL procapite di 28.000 mila euro, ha un grande sviluppo nel settore del turismo, in quello industriale e dell’innovazione scientifica, e da sola produce un terzo di tutte le esportazioni della Spagna; Barcellona è una città dalla grande attrattiva internazionale; la nostra economia è prospera: da catalano dico che probabilmente ce la faremmo anche da soli. Ma non penso, contrariamente a quanto sostengono molti indipendentisti, che solo l’economia debba essere considerata un valore: è un valore anche la solidarietà, così come è un valore anche la prospettiva, che dev’essere europea e mondiale. Ritengo non sia il momento per lanciarsi in avventure dalla dubbia prospettiva. Credo, però, che si debba lavorare già da ora per dare alla Catalogna un migliore trattamento fiscale, secondo un sistema di federalismo asimmetrico che all’interno di una Spagna plurale distingua le nazionalità (la Catalogna, appunto, ma anche la Galizia e il Paese Basco) da quelle che invece sono solo regioni. Non è più tempo di “café para todos”, la devoluzione uniforme di competenze che a partire dal 1978 il governo assegnò alle comunità autonome, ma di un sistema che riconosca, e tratti di conseguenza, le diverse specificità di un Paese grande e diversificato come il nostro.

 

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