giovedì, Ottobre 17

Le mani sulla Libia: la Conferenza di Palermo e gli interessi economici di Italia, Francia e Russia Gli interessi di questi Paesi nello Stato africano si rivelano una chiave di primaria importanza per capire gli esiti possibili

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Attorno al tavolo della prossima ‘Conferenza per la Libia’, prevista a Palermo il 12 e 13 Novembre, il governo Conte ha annunciato la presenza delle principali forze in campo nello Stato africano, insieme ai rappresentanti dei governi di Russia e Stati Uniti, mentre mancherebbero all’appello due protagonisti decisivi, come Macron e Merkel. L’assenza del duo franco-tedesco sarebbe la risposta prevedibile a una conferenza orchestrata dall’Italia, con il supporto delle Nazioni Unite, e il beneplacito di Stati Uniti e Russia, contro l’atteggiamento assunto dalla Francia nel vertice di Parigi del 29 Maggio scorso. In quella occasione Macron aveva di fatto scavalcato la cabina di regia dell’ONU nel processo di stabilizzazione della Libia, assumendo in maniera unilaterale una leadership finalizzata al perseguimento dei propri interessi strategici. L’asse che si profila con la Russia di Putin, attore divenuto cruciale all’interno dello scacchiere libico, consentirebbe all’Italia di tornare a giocare un ruolo di primo piano, quale garante di una gestione dell’affaire Libia condivisa e sotto l’egida delle Nazioni Unite. Italia, Russia e Francia si profilano quindi come tre attori internazionali di primo piano per l’esito complessivo della Conferenza di Palermo e in generale per la risoluzione dei conflitti interni alle fazioni contendenti per il controllo della Libia. Gli interessi di questi Paesi nello Stato africano si rivelano pertanto una chiave di primaria importanza per comprendere gli scenari e gli esiti possibili della Conferenza del prossimo 12 e 13 settembre.

Al centro del conflitto fra Italia e Francia vi è la parallela corsa alle risorse energetiche della Libia da parte delle due corrispondenti compagnie a controllo pubblico: ENI e Total. In Libia il settore petrolifero e della produzione di gas rappresenta il 95% delle entrate governative e il 96% dell’export. Il Paese africano possiede le più grandi riserve di petrolio del Continente, al nono posto per riserve mondiali.

Negli anni successivi alla caduta di Gheddafi e alla guerra civile che ancora imperversa nel Paese, la più importante azienda energetica italiana – in parte controllata dallo Stato – ,l’ENI ha acquisito di fatto il monopolio della produzione e distribuzione di petrolio e gas in Libia, grazie alle alleanze strette con le milizie islamiche e potentati locali nel vuoto di governo, come rivelato da un servizio del Wall Street Journal. L’ENI può contare una presenza di lungo corso in Libia, dove si è installata dal 1959, radicandosi territorialmente attraverso accordi e compromessi con le tribù in grado di fornirle protezione. Nel 2015 l’ENI gestiva un terzo di tutta la produzione di gas e petrolio della Libia, mentre prima della guerra del 2011 e dell’uccisione di Gheddafi il giro di affari si aggirava a un quinto della produzione totale. Secondo i dati forniti dal Sole 24 Ore, ENI adesso fornisce 384 mila barili di petrolio al giorno, corrispondenti a quasi il 70% della produzione del Paese. Nello scorso luglio l’azienda energetica italiana ha avviato la seconda fase della produzione dal giacimento di gas off-shore di Bahr Essalam, il più grande dello Stato africano, con riserve pari a 260 miliardi di metri cubi di gas. Bahr Essalam, così come il gasdotto Greenstream, collegato direttamente a Gela, è situato a 120 chilometri da Tripoli, nel territorio controllato dal governo di al-Sarraj – il cui governo è sostenuto dall’Italia. Lo scorso ottobre la libica National Oil Corporation (Noc), l’ingese British Petroleum (BP), ed ENI, hanno firmato un accordo per l’assegnazione a Eni di una quota del 42,5% nel patto di esplorazione fra BP e Noc in Libia, con l’obiettivo di rilanciare le attività di esplorazione e sviluppo e di promuovere investimenti nel Paese.

Di contro, la società Total sta aumentando i propri investimenti in Nord Africa e Medio Oriente, recuperando posizione rispetto alla ENI, da una posizione di svantaggio, con la produzione di circa 30 mila barili all’anno. L’azienda francese gode al contrario della protezione del generale Haftar, a sua volta sostenuto dal governo francese in contrapposizione ad al-Sarraj. Lo scorso marzo Total ha preso possesso del 16,3% delle quote della compagnia americana Marathon per lo sfruttamento del campo di estrazione petrolifera di Waha, con una produzione di 50mila barili al giorno sui 300mila totali. Secondo gli analisti con un simile investimento in dieci anni Total potrebbe arrivare a 400mila barili con una crescita del 33%. L’Amministratore Delegato di Total, Patrick Pouyanné, ha chiarito come il gruppo intenda rafforzare i propri investimenti nell’estrazione petrolifera di qualità e costi contenuti, consolidando la sua presenza in Africa del Nord. Con l’alleanza del generale Haftar, Total mira così a ottenere un controllo di fatto dei giacimenti petroliferi della Cirenaica.

Infine gli interessi della Russia, anch’essi legati prevalentemente alle risorse energetiche. La compagnia statale russa Rosneft ha firmato un accordo con l’azienda nazionale libica – la National Oil Corporation (Noc) – per l’esplorazione e produzione di greggio: una mossa interpretata dagli analisti come segnale della nuova avanzata del Russia nella corsa all’approvvigionamento petrolifero dalla Libia. A questo bisogna aggiungere i nuovi investimenti di Gazprom nell’estrazione di gas in partnership con la libica Noc nelle aree di Ghadames e di Sirte. Lo scorso ottobre la RosGeo – compagnia russa specializzata in esplorazione geologiche – ha avviato interlocuzioni con la Noc per la stipula di accordo per l’esplorazione ed estrazione dei giacimenti di petrolio. Con la russa Rosneft è partita a fine dicembre 2017 insieme una partnership con la Eni per attività di perforazione nel Mar Nero. Una partnership ‘del gas’ che unisce i colossi italiano e russo e sul cui sfondo si snoda l’avvicinamento dei rispettivi governi in vista della Conferenza di Palermo, in funzione di contrasto allo sviluppo della presenza politica ed economica della Francia.  

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