giovedì, Luglio 2

Le stime ONU sulla demografia raccontano un futuro diseguale

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La popolazione mondiale continua a crescere, e questa non è una novità. Lo fa con ritmi più bassi rispetto al passato, rendendo il fenomeno meno allarmante rispetto a quanto appariva solo alcuni decenni fa; ma il risultato è che sul problema demografico si è abbassata la guardia, cosicché si fa fatica a ricondurre alle dinamiche della popolazione alcuni dei principali problemi che ci troviamo oggi ad affrontare su scala mondiale. L’ONU, con la sua nuova revisione annuale delle prospettive demografiche appena rilasciata, cerca invece di suonare la sveglia, segnalando che, se il rischio di una crescita fuori controllo è ormai alle spalle, dobbiamo affrontare nuovi rischi legati alla crescita diseguale.

Su scala mondiale il calo della crescita della popolazione è evidente: dieci anni fa il tasso era del +1,24% per anno, oggi è dell’1,10% e calerà ancora, non prima comunque di vederci toccare 8,6 miliardi di abitanti nel 2030, 9,8 nel 2050 e 11,2 alla fine del secolo. Ben più di quanto stimato solo fino a qualche anno fa, quando per quella data si prevedeva una popolazione inferiore a 10 miliardi di abitanti e in calo, non in crescita. Per capire cosa sta succedendo, l’ONU ci spinge a leggere i fenomeni su scala regionale. Dei 2,2 miliardi di abitanti in più attesi entro il 2050, ben 1,3 vengono dall’Africa: il che vuol dire che l’Africa vedrà esattamente raddoppiare la sua popolazione nel giro di appena trent’anni. Oggi l’Africa incide per il 17% sulla popolazione mondiale, a fronte di un significativo 60% costituito dalla popolazione asiatica; ma mentre qui i tassi di crescita sono in diminuzione (soprattutto in Cina, che nel giro di sette anni si vedrà scalzare il titolo di paese più popoloso del mondo dall’India), l’Africa sta vivendo una fase di crescita elevata sostenuta anche dal significativo miglioramento delle condizioni sanitarie, in particolare dal calo della mortalità infantile. Nel 2100 l’Africa peserà per il 40% sulla popolazione mondiale, mentre l’Asia scenderà al 43%. A trainare questa crescita vertiginosa sarà la Nigeria, che nel 2050 avrà più abitanti degli Stati Uniti (passando quindi dai 180 milioni attuali a oltre 300 milioni); ma paesi come Angola, Burundi, Niger, Somalia, Tanzania e Zambia vedranno quintuplicare la loro popolazione entro il 2100.

Una crescita diseguale, dunque, soprattutto se confrontata con il contesto europeo. Mentre in Europa il tasso di fecondità (il numero medio di figli per donna) continua a essere ben al di sotto della soglia di sostituzione naturale pari a 2,1 – in particolare è attualmente a 1,6 con livelli più bassi in Italia (1,3) – in Africa il numero medio di figli per donna è pari a 4,5, più del doppio di quello asiatico (2,2). Anche se l’ONU stima un suo progressivo calo nei prossimi decenni, fino a raggiungere i 2,1 figli per donna nel 2100, ciò non impedirà una crescita vertiginosa della popolazione africana.

Non spetta all’ONU immaginare le conseguenze, anche se nel rapporto si evidenzia l’importanza di nuove politiche di sviluppo per i paesi africani, al fine di garantire adeguate condizioni di vita ai centinaia di milioni di nuovi nati che si attendono nei prossimi anni; il rischio è altrimenti quello di un aumento dell’emigrazione verso i paesi occidentali, anche se su questo versante l’ONU si dichiara moderatamente ottimista, osservando che nel quinquennio 2010-2015 il numero medio di nuovi ingressi in Europa dai paesi in via di sviluppo si attesa sugli 800mila annui, in calo rispetto al milione e 700mila del decennio 2000-2010. È comunque presto per dire che questo decennio segnerà un calo, dato che l’aumento dei flussi ha avuto inizio nel 2014, quindi verso la fine del quinquennio preso in esame dall’ONU, e già oggi questa media va rivista al rialzo, intorno al milione annuo.

L’altro aspetto preoccupante evidenziato dal rapporto della Population Division delle Nazioni Unite è quello relativo all’invecchiamento della popolazione. Un dato di per sé positivo, quello dell’aumento della speranza di vita, passata a livello mondiale da 67,2 anni nel 2000 a 70,8 anni nel 2017, sebbene sempre con grandi differenze, che vanno dai 60,2 anni dell’Africa ai 79,2 in America del Nord (ma l’Italia è ben al di sopra con un’aspettativa di vita alla nascita di 82 anni). Il problema è legato un invecchiamento progressivo dei paesi occidentali, in particolare dell’Europa, che già oggi ha la più grande percentuale di over-60 (il 25%). Problema collegato alla sostenibilità dei sistemi di welfare in paesi dove il tasso di dipendenza si riduce sempre di più. Per tasso di dipendenza s’intende il rapporto tra popolazione attiva (tra i 20 e i 64 anni) e popolazione inattiva, cioè in pensione e non più produttrice di reddito, quella sopra i 65 anni.

Se in Africa questo tasso è di ben 12,9 persone per ogni over-65, in Europa già oggi è di appena 3,3: entro il 2050 scenderà ulteriormente, attestandosi al di sotto delle 2 persone attive per ogni anziano. In questo senso l’ONU ritiene positivo l’ingresso di migranti dai paesi in via di sviluppo, per dare sollievo a società come le nostre vittime di un invecchiamento insostenibile sul lungo periodo; ma il rapporto tace, inevitabilmente, sulle ingiustizie di questo ragionamento, che legge nel fenomeno migratorio solo un trasferimento di forza-lavoro dai paesi in via di sviluppo a quelli più ricchi per “ringiovanirne” le società, e sui problemi legati alla crescita dell’automazione, destinata a ridurre e non ad aumentare i posti di lavoro, aspetto che potrebbe mettere in discussione il ruolo positivo, sul piano occupazionale, dell’immigrazione.

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