domenica, Agosto 25

Le ragioni finanziarie dell’interesse statunitense per il Medio Oriente Il Golfo Persico è fondamentale per gli Usa per ragioni che vanno oltre l'energia

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Una delle previsioni più accreditate degli ultimi tempi è quella che contempla il ritiro strategico degli Stati Uniti da alcuni teatri caldi del mondo, a partire dal Medio Oriente. Il ragionamento affonda le radici nell’autosufficienza energetica garantita delle considerevoli quantità di petrolio e gas scoperte negli Stati Uniti nel corso degli ultimi anni grazie alle moderne tecniche di fatturazione idraulica (fracking). Disponendo, in altre parole, dell’energia necessaria a soddisfare il fabbisogno interno ed anche a guadagnare posizioni in termini di export, gli Usa potrebbero evitare di impiegare le risorse indispensabili a modellare a proprio piacimento gli assetti geopolitici del Medio Oriente, ove risiedono gran parte delle riserve petrolifere accertate.

Pur seguendo una certa logica di fondo, la tesi risulta in realtà del tutto destituita di fondamento, in ragione del fatto gli Stati Uniti hanno sempre importato una quota assai minoritaria del proprio fabbisogno energetico dal Medio Oriente (rifornendosi in larga parte dal Messico, dal Canada e dalla regione affacciata sul Golfo di Guinea) e, soprattutto, che un pilastro fondamentale della supremazia di Washington è tuttora rappresentato dalla centralità nel dollaro nel commercio petrolifero. Il che obbliga i Paesi non produttori ad a dotarsi della valuta Usa necessaria a pagare i rifornimenti energetici, e ciò può essere fatto soltanto vendendo le proprie merci sui mercati internazionali contro dollari.

Nel caso in cui non siano in grado di incamerare le quantità di dollari necessarie, tali Paesi si vedono costretti a farsi prestare dollari – a interesse – da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, da restituire entro scadenze prefissate. In tale quadro, gli Usa assumono la funzione de facto di Banca Centrale a livello planetario, emettendo moneta accettata da tutte le nazioni del mondo. Per alcuni decenni, il sistema ha dato i suoi frutti, ma il progressivo declino economico Usa, che ha visto i consumi aumentare a dismisura a fronte di un deterioramento industriale che ha depresso la quotazione del dollaro, ha costretto i produttori di petrolio – e di altre materie prime strategiche – ad elevare costantemente il prezzo delle proprie esportazioni per mantenere inalterati i profitti. Per questi Paesi, la tentazione di commercializzare i propri prodotti in una valuta più stabile e affidabile del dollaro è sempre stata forte, ma la capacità di rappresaglia degli Usa, garantita da una potenza militare senza eguali (come si è visto nei confronti dell’Iraq nel 2003, con Saddam Hussein che aveva indicizzato il programma oil for food in euro anziché in dollari), ha sempre compromesso questa possibilità.

A ciò va sommato l’effetto dirompente della politica iper-mercantilista condotta dalle potenze asiatiche, che ha visto Cina, Giappone e Corea del Sud fare incetta di titoli di debito pubblico statunitense per mantenere relativamente elevati i tassi di cambio tra le proprie valute e il dollaro, in modo da rendere appetibili le proprie merci su un mercato immenso e strategicamente fondamentale come quello Usa. Il che ha indubbiamente contribuito a finanziare la politica di riarmo su cui poggia l’esercizio della potenza militare da parte degli Usa, ma ha anche messo definitivamente in ginocchio l’industria nazionale statunitense.

In condizioni normali, come nota l’economista Lawrence Klein, «i tassi Usa dovrebbero salire in risposta alla svalutazione del dollaro […]. L’aumento del costo del denaro deprimerebbe a sua volta i consumi e l’attività immobiliare. Le importazioni scenderebbero e lo squilibrio commerciale statunitense tornerebbe a livelli accettabili. Ma nel frattempo i cinesi e i giapponesi acquistano a piene mani il nostro debito, mantenendo artificialmente bassi i tassi d’interesse. In effetti, grazie ai capitali asiatici l’America può continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità». In termini ancora più espliciti si è espresso nel 2004 l’autorevole economista James K. Galbraith, secondo il quale «nel corso degli anni abbiamo lasciato deteriorare la nostra posizione commerciale nell’economia mondiale, passando dall’assoluta supremazia di 60 anni fa alla situazione attuale, in cui l’alta occupazione negli Stati Uniti genera deficit delle partite correnti ben superiori a mille miliardi di dollari all’anno. Per il mantenimento del nostro standard di vita siamo divenuti dipendenti dalla disponibilità del resto del mondo ad accettare asset in dollari (azioni, obbligazioni e liquidità) in cambio di beni e servizi reali: il prodotto del duro lavoro di gente molto più povera di noi in cambio di biglietti che non richiedono alcuno sforzo per essere prodotti. Per decenni, il mondo occidentale ha tollerato l”esorbitante privilegio’ di un’economia fondata sul dollaro come riserva mondiale perché gli Stati Uniti rappresentavano la potenza necessaria per garantire – senza far ricorso all’oppressione e a violenza intollerabili – una sicurezza affidabile contro il comunismo e la rivolta sociale, così da creare le condizioni nelle quali molti paesi da questa parte della cortina di ferro hanno potuto crescere e prosperare. Queste motivazioni sono svanite 15 anni fa, e la ‘guerra globale contro il terrorismo’ non ne rappresenta un sostituto persuasivo. Così, quella che un tempo era una transazione effettuata a malincuore con il Paese egemone – che rappresentava pur sempre l’elemento di stabilizzazione del mondo – è ora visto, in cerchie molto ampie, come una perdurante sovvenzione ad uno stato predatore».

E alla base di questo ‘esorbitante privilegio’ vi è proprio il sistema dei petro-dollari, cosa che impedirà qualsiasi forma di disimpegno statunitense da una regione energeticamente straripante come quella del Golfo Persico.

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