lunedì, Ottobre 26

Le riforme annunciate: illiberali e incostituzionali Una fortuna che il 'contratto' sia saltato, ma continuano le evasioni definitive

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L’ultimo “evaso” definitivo è un uomo di 38 anni. Lo hanno trovato  con le lenzuola annodate attorno al collo: R.Z., marocchino, era in carcere a Verona per una rapina con resistenza di un paio di scarpe da 35 euro. Il suo compagno di cella che lo trova privo di sensi con le lenzuola annodate attorno al collo. I soccorsi arrivano subito, ma per R.Z., non c’è nulla da fare. Dopo il ricovero all’ospedale, muore. Un suicidio denunciato dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute che punta il dito contro la mancata emanazione del decreto di riforma dell’ordinamento penitenziario. «Non aveva precedenti, non era mai stato arrestato. Qui a Verona non aveva parenti», dice il suo avvocato, che dopo la condanna in primo grado aveva presentato ricorso in appello (ancora in attesa) e chiesto misure di sostituzione del carcere mai accolte.

Un dramma su cui interviene la Camera Penale Veronese: «La riforma è urgente e indifferibile, lasciata a languire nel nulla per motivi incomprensibili», dice il presidente Claudio Avesani. «E intanto in carcere si continua a morire».

Già: la riforma tanto sospirata e che non è stata varata per le titubanze e le incertezze proprio di coloro che maggiormente avrebbero dovuto operare perché lo fosse. E’ svanita una riforma che avrebbe inciso sulla concessione di misure alternative al carcere. In particolare, si innalza da tre a quattro anni il limite massimo di pena che consente di accedere alle misura alternative alla detenzione. Contrariamente a quanto hanno denunciato i detrattori della riforma, la misura non si sarebbe applicata a tutti i condannati a una pena superiore ai quattro anni. Per accedere alle misure alternative al carcere, infatti, è necessaria una decisione in tal senso del giudice.

Non si prevedevano automatismi. Riguardo l’affidamento ai servizi sociali, ad esempio, il secondo comma dell’articolo 47 della legge sull’ordinamento penitenziario dice così: «Il provvedimento è adottato sulla base dei risultati della osservazione della personalità, condotta collegialmente per almeno un mese in istituto, nei casi in cui si può ritenere che il provvedimento contribuisca alla rieducazione del reo e assicuri la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati». Il periodo di osservazione di un mese può non essere necessario se il condannato, dopo la commissione del reato, ha tenuto un comportamento tale da renderlo.

Dunque se fosse stata approvata la riforma, sarebbe stato possibile che persone condannate e pene inferiori a quattro anni (ad oggi, fino a tre) possano finire in carcere, se la personalità è ritenuta pericolosa o se la concessione di una misura alternativa al carcere non si ritiene possa servire alla rieducazione del reo e alla prevenzioni di altri reati. Inoltre, chi beneficia di una misura alternativa alla detenzione deve rispettare le prescrizioni del magistrato di sorveglianza, che può in caso contrario revocare le misure alternative e riportare così in carcere il condannato. Si tratta di un istituto che già esiste, solo che ha un limite leggermente inferiore per i casi “normali” (3 anni invece che 4) e lo stesso (4 anni) per una serie di ipotesi particolari. Un istituto che il contratto M5S-Lega vorrebbe addirittura rivedere.

Ci si può consolare col fatto che per ora il governo Conte, Di Maio, Salvini non ha visto la luce. Sul campo della giustizia sarebbe stato, se si deve dar credito al loro “contratto” di programma, un gravissimo vulnus allo stato di diritto e ai principi costituzionali. La pena è concepita come mera retribuzione, in antitesi con quanto previsto dall’articolo 27 della Costituzione che tende alla risocializzazione del condannato. La soluzione prospettata è quella di costruire nuove carceri, trascurando che chi è ammesso a pene alternative al carcere registra un tasso di recidiva di gran lunga inferiore (più della metà) rispetto a chi sconta la pena in carcere.

Le ricette proposte si allontanano dal giusto processo e, dunque, comportano un grave arretramento dal rito accusatorio; si abbandona il tema della terzietà del giudice, mentre di converso si privilegia il carcere, e dunque implicitamente anche la custodia cautelare, dimenticando che la percentuale dei detenuti presenti nelle nostre carceri, in attesa di giudizio, e dunque presunti innocenti, supera il trenta percento.

Per l’avvocato Valerio Spigarelli, già presidente dell’Unione delle Camere Penali, «il contratto è una supercazzola forcaiola … documento è infarcito di chiacchiere basate sul tradimento della realtà».

Ma ormai quella che si vive è una vera e propria maionese impazzita, e non si vede quale tipo di addensante possa essere usato per obbligare i prodotti di base a uscire da questa situazione. E per quel che riguarda le tematiche della giustizia, la “maionese” è impazzita più che mai. Il gioco più che mai si fa duro. Il guaio è che non si vede ombra di duri che siano in grado di giocare.

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