venerdì, Novembre 15

Le Maldive dei foreign fighters: ‘Ma quale paradiso’

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Le Maldive, un piccolo paradiso insulare nell’Oceano Indiano, hanno una popolazione 344.080 abitanti sul 1192 isole. La maggioranza della popolazione è concentrata nella capitale, Male, con 130.000 abitanti stretti in poco più di 5.8 chilometri quadrati. Il dato che salta all’occhio più di tutti, però, è quello dei foreign fighters: 200. II Paese non arabo con il più alto tasso pro capite al mondo. Qui l’Islam è tutto, la religione è entrata in ogni aspetto della vita quotidiana. La politica si basa sull’Islam.

Francesca Borri, giornalista di guerra, ha scritto un libro sull’argomento, ‘Ma quale paradiso’, edito da Einaudi e in uscita martedì 30 maggio. Dopo aver visto Palestina, Siria, Iraq, parlato con jihadisti provenienti da tutto il mondo e impegnati in jihad diverse, ha cercato di capire cosa porta un maldiviano a decidere di partire per una guerra lontana anni luce.

A seconda di dove vai le motivazioni che gli spingono a partire sono diverse. Ci sono ragioni religiose, economiche, psicologiche: in Tunisia sono prettamente economiche, vogliono uno stipendio. Alle Maldive sono tutte insieme”, racconta Francesca Borri. Benché questo Paese sia meta di turismo a cinque stelle, la ricchezza è detenuta da solo il 5 percento della popolazione. Il resto vive in condizioni di estrema miseria: il 40 percento vive sotto la soglia di povertà.

Per fare un esempio, uno stipendio medio è di 8000 rufiyaa (circa 500 euro), mentre l’affitto per una casa con tre stanze è di 20000 rufiyaa. Famiglie molto numerose costrette a vivere in case di sole due stanze. La disoccupazione giovanile è estremamente alta e la scuola è obbligatoria solo fino al 16 anno di età. La maggior parte di loro ha come unica possibilità quella di andare a studiare all’estero, attraverso finanziamenti provenienti dall’Arabia Saudita. E diventa più facile ottenerli se decidi di studiare sharia. “Nei resort lavorano gli immigrati in condizioni di schiavitù. Prevalentemente vengono dal Bangladesh. Per gli incarichi di maggiore responsabilità, invece, si affidano agli europei”, racconta Borri. La legge prevede che il 65 percento degli impiegati nei resort siano locali, ma ciò non avviene. L’imprenditore paga una mazzetta al politico di turno e non vengono fatti controlli. “L’alternativa per loro è l’amministrazione pubblica, con alti tassi di occupati pubblici (il 12 percento circa n.d.r), come in ogni regime che si rispetti. In quella posizione, però, se manifesti perdi il lavoro”.

C’è un’ultima alternativa per i più giovani: la strada. Tra una trentina di gang rivali e l’eroina. Secondo uno studio redatto per le Nazioni Unite da Aishaat Ali Naaz, psicologa maldiviana, il 98 percento della popolazione ha un amico tossicodipendente. Il 44 percento lo ha in casa. La maggior parte di queste persone viene arrestata e, scontata la loro pena, restano marchiati a vita. Nessuno prende a lavorare un ex carcerato. Le gang diventano l’unico modo per guadagnare qualcosa: spaccio, ma anche aggressioni fisiche a danno di giornalisti, attivisti o oppositori politici. Le gang vengono assoldate da politici o imprenditori che non vogliono sporcarsi le mani.

II carcere, però, diventa anche il luogo in un cui i ragazzi si radicalizzano, come spiega Francesca Borri: La radicalizzazione non nasce nelle moschee: le moschee sono luoghi controllati dai governi. È evidente anche alle Maldive. I jihadisti creano le loro moschee o sale di preghiera in normali appartamenti. I luoghi in cui è più probabile radicalizzarsi sono il carcere, le facoltà di sharia e la strada. Quest’ultima credo sia la prima”. La maggior parte dei jihadisti provenienti dalle Maldive fanno o facevano parte delle gang e il governo ha tutto l’interesse a lasciarli partire. Diventano troppo pericolosi e loro troppo ricattabili. “Il governo maldiviano lo sa e questo dice molto. Gli oppositori stessi lo dicono. Mi è stato raccontato di un ragazzo che aveva deciso di partire come jihadista. La famiglia si rivolse alla Polizia denunciando il fatto che si stesse unendo agli estremisti in Siria, ma nessuno mosse un dito”.

La jihad diventa un modo per riscattarsi: partono alla volta della Siria per liberare il popolo siriano oppresso da Assad. Non è semplice pazzia, ma una scelta molto spesso ponderata, pensata per mesi. “In alcuni casi, invece, lo fanno per emulazione: parte un ragazzo della compagnia, lo seguono tutti. Come scegliere in che università andare. Alcuni invece, aspettano di finire l’università: «Sono più utile con una laurea»”, spiega Francesca Borri. L’IS o al-Qaeda rispondo a delle domande a cui altri non sanno dare risposta. Non si può ridurre a semplice terrorismo: è cercare di fare qualcosa per liberare un altro popolo musulmano oppresso, schierandosi contro un sistema che ti ha tolto tutto. “Se rispetti le loro regole non ti succede nulla. Qual è la differenza tra loro e dittatori come Al-Sisi? Con lui non sai chi sia il suo nemico. Vai a dormire e non sai cosa ti potrà accadere. Sono imprevedibili. Le regole con loro non sono chiare. Mentre con i jihadisti sì”. L’Islam è giustizia, è uguaglianza, quella stessa tolta ai popoli per interessi di altri. Non solo i siriani, ma anche iracheni, afgani, tante jihad sparse per il mondo. E la sharia, la ‘retta via’, diventa l’unica strada percorribile. Gli uomini che compongono le fila di al-Qaeda e Stato Islamico hanno obiettivi e strategie. Questo estremismo è solo un passaggio dovuto «per la creazione di una federazione araba in Medio Oriente, esattamente come voi abbiamo l’Unione Europea», come si legge nel libro di Borri.

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