mercoledì, Agosto 12

Le mani su Gerusalemme

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Nuovi sussulti di Intifada nella preoccupante escalation in Terra santaL’israeliano ferito gravemente nell’attentato del 5 novembre scorso, uno studente di 17 anni, è morto, portando a due le vittime investite intenzionalmente, a Gerusalemme, da un’auto guidata da un palestinese. I toni sono roventi. Nel suo incontro a Tel Aviv con l’Alto rappresentante della Politica estera europea (PESC) Federica Mogherini, il Premier israeliano Benyamin Netanyahu ha ribadito che «Gerusalemme non è una colonia ma la nostra capitale», troncando ai negoziati con la Palestina e per il disgelo in Medio Oriente.

L’origine del conflitto, ha aggiunto, «non sono gli insediamenti, né il territorio. Ma la nostra esistenza e il rifiuto di riconoscere Israele in qualunque confine». Dopo le indiscrezioni sulla lettera del Presidente americano Barack Obama alla Guida suprema iraniana Ali Khamenei, Netanyahu si è anche scagliato contro «ogni residua capacità, lasciata a Teheran di arricchire l’uranio per una bomba nucleare. Tutto il mondo, non solo la nostra regione, ne sarebbe destabilizzato».Parallelamente il suo Ministro degli Esteri, il falco Avigdor Lieberman, ha bollato ogni possibile cooperazione tra l’Iran e l’Occidente contro l’ISIS (Stato islamico in Siria e Iraq) come uno «sbaglio a cui Israele si oppone».

Nei colloqui con Netanyahu e Lieberman, Mogherini ha invitato a «riavviare subito i negoziati politici tra israeliani e palestinesi, altrimenti nei prossimi mesi tornerà la violenza». «Le nuove costruzioni in Cisgiordania sono un ostacolo per la pace», ha ammonito la neo Ministro degli Esteri dell’Unione europea (UE).  Il pressing per il dialogo sarà rinnovato, nel week-end, da Mogherini anche all’incontro con il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese (ANP) Abu Mazen. «È evidente che, in campo palestinese, c’è bisogno della presa di consapevolezza su un Governo nazionale che operi sulla base del rifiuto della violenza e del riconoscimento di tutti gli israeliani a vivere in sicurezza».

Gerusalemme, durante il venerdì di preghiera, sono riesplosi gli scontri tra i manifestanti palestinesi e la polizia: disordini che alimentano il rischio di una terza Intifada. In concomitanza con i preparativi per l’anniversario della morte di Yasser Arafat, l’11 novembre del 2004, la tensione è salita anche nella Striscia di Gaza: alcune esplosioni sono avvenute, nella notte, vicino alle abitazioni di alcuni esponenti di al Fatah. Non ci sono state vittime, ma le loro auto sono state incendiate: gli attacchi hanno chiaramente uno scopo intimidatorio contro il partito di Mazen al Governo con Hamas. Dopo i roghi, il Premier palestinese Rami Hamdallah ha annullato la sua visita nella Striscia. Alcuni dirigenti di al Fatah e dell’ANP hanno attribuito la paternità degli attentati a Hamas, che tuttavia si è detta estranea ai fatti.

Sul fronte opposto, nell’ultima settimana a Gerusalemme gruppi di estremisti ebrei hanno tentato di accedere alla Spianata delle Moschee, rilanciando la tesi di occupare della parte del monte dell’antico Tempio di Salomone, sede oggi dei massimi santuari dell’Islam. Con l’aggravarsi della situazione nella città santa, i Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme hanno diffuso una dichiarazione, invocando al rispetto dello Statu Quo, la legge che regola la gestione e l’accesso ai luoghi santi della Città Vecchia, con una particolare presa di posizione sull’Haram al Sharif, la Spianata delle moschee. Nel documento le gerarchie cristiane manifestano infatti «profonda inquietudine per la chiusura totale e le restrizioni di accesso alla Moschea di al Aqsa» e condannano «le proposte di modifica dello statuto dei Luoghi Santi, da qualunque parte provengano». Una distensione tra israeliani e palestinesi – come tra Stati Uniti e Iran – gioverebbe al processo di pacificazione in Medio Oriente. Necessario prima che le guerre, sempre più diffuse nella regione, generino altre atrocità.

Un’inchiesta del ‘New York Times’ ha ricostruito che, dal 2003, più di 600 militari americani sono stati esposti agli effetti delle armi chimiche in Iraq del vecchio regime di Saddam Hussein. Depositi dei gas mostarda e sarin sono abbandonati sul territorio, alla mercé dei jihadisti, dall’occupazione americana del 2003.

In Siria, dove l’Isis e i rivali qaedisti di al Nusra controllano ampie fette di territorio, l’Esercito di Bashar al Assad combatte aspramente contro i miliziani di al Nusra, a ridosso con il Libano: il bilancio degli scontri è di almeno 41 morti. 

Una recrudescenza di violenze è in atto in Egitto, dove i sostenitori del Fratelli musulmani sfilano ogni giorno nelle proteste animate dagli studenti: tre dimostranti, tra i quali una donna e un giovane, sono morti al Cairo, uccisi da colpi d’arma da fuoco. A Ismailia, sulla riva ovest del Canale di Suez, due soldati di leva sono inoltre caduti in un nuovo attentato teerroristico dei miliziani jihadisti contro un check point. Il Presidente e generale Abdel Fattah al Sisi, che con un golpe ha estromesso nel 2013 la Fratellanza musulmana dal potere, sarà in Italia e Francia dal 24 novembre prossimo. In Tunisia, intanto, c’è attesa per le Presidenziali del 23 novembre: il favorito, l’88enne Béji Caid Essbesi dei laici di Nidaa Tounes vincitori delle Legislative, spera di «vincere al primo turno».

 Prove di dialogo in corso, in Asia orientale, tra la Cina e il Giappone sui temi di politica estera e della sicurezza, dopo due anni di gelo per le isole contese Diaoyu/Senkaku. Anche l’arcipelago dello scontro sarà oggetto dei negoziati attraverso diversi canali bilaterali, che potrebbero presto culminare nell’incontro tra il Capo di Stato cinese Xi Jinping e il Premier giapponese Shinzo AbeIl faccia a faccia tra i due leader potrebbe avvenire ai margini dei lavori dell’APEC (Associazione dei Paesi dell’Asia/Pacifico), nella riunione annuale del 10 e dell’11 novembre a Pechino.  In Giappone, intanto, a quasi quattro anni di distanza dal disastro di Fukushima, la prefettura giapponese di Kagoshima ha dato l’ok per il riavvio di due reattori nucleari, Sendai 1 e 2, conformi ai criteri di sicurezza successivi all’incidente. «Un passo inevitabile», per il Governatore locale Yuichiro Ito.

 Nella Vecchia Europa, grandi celebrazioni nel week-end, in Germania, per i 25 anni della caduta del Muro di Berlino. Tra le varie testimonianze, Harald Jaeger, l’ex ufficiale della Stasi a capo delle guardie di frontiera che per primo aprì materialmente il muro, ha ricordato le ore che, il 9 novembre del 1989, segnarono uno spartiacque nella storia.

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