giovedì, Novembre 14

Le mani degli Stati Uniti sul petrolio siriano La mossa risponde a precise motivazioni di carattere strategico

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«Ci impadroniremo del petrolio siriano e lo consegneremo alle compagnie statunitensi, per evitare che se ne appropri l’Isis». Donald Trump non poteva esprimersi in maniera più chiara e inequivocabile nel corso della conferenza stampa organizzata per proclamare trionfalmente – ma senza mostrare alcuna prova schiacciante – l’uccisione del califfo al-Baghdadi per mezzo di un raid aereo condotto dall’Usaf. Durante l’incontro con i giornalisti, il presidente ha infatti colto l’occasione per annunciare, in palese violazione delle più elementari norme di diritto internazionale, lo schieramento di truppe statunitensi nelle aree petrolifere che circondano Deir ez-Zohr, città simbolo dell’immane massacro degli armeni ad opera dei Giovani Turchi recentemente inquadrato come vero e proprio genocidio da parte del Congresso Usa con voto pressoché unanime.

Attualmente, la Siria produce a malapena 25.000 barili di greggio al giorno a fronte dei quasi 350.000 registrati nel 2011, alla vigilia dello scoppio del conflitto, e destinati in larghissima parte a soddisfare il fabbisogno interno. Un’inezia rispetto al vicino Iraq, che produce circa 6 milioni di barili al giorno e dispone di riserve accertate per 142 miliardi di barili (alcune stime ritengono tuttavia possibile che la reale consistenza dei giacimenti iracheni ammonti addirittura a 400 miliardi di barili). Stesso discorso vale per l’Iran, che oltre a detenere riserve petrolifere provate per 158 miliardi di barili dispone di 33 trilioni di m3 di gas naturale (secondo Paese al mondo alle spalle della Russia).

In tale contesto, il petrolio siriano – che Damasco non potrà utilizzare fintantoché non verranno riattivati gli impianti di estrazione, la cui messa in funzione richiede investimenti del tutto proibitivi per il momento – riveste un’importanza geopolitica e strategica molto più che economica. Obiettivo degli Stati Uniti è infatti quello di privare il governo siriano delle risorse necessarie alla ricostruzione post-bellica, che il presidente Bashar al-Assad ha più volte annunciato di voler affidare a compagnie russecinesi e iraniane come forma di ricompensa per il sostegno militare, politico ed economico assicurato da Mosca, Pechino e Teheran nel momento in cui il Paese si trovava sotto pressione sia interna – esercitata dai gruppi jihadisti – che esterna – esercitata dagli Usa e dai loro alleati della Nato, oltre che dalle monarchie sunnite del Golfo Persico.

Sottraendo al governo siriano il controllo sulle aree circostanti Deir ez-Zohr, Washington intende inoltre di precludere qualsiasi prospettiva di realizzazione del cosiddettogasdotto islamico‘, una conduttura di cui Damasco, Baghdad e Teheran avevano concordato la costruzione nel 2010 per garantire l’afflusso del gas naturale iraniano fino alla città di Banyas, situata sulla costa mediterranea della Siria, attraverso il territorio iracheno. La pipeline si accreditava come alternativa fondamentale alla conduttura che il Qatar aveva proposto l’anno precedente allo stesso Assad, che oppose un secco rifiuto motivato dalla volontà di tutelare gli interessi energetici dell’alleata Russia, principale esportatrice di gas verso il ‘vecchio continente’. La messa a regime della conduttura iraniana, concepita con il pieno assenso di Mosca, minacciava di trasformare la Persia in uno dei principali fornitori europei, cosa che non poteva che suscitare grandi preoccupazioni negli Stati Uniti, in Israele e in Arabia Saudita, acerrimi nemici della Persia sciita. Di qui la decisione, da parte di monarchie del Golfo Persico, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Turchia, di sostenere l’opposizione siriana e predisporre una rivolta finalizzata al rovesciamento di Assad. Prese cose così corpo una massiccia insurrezione guidata da orde etero-dirette di jihadisti confluiti in Siria da gran parte della sterminata galassia sunnita da cui nacque il cosiddetto ‘Stato Islamico’, una organizzazione che rispondeva in pieno alla finalità di balcanizzare la Siria e impedire la costruzione del ‘gasdotto islamico’.

Allo stesso tempo, l’occupazione militare dei pozzi petroliferi di Deir ez-Zohr si configura come un monito che l’amministrazione Trump ha voluto lanciare a Russia e Turchia, riavvicinatesi con gli accordi per l’acquisto dei sistemi anti-missile di fabbricazione russa S-400 ad opera di Ankara (una mossa che si pone in netto contrasto con l’appartenenza della Turchia alla Nato) e per la realizzazione del gasdotto Turkish Stream, nato dalla ceneri del vecchio South Stream e progettato come quest’ultimo per garantire l’afflusso di metano russo verso l’Europa. Non a caso, sia Putin  che Erdoğan hanno criticato duramente la decisione di Trump di appropriarsi direttamente dei giacimenti siriani, nella consapevolezza che il disegno strategico elaborato dalla Casa Bianca mira al controllo sui flussi energetici che raggiungono il vecchio continente‘, e alla contestuale distribuzione delle quote di potere in base alla posizione e del ruolo giocato dagli Stati mediorientali,  in un’ottica di marginalizzazione dell’Iran e di riduzione della dipendenza dell’Europa dagli approvvigionamenti russi. Non a caso, l’Unione Europea si è immediatamente allineata alle direttive statunitensi imponendo sanzioni contro Ankara e spedendo navi militari francesi e italiane presso Cipro come ritorsione (rispettivamente) per il recente sconfinamento di truppe turche nel Kurdistan siriano e l’invio della nave da trivellazione Yavuz presso i giacimenti situati all’interno della ‘zona di sfruttamento esclusivo’ cipriota. La stessa area cioè, in cui operano le compagnie statunitensi ExxonMobil e Noble Energy, l’israeliana Dalek, la Qatar Petroleum, l’italiana Eni e la francese Total. Il gas cipriota riveste un’importanza cruciale, perché dovrebbe andare a riempire, di concerto con quello egiziano estratto dal colossale giacimento Zohr e con quello israeliano proveniente dai pozzi Tamar e Leviathan, il gasdotto East-Med, concepito di comune accordo da Cipro, Grecia, Italia e Israele per inondare i mercati europei di metano alternativo a quello russo trasportato via Turchia attraverso il Turkish Stream e i due segmenti del Nord Stream.

Il petrolio siriano rientra pertanto nel ‘grande gioco’ energetico in cui sono coinvolte a vario titolo tutte le principali potenze europee, asiatiche e americane.

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