mercoledì, Dicembre 11

Le nuove sfide in nome del David “Un nuovo logo restituisce alla Galleria dell’Accademia la sua identità, mentre sul museo fiorentino incombe il pericolo della perdita di autonomia, quella che ha consentito di avviare importanti progetti” afferma Cecilie Hollberg

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Da oggi la Galleria dell’Accademia di Firenze si presenta  al pubblico con un nuovo logo, che identifica il Museo con l’immagine del David di Michelangelo, che ogni anno richiama un milione e settecentomila visitatori.  “Un logo forte, immediatamente riconoscibile e che tutti, fiorentini e stranieri, potranno finalmente associare in maniera inequivocabile al nostro nome e alla nostra ubicazione nell’edificio storicamente nostra sede: la Galleria dell’Accademia di Firenze.”

Sorride, è visibilmente soddisfatta  Cecelie Hollberg, Direttore del celebre Museo, nel presentare questo progetto  di identità visiva,  primo importante passo nel percorso del nuovo allestimento dell’ingresso e dei nuovi supporti di segnaletica. Da tempo, prima ancora “di arrivare a Firenze come Direttore di questo istituto” – spiega – “avevo notato molto distintamente come il nome del museo, che ha una origine storica molto importante e che necessariamente deve essere mantenuto, non fosse immediatamente associato al capolavoro universalmente noto che abbiamo il privilegio di conservare, il David di Michelangelo, né tanto meno al resto delle straordinarie e ricche collezioni che esponiamo nelle nostre sale. Il mio sforzo in questi anni si è concentrato molto su quanto era necessario mettere in campo per offrire al pubblico una esperienza di visita anzitutto sicura, ma anche funzionale e gradevole”.  E oggi questa identità culturale e storica  appare chiara ed evidente. “Il nuovo logo, nato da un lungo lavoro di ricerca”, –  spiega Giorgio Ferrero, direttore creativo dello studio multidisciplinare  MyBossWas di Torino- “intende  sintetizzare  visivamente i valori della Galleria dell’Accademia:  il segno, il colore, il carattere tipografico, l’iconografia. La ricerca del colore” – aggiunge – “è avvenuta analizzando la matrice cromatica di alcune pitture esposte nel Museo: nei manti di Maria nelle tavole in collezione abbiamo trovato questo blu ceruleo scuro, essenziale, inedito e carico di significato. Nel colore del marmo del David abbiamo trovato il colore secondario, un bianco caldo. Da un lato la pittura, dall’altro la scultura: le due anime del Museo vivono nei due colori scelti per rappresentarlo. Abbiamo poi cercato una linea direttrice negli elementi testuali ricorrenti nei dipinti rinascimentali esposti in museo: da queste epigrafi abbiamo estratto il dna del carattere tipografico che abbiamo disegnato, che sarà utilizzato per tutte le titolazioni in museo e nelle diverse applicazioni”. L’operazione di ricerca e realizzazione è stata condotta attraverso un gruppo di lavoro allargato allo staff della Galleria e all’architetto Piero Guicciardini, dello studio Guicciardini e Magni di Firenze, che è anche il  curatore del nuovo allestimento dell’ingresso.  

Ma, sul sorriso e la soddisfazione di Cecilie Hollberg,  incombe la minaccia – non potrebbe definirsi in altro modo – lanciata pochi giorni fa, esattamente il 26 giugno, in occasione di un convegno fiorentino, dall’attuale ministro ai beni culturali Alberto Bonisoli, il quale  annunziò che a breve, nel giro di un mese e mezzo,  sarebbe sua intenzione unificare sotto un unico polo museale  Uffizi e Galleria dell’Accademia. Con un unico direttore. Ciò che è stato percepito  come un atto di decapitazione della figura del Direttore della Galleria. “L’ Accademia manterrà” – disse – “un suo Comitato scientifico, ma la regia e la guida dei  due tra i più importanti musei al mondo sarà unica”. Immediate  sono state le reazioni alle sue dichiarazioni, sia all’interno del governo – dove la   rissa è continua – che negli ambienti culturali e istituzionali più sensibili a simili problematiche.  Primo fra tutti il Sindaco di Firenze Dario Nardellanon si possono usare i musei del nostro paese come se fossero il Lego”.  Il risultato di un simile progetto sarebbe “una centralizzazione eccessiva unita a una forte burocratizzazione”.  E’ sua ferma intenzione  mettere in atto tutte le misure per bloccare l’iter della riforma. Già erano circolati sui media nomi di possibili direttori del Polo museale Uffizi-Galleria, tra cui quello dello storico dell’arte Tomaso Montanari.  Il quale però, parlando in occasione della Settimana della Fiom, sempre a  Firenze, ha dichiarato la propria contrarietà all’accorpamento dei due grandi musei. Critico a suo tempo nei confronti della riforma  Franceschini, lo è anche nei confronti di quella che qualcuno già definisce “controriforma” Bonisoli. 

Se queste sono state le prime reazioni, come vive questo momento  Cecilie Hollberg il cui futuro come Direttore della Galleria appare incerto?   E’ ciò che le chiediamo.  

La prima risposta è:  “No comment. Non posso giudicare un’ipotesi di cui non si conosce niente. Quando ci sarà il decreto avremo forse modo di riparlarne. Dico solo che vado avanti con i lavori ed i progetti  già avviati e che non sarebbe stato possibile realizzare senza l’autonomia finanziaria che ci è stata assegnata dalla riforma di 4 anni fa. L’autonomia è fondamentale per la vita del Museo che necessità  di altri interventi già programmati, questo del Logo e della ritrovata identità, è solo il primo passo: gli altri sono l’avvio dei cantieri di consolidamento e restauro architettonico e di rinnovo impiantistico, il completo ripensamento su cui abbiamo lavorato  della segnaletica esterna e interna al museo, sull’area di accoglienza in ingresso al museo, su un sistema di pannelli esplicativi e didascalie che garantissero a tutti una migliore fruizione. A monte di tutto questo processo, ripeto, era indispensabile dotare il museo di un logo forte, immediatamente riconoscibile. Lungo questo percorso vado avanti”.

E  tra le opere in programma  ci sono i lavori di consolidamento e restauro architettonico strutturale ( dovrebbero iniziare in questo mese di luglio), la climatizzazione delle sale, attraverso interventi sull’esistenti impianti e nuove apparecchiature (già alcuni visitatori sono stati colpiti da malessere per il caldo), il cui costo si aggira  sul milione di euro, ma l’intervento sarà possibile il prossimo anno, il restauro delle capriate settecentesche della sala del Colosso ( che resterà chiusa per 10 mesi) e della gipsoteca Bartolini. E’ chiaro che questi lavori potranno realizzarsi solo con l’autonomia di cui attualmente il museo è dotato. Ma se dovesse andare avanti  il progetto Bonisoli, attraverso il quale si cancella l’autonomia finanziaria e direzionale della Galleria, tali programmi rischiano di saltare. 

Nei quartieri alti della Galleria, tra  funzionari di grande competenza professionale, lo sconcerto è evidente. Si teme che l’idea di eliminare la figura del direttore  e mettere tutto sotto un unico polo museale, non sia motivata unicamente da intenti e ipotesi culturali quanto piuttosto da ragioni di cassa:  mettere insieme i 34 milioni d’introiti degli Uffizi e i 12,5 annui dell’Accademia, ma per farne cosa? Come distribuirli? Riportare a Roma gli incassi dei grandi musei? E’ evidente, si osserva da più parti, che a risentirne sarà l’autonomia gestionale dell’Accademia e forse anche di altri musei, profilandosi  il ritorno ad una gestione centralistica. Un grave passo indietro poiché l ’autonomia di cui godono oggi i Grandi musei e siti archeologici (si pensi a Pompei), è quella che ha consentito non solo gli interventi di miglioramento, di nuove offerte espositive, di restauro delle strutture e dei capolavori, ma  ha dato fiato anche al sistema museale minore. Ciò che preoccupa è anche la perdita, avvertita ormai da tempo, di precise scelte culturali: tutto sembra affidato alla politica dell’annuncio, alla ricerca del giudizio attraverso i like, al consenso virtuale, senza un’attenzione approfondita delle opere e della storia dell’arte e delle proposte espositive dei vari musei. Con tanti saluti all’idea di portare questo Museo, che è il secondo d’Italia, dopo gli Uffizi per presenze, dall’Ottocento al ventunesimo secolo.  E recando un grave torto alla stessa icona pop, il David, appunto, che è il simbolo non solo del Museo ma della città di Firenze, della bellezza e della Libertà. ‘Estratto‘ da Michelangelo quando aveva 26 anni, da un marmo già utilizzato e di non eccelsa qualità, divenne subito simbolo di libertà della Repubblica fiorentina, tanto che si accese una disputa attorno alla sua collocazione: e, contrariamente al pronunciamento della competente commissione tecnica – tra cui un certo Leonardo da Vinci – che volevano il David fosse installato all’interno della Loggia dei Lanzi, o dell’Orcagna, il Cancelliere della Repubblica fiorentina Pier Soderini decise di collocarlo sull’arengario di Palazzo Vecchio, sede del potere civico cittadino. Secoli dopo per evitarne il deterioramento fu trasferito nella Galleria dell’Accademia, ove si trova insieme  ad altri capolavori michelangioleschi, come i ‘Prigioni’, quattro schiavi che cercano di svincolarsi dal marmo, realizzati tra il 1519 e 1530, da un Michelangelo più maturo e carichi anch’essi di un significato simbolico, riscontrabile anche nella pratica del ‘non finito’.   Da tempo ormai David è l’’icona pop’ dell’arte più ammirata e celebrata al mondo, al pari dell’altra icona che si trova al Louvre e che porta la firma dell’altro Genio fiorentino che si chiama Leonardo. Molti considerano il David ‘l’uomo più bello del mondo’.  

Ma  le cui fragili caviglie richiedono particolari attenzioni.  Togliere alla Galleria che lo ospita autonomia significherebbe “togliere ossigeno anche a lui, al giovinetto che sconfisse Golia”  e a colui – scrisse il Vasari -“la cui opera trascende ed eclissa quella di ogni altro artista, vivente o morto, dei secoli passati e futuri”.  Michelangelo, la cui opera non può essere ‘imprigionata’ in un museo privo di  una guida con adeguati poteri e risorse.        

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